“Oh Signore, cosa è stato?”. Il boato spaventò il vecchio che abitava sulla collina. Le urla, l’esplosione, poi il silenzio. Non aveva mai sentito un frastuono come quello, così assordante da scuotere l’aria. “Oh Signore mio”, continuava a ripetere. Era appena tornato dal lavoro, Amilcare Rocco. Muratore, levatacce mattutine, ossa impietrite d’inverno e pelle cotta dal sole d’estate. Quel 4 maggio la primavera era volata altrove. Sul colle le nuvole avvolgevano la Basilica di Superga, il cielo versava lacrime di pioggia. Dai piedi del Santuario si levava una coltre nera come l’abisso.

 

Amilcare mise la giacca sul capo e uscì fuori di casa. Incrociò per strada il cappellano Don Tancredi Ricca: “L’ha sentito anche lei?”. Il parroco lo guardò soltanto. Non disse nulla. Sulle mura di Superga restava conficcata la coda di un velivolo. “È caduto un apparecchio!” gridò qualcuno tra la folla accorsa sul luogo della sciagura. A terra i corpi si confondevano tra i rottami dell’aereo denudato: un orrore. Don Tancredi vide un portafogli, lo raccolse e lo aprì: “Bacigalupo Valerio”. “Ma questo è Maroso”, urlò un uomo nascosto sotto l’ombrello grondante. Un altro aprì una valigia, sfilò una maglia granata con lo Scudetto cucito sul petto. “È il Torino, è il Torino!”. Era l’aereo che riportava a casa il Torino, il Grande Torino.

 

Gli occhi di un bambino e l’orrore della tragedia di Superga

 

Superga si riempì in pochi minuti. Arrivò anche il Commissario Tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo: “Questo è Ballarin, quest’altro Castigliano”. “Credo che nessuno meglio di lei…”, gli sussurrò un Carabiniere. Pozzo accettò: avrebbe riconosciuto i corpi dei ‘suoi’ ragazzi. Ad un tratto gli mancò il respiro. Lo riconobbe tra gli altri. Era lui, il Capitano: Valentino Mazzola. Non c’era più nemmeno lui. Come il resto di quella meravigliosa squadra.

 

Mazzola era il faro, l’estro, il talento, il genio. Era luce nel buio. Aveva il mirino puntato sul mondiale brasiliano del 1950, quello del Maracanazo e della vittoria dell’Uruguay. Avrebbe finalmente approfittato di una vetrina internazionale come si deve. Valentino in Brasile non arrivò mai. E con lui il resto della Nazionale vestita di granata: perché 10 degli 11 titolari azzurri erano rimasti uccisi in quel disastro, sconfitti soltanto dal fato.

 

La storia di Valentino Mazzola ha inizio 30 anni prima a Cassano d’Adda, alle porte di Milano. Terra di quiete, campagna, quella cruda e meravigliosa. Il nome “Adda” deriva dal celtico “Abdua” che significa “acqua che scorre”. Il Fiume Adda nasce dalle Alpi Retiche, corre per 313 chilometri verso Sud, si fa largo tra le Prealpi lombarde e svanisce negli specchi del Lago di Como. Gli argini ospitano acque che mormorano. Le riconobbe Renzo ne I Promessi Sposi: ascoltando il brusio dell’Adda “ritrovò un amico, un fratello, un salvatore”.

 

Chiedi chi era Valentino Mazzola

 

Bussando alla porta dell’antico borgo di Cassano, l’Adda dilegua il proprio incedere: si perde in rami sottili come quelli dei salici che accarezzano le acque. A Cassano l’Adda si intreccia e contorce, partorendo cumuli di terra circondati da linee blu rette e ricurve. Sulle sponde delle acque che mormorano giocavano a piedi nudi i bambini di Cassano. Un limbo di terra umida trasformato in un rettangolo verde, quattro rami cadenti a disegnare due porte, quattro pali. Le traverse lasciate all’immaginazione, disegnate con i contorni della fantasia.

