Il caos regna sovrano a Vinovo, Lancashire piemontese.
D’altronde, se in tempi di rivoluzione industriale, si era soliti paragonare le due città, non stupisce che il legame tra Manchester e Torino prosegua nei secoli e si faccia strada anche nel calcio. Signore e signori, benvenuti dunque a Vinovo, Lancashire piemontese che lotta a colpi di esoneri per gareggiare tra team derelitti insieme ai furono illustri Red Devils. Alla Juventus tutta made in France del duo Comolli-Modesto (al povero Chiellini, spifferi di media e di social media, pare glielo abbiano comunicato a giochi fatti, mentre a noi qualcuno dovrebbe ancora spiegare le logiche di selezione) ci si è ormai trasformati pienamente in un ibrido ridicolo tra l’Inter morattiana e lo United post Sir Alex.
Novella Anfisbena, questa volta senza la mitologia dell’essere generata dal sangue di Medusa. Tutt’altro spirito e nessun tocco d’epica. Una pletora di dirigenti o presunti tali accorsi alla corte di un annoiato John Elkann, pronti a fondare e rifondare una gloriosa (un tempo) società, con la velocità e il disinteresse con cui un bambino rompe un pongo colorato. Diesse dalla gestualità di santoni miracolosi, commercialisti e avvocati a digiuno di calcio, manager distruttivi già con le auto, figurarsi con il pallone.
Tutti con la voglia matta di centrifrugare allenatori tra un’inchiesta, va detto, inconsueta, un aumento di capitale e un rimpasto di governo. Contratti faraonici, pieni poteri che manco Salvini al Papeete tra cubiste e mojito. Bel giuoco e cattivi giocatori. E soldi, tanti soldi che escono senza portare a casa mezza coppetta, non fosse per quel vituperato Max, che tanti volevano “out” e alcuni ora chiederebbero “in”dietro. Ma tant’è, Igor Tudor, ultima vittima designata già dalla stramba estate americana, cacciato dopo otto partite e una squadra che giura e spergiura di seguirlo, salvo poi perdersi al primo gol subito.
Coach di fatto assunto e rinnovato con una scadenza farlocca. Etichetta di traghettatore mai svanita. Capo allenatore con il timer del licenziamento che indicava una fine già scritta, e pare strano che un uomo tutto d’un pezzo, “gobbo” vero, abbia accettato un teatrino simile.
Vittima di un assurdo fatto di conferme e licenziamenti, di Giuntoli e Comolli, di Conte e Gasperini desiderati, ma impossibili. Di telefonate fantozziane, di mercato insensato, di mancato coraggio ad opera di una società che lo ha tenuto lì per mascherare scelte sbagliate e che poi non ha scelto per non rischiare di sbagliare di nuovo. Insomma, una farsa che rimanda ai tempi in cui la Milano nerazzurra pendeva dalla bocca del suo padrone, pronto a blindare mister su mister per poi licenziarli il giorno dopo, mentre il portone di via Durini grondava giornalisti affamati di notizie.
E non solo della Ferrari…
Dove sia andata la Juventus lo sappiamo dai tempi in cui Danilo, ex capitano, sibillò di “progetti fantasiosi” legati all’allora mister Thiago Motta. Motta, accolto come salvatore della patria (dalla stampa amica o nemica di Allegri, più che dalla tifoseria). Motta colpevole di una testardaggine impietosa, indifendibile dopo l’accoppiata di batoste Empoli-PSV, eppure “difendibile” dopo Firenze, con una Juve a pochi punti dalla vetta. Incongruenze, situazioni al limite. Dove andrà ora la Vecchia Signora è difficile dirlo, se non dentro una tempesta. L’ennesima dal maggio 2019, quando si decise che vincere non era l’unica cosa che contava, ma era dannatamente noioso.
In effetti, ora ci si diverte di più, specie i tifosi avversari. Verrebbe da chiedersi quanti alibi abbiano i componenti di una rosa modesta o ancor meglio sbagliata, assemblata da anni in maniera approssimativa, confusa, i quali riescono sempre nell’intento di buttar la colpa a un solo uomo – si tratta pur sempre della seconda rosa dal più alto valore in Serie A (603 milioni, 100 in più della terza, il Napoli). Colpe da dividersi, è chiaro, ma il punto è un altro. Credevano, sia i suoi fan che gli hater, la Juventus una sorta di Bayern Monaco sabaudo. Algida società che non si piega alle logiche da bar e se ne fotte dei tag da social network.
Avanti per la propria strada, come avrebbe fatto il Presidentissimo Boniperti o la tanto amata/odiata Triade. I conti, semmai, a fine anno, ma niente cambi in corsa.
Non è un caso se, statistiche alla mano, Madama non esonerò un tecnico, durante la stagione, dal 1969 sino al maggio 2009 (AD Blanc, altro periodo di infatuazione francese dei vertici Fiat). La fine del ciclo del decennio targato Andrea Agnelli somiglia in tutto e per tutto a ciò che ancora accade dalle parti di Old Trafford. Addio Ferguson ed ecco spalancarsi il buio. Tra outsider e mister di grido, la realtà è che si gioisce (sic!) per le quattro vittorie consecutive dei ragazzi di Amorim. Evitiamo di elencarvi una girandola di presunti campioni da riempire pagine e pagine intere. Milioni buttati tra le onde dello stretto che li separa dall’Irlanda, mentre la metà blu festeggiava a ripetizione.
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Ecco, la Juve odierna è, fatto salvo il cambio di proprietà, una cosa molto simile allo United. Non si capisce che strada voglia intraprendere. Quale visione abbia, e quale programma tecnico-economico intenda perseguire – qui lo ripetiamo non da ieri, ma da cinque anni. Vincere sperando nella fame di un gruppo mediocre o inseguire la gloria sperperando tutto in figurine? Abbassare il monte ingaggi a colpi di plusvalenze o ingaggiare sopravvalutati? A Torino il mare è lontano un paio d’ore, eppure si naviga a vista. Un giorno è vento di tormenta e l’altro calma piatta. La sera si punta allo scudetto e il mattino l’obiettivo il quarto posto. Bel calcio, ma “con juicio”.
Allenatori pseudo filosofi e scafati lupi di mare si insediano allo “Stadium” tra il caos che regna sovrano. Andirvieni di giocatori, rinnovi esorbitanti, capitani poco coraggiosi, meteore e promesse. Il meglio del peggio, però, è un altro. E cioè che, par di capire, i più confusi non siano i tifosi, ormai ondeggianti tra la rabbia e la rassegnazione. A capirci poco e niente sembra essere una lontana proprietà, rappresentata dalla silhouette di un ex ragazzo promessa non mantenuta, più intento a lavorare di compravendita come un finanziere (vedasi scempio ex Fiat) che a vestire i panni, seppur nella sua modestia, di imprenditore/padrone.
Vendere ai nuovi ricchi delle stablecoin? E chi può dirlo. Dentro quella perenne mareggiata che si chiama Juventus, il nuovo giorno porterà un nuovo allenatore e tante domande senza risposta. Abituati alla mediocrità, la zebra si trasforma, poco alla volta, in una Medea mangia mister, con tanto di buoneuscite da capogiro e risultati deludenti. I bastimenti carichi di vittorie approdano ad altre latitudini. L’orizzonte è infinito, la meta una chimera. I successi miraggi e, soprattutto, quello stile Juve sepolto tra i fondali di un mare troppo profondo per poter risalire rapidamente.