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Estero
9 Agosto

Il calcio in Cina è pura propaganda?

Eduardo Accorroni

15 articoli
Per il governo cinese, il calcio è molto più di un semplice sport.

Nell’ultimo ventennio lo sport più seguito al mondo, il calcio, è stato utilizzato nella Repubblica Popolare Cinese come persuasivo strumento di propaganda. C’è anche chi ha avanzato il parallelo con il celebre sogno americano (con l’industria del pallone al posto di quella “culturale” del cinema). Così la Cina, per precisa volontà del Partito Comunista, ha deciso di concentrare enormi investimenti, mirati ed oculati, sul business del calcio. L’ambizioso obiettivo era quello di dimostrare all’Occidente, attraverso lo sport più popolare al mondo, come fosse ri-nata una nuova, grande Cina: compatta all’interno grazie ad un rinnovato orgoglio nazionale, temibile oltre confine grazie ad una straripante crescita economica. L’affare calcio in Cina, quindi, è parte di una cornice (geo)politica ben più complessa.

La pandemia di Covid-19, con il cambio di di direzione governativo, ha però mostrato i piedi di argilla del colosso calcistico cinese: dopo una crescita assolutamente deregolamentata anche per il calcio, così come per l’economia del Paese, la spesa pubblica si è stabilizzata secondo un processo definito burocraticamente come New Normal.

Dall’inizio del 2020 ad oggi 16 squadre si sono dissolte per insolvenze tra cui il Jiangsu Suning (società vincitrice della Chinese Super League nella stagione 2020/2021); un processo, inutile precisarlo, ancora in atto. All’origine di tutto ciò, per un movimento che fino a qualche anno fa sembrava in inarrestabile ascesa, c’è sempre una regia politica. L’establishment di Pechino ha infatti deciso di rivedere a 360° gli ingenti investimenti dell’ultimo quinquennio: ogni emissione di denaro diretta all’estero, connessa allo sport, dovrà quindi passare al vaglio del governo, che dovrà valutarne la convenienza economica/commerciale. Il fine ultimo, sottolineato a più riprese dalla classe dirigente del paese del Dragone, è quello di liberarsi di tutte le attività considerate superflue.



La più autorevole rivista finanziaria cinese, Caixin – 财新 – tempo fa ha dedicato un lungo approfondimento all’impronosticabile declino del gruppo Suning. Curioso analizzare come l’avanzata di Internet abbia, in pratica, azzerato il valore della sterminata rete di vendita sul mercato interno; l’azienda, fondata dall’imprenditore Zhang Jindong, non ha saputo reggere la concorrenza sui prezzi di Alibaba (che pure ha rilevato una quota del gruppo) e dei numerosi competitor nazionali. Suning, rispetto ad altre realtà, ha pagato anche la partecipazione alla dispendiosa manovra di salvataggio del colosso immobiliare cinese Evergrande.

La pandemia di coronavirus e la sua morsa sui mercati globali ha avuto un forte impatto anche sulla Belt and Road Initiative- 一带一路-, punta di diamante della strategia di Xi Jinping, che ha chiuso il 2020 con una riduzione del 54% degli investimenti all’estero. Anche il “brand” Inter è stato, chiaramente, costretto a subirne le ovvie conseguenze economiche, con un chiaro ridimensionamento a livello sportivo. Per il 2021 le emissioni di denaro provenienti dalla “Terra di Mezzo” saranno in qualche misura corrette: esborsi minori ma mirati su specifiche aree come porti ed infrastrutture di trasporto locale, del calcio, almeno al momento, nemmeno l’ombra.

Pensiamo innanzitutto alla riforma della Chinese Football Association che ha imposto ai club di rimuovere la denominazione aziendale, molto diffusa in Cina: un esempio lampante è quello del celebre Guangzhou Evergrande, allenato da Fabio Cannavaro, ora diventato semplicemente Guangzhou F.C. Destino analogo per lo Shanghai SIPG – la rosa di Oscar Emboaba – adesso ufficialmente Shanghai Port.