 

Il tempo pareva fermarsi. Una partita tirava l’altra. I ragazzini si rinfrescavano con un bagno rigenerante di tanto in tanto. Un pomeriggio d’estate del 1929 a giocare sul campo di sabbia erano sempre quei soliti. Una nuotata prima dell’ennesima sfida. Andrea, 6 anni, detto Ciapin, stava annegando. In suo soccorso si fiondò Tulen, 10 anni, che lo tirò su dalle acque e lo riportò a riva. Tulen, che in dialetto locale significa “barattolo”, era il bambino con la fissa per il calcio. Quando il pallone non c’era lo immaginava. Calciare era la sua abitudine, forse un istinto irrefrenabile: sassi, gomitoli di lana, ammassi di cartone. Aveva una particolare simpatia per un barattolo (un tulen, appunto) che portava sempre con sé. Destro, sinistro, collo, interno, esterno. Con quella latta si divertiva un mondo.

 

Il bambino che rischiò di annegare nell’Adda si chiamava Andrea Bonomi e diventerà il capitano del Milan. Quello che lo salvò, Tulen, era lui: Valentino. I due si ritroveranno anni avanti, in un Torino-Milan di Serie A: “Ehi, Ciapin. Ne è passato di tempo”.

 

Bonomi, al centro, con la maglia rossonera

 

Nato il 26 gennaio di 101 anni fa, Valentino Mazzola iniziò a lavorare a dieci anni nel lanificio di Cassano dopo che il padre, operaio dell’ATM, perse il lavoro in seguito alla grande crisi innescata da Wall Street nel 1929. Erano tempi di magra, segnati dai ricordi della Grande Guerra e dalla miseria che aleggiava sui piccoli centri di campagna.

 

Con il pallone Tulen non se la cavava male. Lo notò un osservatore dell’Alfa Romeo, proprietaria di una compagine aziendale che militava in Serie C. L’offerta era di quelle invitanti: posto di lavoro nelle fabbriche di Arese e maglia da titolare nell’Alfa Romeo. Mazzola accettò, ovviamente.

 

Dopo essersi dilettato con la squadra del biscione, ed aver rifiutato un’offerta del Milan per tutelare il “posto fisso” come meccanico, fu trasferito a Venezia per svolgere il servizio militare in forza alla Regia Marina. Sulla laguna i soldati trascorrevano il tempo libero col pallone tra i piedi. Valentino era di un altro pianeta per tutti. La fama del soldato che incantava giocando a football giunse alle orecchie di alcuni dirigenti del Venezia, che lo ingaggiarono dopo averlo visto all’opera in un provino in cui Valentino si presentò a piedi nudi, per non rovinare l’unico paio di scarpe che aveva. Il tempo ritornò alle partite lungo le rive dell’Adda: Mazzola era l’uomo del fiume, della latta presa a calci, figlio di un’Italia impoverita che guardava avanti.

 

Valentino, il capitano di una squadra leggendaria

 

In Serie A debuttò il 31 marzo 1940 mentre al Passo del Brennero Benito Mussolini assicurava all’alleato Adolf Hitler che l’Italia sarebbe entrata in guerra al “momento opportuno”. Nella penultima giornata Valentino segnò il suo primo gol in A nel 2–1 con cui i lagunari sconfissero il Bari e conquistarono la matematica salvezza.

 

Mazzola impressionava per le sue enormi doti tecniche nonostante un fisico imponente che gli conferiva velocità, forza e resistenza. Altro aspetto incredibile era la sua fantastica duttilità tattica. Giocava essenzialmente da mezz’ala sinistra, il ruolo tipico del diez. All’occorrenza fungeva anche da centravanti, mediano o addirittura terzino. Il primo jolly della storia.

 

Nella stagione seguente la definitiva consacrazione. Il Venezia chiuse il campionato al dodicesimo posto ma conquistò la sua prima Coppa Italia (tuttora l’unico trofeo nel palmares dei lagunari), trascinata dalle giocate di Mazzola che diede il via alla rimonta nella finale di andata contro la Roma (3–3), suggellata poi nel ritorno in laguna (1–0). L’anno dopo i veneziani si issarono addirittura al terzo posto in classifica ma Valentino registrò un rendimento altalenante (dovuto anche ad alcuni problemi fisici). Ciononostante, servì un assegno da un milione e duecentocinquantamila lire per strapparlo al Venezia. Lo staccò Ferruccio Novo, presidente del Torino, che con un vero e proprio blitz soffiò Tulen ai cugini della Juventus. Fu l’inizio di tutto.

