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Calcio
24 Agosto

La Serie A non par(l)a più italiano

Luca Pulsoni

73 articoli
Su 20 squadre di A, 13 hanno il portiere titolare straniero.

Per Eduardo Galeano avrebbero potuto chiamarlo «martire, paganini, penitente, pagliaccio da circo». Il ruolo del portiere, «spettatore, ma con occhi da protagonista, felino che ha bisogno di pazienza», parafrasando Jorge Valdano, sublima la solitudine ed esalta l’imperfezione. Il portiere si pone in una dimensione interlocutoria: ondeggia tra errore e prodezza per inebriarsi di un’aura di invincibilità o sprofondare nella voragine del peccato.

L’Italia ne ha creato una scuola, la migliore del mondo: Albertosi, Sarti, Zoff, Tancredi, Zenga, Buffon, Donnarumma. L’arte della parata, estetica del prodigio. Una bottega preziosa saccheggiata dal calcio globalizzato: i brasiliani hanno aggiunto tecnica, gli argentini classe, gli scandinavi una rigida disciplina. Ne deriva un volto trasfigurato: il portiere regista e prima fonte di gioco per costruire l’azione ed eludere il pressing avversario.



L’Italia ha seguito la via del cambiamento ma ne è uscita ridimensionata. La partenza di Donnarumma, alfiere della Nazionale di Mancini come lo fu Zoff per Bearzot e Buffon per Lippi, ha lasciato un vuoto tecnico e simbolico. La prima giornata di Serie A ha segnato il sorpasso dei portieri stranieri su quelli italiani: 13 a 7. Ma c’è di più: delle prime sette squadre dello scorso campionato, soltanto il Napoli ha schierato un portiere italiano titolare, il friulano Meret. La porta delle grandi parla polacco (Szczesny alla Juventus), sloveno (Handanovic all’Inter), francese (Maignan al Milan), portoghese (Rui Patricio alla Roma), argentino (Musso all’Atalanta) e spagnolo (Reina alla Lazio).

Insieme al Napoli, restano fedeli alla tradizione italiana Sassuolo (Consigli), Cagliari (Cragno), Genoa (Sirigu), Sampdoria (Audero), Udinese (Silvestri) ed Empoli (Vicario). Nella nuova geografia dei numeri uno, la nazione straniera più rappresentata è la Polonia con lo juventino Szczesny (disastroso contro l’Udinese), il viola Dragowski (espulso contro la Roma) e il bolognese Skorupski. Due gli sloveni (Handanovic e il salernitano Belec), a seguire il serbo Milinkovic-Savic del Torino, il croato Pandur dell’Hellas Verona e il filandese Mäenpää del Venezia.

Uno scenario impoverito dalla triste fuga parigina di Donnarumma e da una reiterata miopia nei confronti degli estremi difensori nostrani. Un esempio su tutti: Marco Carnesecchi, 21enne di proprietà dell’Atalanta e già portiere italiano agli europei Under 21 – oltre che nell’ultima sfida di Coppa Italia tra Torino e Cremonese -, destinato a militare per un’altra stagione con i grigiorossi in Serie B. Qualità sprecata.

Eppure c’era un tempo in cui regnava l’abbondanza. La concorrenza italiana era soffocante e qualcuno trovò asilo in lidi stranieri. Due i simboli della più o meno nutrita pattuglia di portieri italiani all’estero: Flavio Roma, passato dalla periferia piacentina al Principato di Monaco, e Carlo Cudicini, balzato dal miracolo Castel di Sangro al Chelsea di Gianfranco Zola. Erano i tempi in cui la qualità sgorgava persino dalla modesta provincia. Per i portieri italiani era una consolidata epifania. «Ma in Italia era difficile», ricorda Roma, che da esiliato accarezzò il sogno Champions piegandosi al Porto di Mourinho nel 2004. Per lui il Monaco non fu riscatto «ma un’occasione presa al volo».

Imporsi nella patria dei portieri fu arduo anche per Cudicini, figlio di Fabio, mitico ‘Ragno Nero’ del Milan campione di tutto tra gli anni ’60 e ’70. Cudicini diventò idolo di Stamford Bridge negli anni di Vialli, Zola e Ranieri, ancor prima di Ancelotti, Conte e Sarri. La rivista FourFourTwo lo ha eletto sesto miglior portiere di sempre della storia della Premier League, con ben 64 clean sheets in 161 gare. A dimostrazione che per un portiere italiano c’era vita oltre la Serie A.

Oggi lo scenario sembra capovolto. Roma e Cudicini erano le deroghe al potere italiano, eccezioni che esaltavano la nostra scuola all’estero. Ambasciatori del Made in Italy, Roma e Cudicini sono stati anche precursori, tra meteore (Mannone all’Arsenal e Padelli al Liverpool), vecchie volpi in cerca di riscatto (Sorrentino tra AEK Atene e Recreativo Huelva e Storari al Levante) e miti affamati di gloria (la sfortunata parentesi al PSG di Buffon dopo il primo divorzio con la Juve).

La giornata no di Szczesny negli highlights della sfida contro l’Udinese

Il mercato interno, invece, ha voltato sempre più le spalle al talento italiano. «Ma resto convinto che la scuola italiana dei portieri sia ancora la migliore», ha detto alla Gazzetta dello Sport Walter Zenga. Dello stesso avviso anche Luca Marchegiani, che al Corriere della Sera aggiunge: «Semplicemente sta accadendo con i portieri quello che da tempo succede già in altri ruoli: a parità di qualità, i dirigenti scelgono uno straniero». Qual è allora il problema? «Incomprensibile – spiega l’ex portiere della Lazio scudettata – come in troppe squadre di media e bassa classifica giochino portieri che nulla hanno in più rispetto ai nostri, anzi».

Il portiere moderno ha guadagnato centralità nel gioco completando il processo che lo ha trasformato in un giocatore di movimento. Se vogliamo, la figura del vecchio numero uno si è appiattita quanto basta per perdere un pizzico del proprio fascino originario. Anche nel mercato segnato dal Covid, il portiere rimane comunque una delle basi solide su cui plasmare il resto della squadra. Basti pensare – rimanendo in Serie A – agli investimenti di Atalanta (20 milioni all’Udinese per Musso), Roma (11,5 al Wolverhampton per Rui Patricio) e Milan (13 al Lille per Maignan). D’altronde, in un contesto segnato dalla ricerca ossessiva di un calcio sempre più offensivo, la figura del portiere resta focale negli equilibri difensivi. Quasi a voler confermare la teoria del mito Zoff, secondo il quale «non esiste alcuna evoluzione del portiere, quanto un’evoluzione del gioco».

«È cambiato qualcosa, – ha spiegato in una vecchia intervista – di certo ora una squadra di calcio si rifugia più spesso dalle sue parti, fa in modo che la costruzione del gioco possa passare anche da lui. Però per me la cosa fondamentale resta la sua capacità di parare. È questa la differenza tra un portiere bravo e un portiere che non lo è».

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