È il 1965 quando viene inaugurato il nuovo polo siderurgico di Taranto, al quartiere Tamburi. Nato Italsider, dopo appena qualche anno passa alla cronaca nera con la ben più famigerata nomea di ILVA. Diverrà il più grande complesso per la produzione di acciaio nel continente, ma le promesse di benessere saranno presto dimenticate. Dalla fiaba alla tragedia il passo è stato breve, e da oltre cinquant’anni un mostro esala morte sugli abitanti di un quartiere tradito e maledetto.

 

 

Ai piedi degli altiforni, un ragazzino, uno dei tanti figli della classe operaia, gioca nel campetto dell’oratorio della chiesa Gesù Divin Lavoratore, sognando Mazzola e Ruud Krol. Le sfide con i coetanei sono eterne, le uniche pause sono concesse per medicare le ginocchia sbucciate e per recuperare il pallone finito tra i lumini dell’adiacente cimitero. Qui le tombe sono ricoperte dal polveroso catarro rossiccio del mostro, che perseguita anche nell’al di là.

 

Nel quartiere il calcio è vitale aggregazione, ancora di salvezza tra le acque torbide del crimine. Lo sa bene Don Franco che allestisce la formazione della “Labor” per conquistare la Coppa Natale. Mentre l’acciaieria sbuffa fumo grigio, i giovani scendono in campo vestendo una maglia dello stesso colore. ILVA sulla pelle, nei polmoni e sulle lapidi.

“ILVA Football Club. Perché giocavano a calcio e finirono quasi tutti in fabbrica. Perché sono morti di cancro. Tutti” (1)

Così spiega Antonio Cavallo, meglio noto nel quartiere come “Ciccio”, scandendo una delle tante e troppe formazioni di ragazzi che hanno dato il cuore al pallone e la vita alla fabbrica. Nel suo negozio sono custodite le memorie del calcio nel quartiere Tamburi. La sua voce è stata seccata dall’aria velenosa, eppure non può trattenersi dal raccontare. Gol e morti, vita e rigori, nomi e volti che cercavano la libertà correndo dietro ad un sogno sferico, in attesa del prossimo turno di lavoro. Reliquie e fotografie, ma la maglia grigia non si trova più. Allora non rimane che riannodare il filo dei ricordi sulla carta.

 

Il lutto dei Tarantini riecheggia sugli spalti dello stadio Erasmo Iacovone (da tuttosulcalcio1.blogspot.com)

 

Senza dubbio Gino Vinci è la massima autorità calcistica del rione. Da quando la tubercolosi ha spezzato la sua carriera dal principio, si è votato alla panchina guadagnandosi l’appellativo di “Maestro”, massima onorificenza per chiunque si dedichi ad insegnare il calcio.

 

Di generazione in generazione ha coltivato i talenti locali, separando i semi dall’erbaccia, come Gramsci. Rivoluzione ed immaginazione sono le basi del suo credo calcistico, secondo cui la tecnica deve essere affinata contro i muretti e sull’asfalto irregolare dei vicoli e delle piazze. Oggi, i ragazzi che sopravvivono all’inquinamento se li porta via il crimine e sono sempre meno i fortunati che possono seguire le sue lezioni.

 

Nello scorso gennaio la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non avere adottato tutti gli strumenti giuridici e normativi volti a garantire la tutela della salute e dell’ambiente. Mentre i genitori affrontano il drammatico dilemma che contrappone salute e lavoro, i ragazzini continuano ad inseguire il pallone lungo le strade del quartiere Tamburi, noncuranti dell’alito cancerogeno della fabbrica. “ILVA Football club” celebra le loro partite e storie. Perché il calcio è libertà, vita e aggregazione, anche quando è l’aria stessa a mancare.

 


Nota bibliografica: 
(1) Citazione tratta da “ILVA Football Club” di Fulvio Colucci e Lorenzo D’Alò (Edizioni Kurumuny, 2016)