 

Di padre in figlio

Dal Venezia arrivò anche Ezio Loik. Mezz’ala destra, fiumano classe ’19 come Valentino. Mazzola e Loik erano le ultime stelle del firmamento. Il Torino non vinceva lo Scudetto dal 1928. Ferruccio Novo aveva avviato un progetto ambizioso, lungimirante. Affidò la gestione tecnica all’ungherese di origine ebraiche Egri Erbstein nel 1939, in piena epoca di leggi razziali. Aveva una visione del calcio unica e strizzava l’occhio al modello inglese: si giocava adottando il “sistema” e non più il “metodo”, ritenuto obsoleto e inadatto al calcio dell’epoca. “Il mio Torino diventerà la squadra più forte del mondo”. Sarà molto di più.

 

Nel frattempo la guerra scoppiò. Per il duce, convinto che quella sarebbe stata una “guerra lampo”, la vita degli italiani doveva rimanere così come era: una normalità cieca che assunse i contorni di una folle utopia. Mentre l’Europa intera piombava nel terrore, il Torino diventava Grande. Mazzola era il deus ex machina, bussola per avventurieri, faro sul mare notturno; circondato dai suoi fratelli, dieci figli della stessa Italia, di quella terra sbocciata al tramonto di una guerra e che si apprestava ad assistere all’alba di un’altra.

 

Nel 1943, alla prima stagione con la maglia granata, Mazzola trascinò il Torino alla conquista di Scudetto e Coppa Italia. Mai nessuna squadra italiana aveva centrato, fino a quel momento, l’accoppiata nazionale. Poi l’Italia tolse la benda dagli occhi: il “momento opportuno” era arrivato. La guerra non era più uno spettro che aleggiava: vagava per le strade, entrava nelle case, seminava morte e terrore.

 

Mazzola e i suoi

 

Dopo la Liberazione, la Serie A ripartì il 14 ottobre 1945, con lo scudetto cucito sulla maglia del Toro. Rimarrà impresso sulla lana granata per altri tre anni, accompagnando quella squadra moderna, fantastica e surreale, lungo il cammino di redenzione. Nel 1946 l’Italia scelse la Repubblica (lo stesso Mazzola non aveva mai nascosto le proprie idee repubblicane), poi arrivò la Costituzione. Il Paese intero si divideva tra Coppi e Bartali e il Torino, diventato Grande, vinceva, dominava, incantava.

 

Mazzola divenne un Dio. Guadagnava il doppio dei compagni di squadra. Lo confessò Novo, tutti lo sapevano. Perché Valentino era Valentino e a lui non si poteva dire di no. Così come Fausto Coppi, anche Mazzola ebbe la sua Dama Bianca: Giuseppina Cutrone. Valentino sposò Emilia Rinaldi nel 1942, che gli regalò Alessandro detto ‘Sandro’ e Ferruccio (in onore del presidente Ferruccio Novo).

 

Mazzola, Coppi e un grande affresco dell’italianità del tempo

 

Quattro anni dopo la separazione, in un Paese ancora legato a indissolubili legami famigliari e tradizionalisti. Con Giuseppina iniziò l’amore, con Emilia un’aspra battaglia legale. L’ex moglie portò con sé Ferruccio a Cassano d’Adda mentre Giuseppina si prese cura di Sandrino.

 

Sandrino era diventato il “dodicesimo” del Filadelfia:

 

“Mio padre mi lasciava seduto su una panchina a bordo campo, vicino all’ingresso degli spogliatoi. Ricordo papà che mi prendeva per mano e mi accompagnava in campo. Ho sempre avuto l’impressione che fosse un gigante, un ormone alto almeno un metro e novanta. Quando mi prendeva per mano mi sentivo ancora più piccolo di quanto non fossi. Lo guardavo dal basso come un alpinista può rimirare la vetta che si accinge a scalare lassù”.