«In passato, i proprietari dei club cambiavano abbastanza rapidamente nei nostri campionati e quindi anche i nomi delle squadre dovevano cambiare. Questo non favoriva la crescita di una cultura calcistica in Cina», ha spiegato il presidente della CFA Chen Xuyuan. Decisione che ha però scatenato la prevedibile reazione dei principali azionisti/proprietari dei club cinesi, i quali hanno gradualmente rallentato la rilevanza degli investimenti, consci del pressoché nullo ritorno commerciale e d’immagine dopo il cambio di denominazione.

Figlia delle discutibili scelte della Chinese Football Association è anche la complessa gestione del calendario per la stagione 2021/2022. La Chinese Super League è stata infatti divisa in due gironi da 8 squadre ciascuno. Partita ufficialmente il 20 maggio scorso, si concluderà già a metà agosto: da aprile a maggio solamente sei giornate di campionato per permettere alla Nazionale, allenata da Li Tie, di prepararsi al meglio per le partite conclusive delle qualificazioni asiatiche (valide per Qatar 2022). Ma non è tutto: a metà agosto, a causa degli impegni della Nazionale del Dragone, ci sarà una nuova lunghissima pausa della durata di tre mesi. Si tornerà in campo per l’ultima fase dove, ad inizio dicembre, le 4 migliori e peggiori di ogni girone si affronteranno in due mini-tornei per stabilire vincitrice del titolo e squadre retrocesse in seconda divisione.



Il caos calmo che ha coinvolto il macrocosmo calcistico cinese ha avuto evidenti conseguenze anche nel cammino delle società nella “Terra di Mezzo” in Asian Champions League, la massima competizione continentale. I club che avevano ottenuto la qualificazione alla fase a gironi, infatti, hanno preferito inviare rose composte esclusivamente da riserve e giovanissimi senza esperienza. Sostanzialmente l’obbligo di quarantena al rientro da una località estera (la prima fase della East Zone dell’Asian Champions League si è disputata fra Uzbekistan e Thailandia) e gli innumerevoli dubbi inerenti alla ripresa del campionato, hanno obbligato le principali società cinesi ad alzare bandiera bianca ancor prima del fischio d’inizio. Una conseguenza quasi ovvia: per la prima volta dal 2009, nessuna squadra di Chinese Super League ha superato la fase a gironi della massima competizione continentale.

Ma le pressioni e le ingerenze governative si notano anche nel complesso caso di Li Ying, calciatrice della Selezione nazionale femminile (130 presenze con la maglia delle Steel Roses) costretta a rimuovere lo scorso 22 giugno dalla piattaforma Weibo-微博, ibrido cinese tra Facebook e Twitter, una foto in cui faceva coming out assieme alla sua compagna Chen Leilei (influencer con circa 400 mila followers). Tra chi parla di pressioni federali e chi di scelta presa coscienziosamente dalla calciatrice, fatto sta che Li Ying prima non è stata convocata per lo spareggio pre-olimpico contro la Selezione femminile della Corea del Sud, poi è stata esclusa dalle convocazioni per Tokyo 2021. Un sintomo di come il calcio a Pechino sia considerato dal governo un potente vettore politico e sociale.

Nonostante tutto, la centralità sinica nel mondo del pallone dell’ultimo decennio è diventata un dato di fatto al quale difficilmente si può dare smentita; il calcio risulta un tassello fondamentale nella realizzazione del “Sogno Cinese”, non a livello globale, ma anche all’interno dei propri confini. Quanto si dovrà aspettare ancora per assistere ad una crescita costante e perpetua del movimento, senza improvvisi ed inaspettati “buchi nell’acqua” a livello comunicativo, sportivo ed economico? Probabilmente in eterno. I risultati ottenuti alle Olimpiadi certificano la forza di un Paese che fa dell’allenamento e della disciplina uno dei suoi cavalli di battaglia. Ma il calcio è molto altro, in primo luogo cultura. Rinominare le squadre locali difficilmente cambierà le cose.

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