 

Il Filadelfia era il tempio. Una traduzione anacronistica della città americana di Philadelphia dava il nome alla strada, che lo dava al quartiere, che lo dava allo stadio. Il rettangolo verde sbucava in mezzo ad un ammasso di palazzi del borgo, a meno di mille metri dal Comunale, poi divenuto Olimpico, oggi ‘Grande Torino’. Il Filadelfia era il teatro, il giardino dell’Eden, le mura dell’impero.

 

Una storia che mutò in leggenda. Il Grande Torino rappresentava il volto vincente di un’Italia ancora ferita; l’alba dopo la notte più buia. Poi arrivò l’amichevole di Lisbona contro il Benfica. Mazzola organizzò l’incontro per raccogliere fondi in favore del capitano lusitano Francisco Ferreira, ritrovatosi a navigare in cattive acque economiche. I due si accordarono al termine di un Italia-Portogallo di qualche mese prima. L’arrivo del Torino avrebbe garantito incassi da record: vero e proprio ossigeno per le finanze di Ferreira. Così fu.

 

La magia del vecchio Filadelfia

 

Il Toro si presentò vestito con l’abito di gala. Non mancava nessuno all’appello, nonostante fosse solamente un’amichevole. Mazzola e compagni persero per 3-2. Qualcuno dice che non si siano impegnati a dovere per non deludere il numeroso pubblico presente.

 

Dopo quella partita, l’ultima, il ritorno all’ombra della mole, dopo ancora la tempesta, le nuvole basse, la pioggia, il Fiat G.212 della compagnia ALI che iniziò a perdere quota. Lo schianto alle 17.03 lungo le mura di Superga, il tempio sinuoso che guarda Torino dall’alto. Al suo interno ospita le spoglie dei re d’Italia. Dal 4 maggio 1949 è anche simbolo, monumento. La porta verso l’immortalità.

 

Schianto drammatico. Nessun superstite. 31 le vittime tra giocatori, staff tecnico, dirigenti, giornalisti e membri dell’equipaggio. Sarà la fine di un’era e l’inizio di un’altra. Perché esisterà per sempre un pre e un post Superga. Come se il destino avesse voluto tracciare una linea del tempo.
Vittorio Pozzo li riconobbe tutti, uno per volta. Uno strazio vedere i suoi ragazzi ridotti in quelle condizioni.

 

La maglia del Grande Torino. Patrimonio nazionale

 

Scriverà su La Stampa il giorno seguente:

 

“Il Torino non c’è più. Scomparso, bruciato, polverizzato. Una squadra che muore, tutta assieme, al completo, con tutti i titolari, colle sue riserve, col suo massaggiatore, coi suoi tecnici, coi suoi dirigenti, coi suoi commentatori. Come uno di quei plotoni di arditi che, nella guerra, uscivano dalla trincea, coi loro ufficiali, al completo, e non ritornava nessuno, al completo. È morto in azione. Tornava da una delle sue solite spedizioni all’estero. Era la squadra Campione d’Italia”.

 

70 anni dopo quella tragedia, il 26 gennaio 2019, il Filadelfia splende come un tempo. È il giorno del centesimo anniversario dalla nascita di Valentino Mazzola. Sul campo arriva Sandrino che tiene per mano il nipotino di 11 anni. La mente ritorna a quelle passeggiate con papà Valentino. Sugli spalti siede il vecchio Gioann, classe 1935. Ha vissuto nel fiore dei suoi anni quell’epopea fantastica e drammatica.

 

Non poteva perdersi una giornata come quella. Il bambino che Sandrino accompagna sul prato del Filadelfia si chiama Valentino Mazzola. Indossa la 10 granata e la fascia da capitano sul braccio. Dal volto di Gioann si intravede una lacrima scendere dagli occhiali scuri: “Era da una vita che sognavo di rivederlo”. Perché in lui è sempre viva la sensazione che quella squadra sia soltanto “in trasferta”.