Dall'inferno al paradiso, la storia di una leggenda dello sport.
Se al mai abbastanza compianto Robert Redford bastarono tre giorni per trasformarsi nell’icona cinematografica del “Condor” nel lontano 1976, a un ragazzo sloveno alto e snello come un giunco quello stesso lasso temporale è servito per vedere l’Inferno e risalir di slancio.
In pochi lo ricorderanno, ma se da almeno un anno stiamo consacrando Tadej Pogacar come idolo indiscusso del ciclismo del Terzo Millennio, dobbiamo ringraziare quella frase che il campione di Komenda pronunciò al Tour de France 2023. Poco più di dodici mesi fa. Sembra trascorsa una vita. Il mondo delle due ruote si è capovolto, piegato a un solo, vorace padrone. Un “Cannibale 2.0” con tante scuse al titolare del nickname, la Leggenda Eddy Merckx. Eppure, quella tappa del numero 17 nella corsa gialla di due anni orsono ha marcato uno spartiacque non solo nella carriera del ragazzo del Team UAE, ma dell’intera disciplina.
Atto I. Il giorno di dolore che uno ha
L’incubo che si staglia nell’algida silhouette del rivale di sempre. Quel Jonas Vingegaard che si era già preso la rivincita durante l’edizione passata. Due Tour e uno e ora si lotta per il pareggio. Il Col de la Loze come un calvario da affrontare tra aiuti e sfortune. Via Crucis delirante sotto il sole che brucia tra le vette delle alpi sabaude. Courchevel, nome che evoca l’ultima, epica, firma del Pirata Pantani in carriera, pare talmente lontana da sembrare un miraggio. Quelle parole che sanno di resa. Di boxeur che getta la spugna. In gergo del pedale si usa una semplice quanto lugubre parola. Crisi. Di fame, di freddo, d’intestino, fate voi.
La giornata storta di ogni ciclista, che spesso si attanaglia tra i muscoli del fisico, proprio nelle ore in cui il campione vorrebbe spaccare il mondo. E non è il caso di tornare al Bondone del ‘56 o al Gavia del 1988, tremende bufere da clima artico che spaccarono il Giro, per venire a quel giorno tra le alpi della Grand Boucle. Lo sloveno ha vinto l’edizione 2020, anno singolare anche nello sport, e stravinto quella dell’anno successivo. Imponendo il primo mattoncino della dittatura sul suolo francese già nella prima settimana. Vingegaard secondo vuol significare solo una cosa.
Che nel 2022 si gioca la rivincita. E il danese la vince. Per il 2023 si lotta per il 2 a 2 e par di assistere a quei match iconici di pugilato dove ci si suonava fino a che fiotti di sangue non zampillavano da volti ridotti a carne da macello. Eterno tenzone tra i confini dell’Hexagone. Vingo per il secondo sigillo, Tadej per far capire a tutti che gli incidenti di percorso capitano anche ai migliori. Facile a dirlo, meno a metterlo in atto. Già sui Pirenei vince la tappa, ma l’altro si prende la maglia. Lo scettro del potere da conservar sino ai Campi Elisi per poi mostrarlo ai sudditi danesi.
Gli stessi che, grazie al ragazzo di Hillerslev possono gioire senza vergogna. Dimenticandosi in fretta dei trionfi fraudolenti di Riis o delle patetiche bugie di Rasmussen. Il 19 luglio l’arido asfalto savoiardo si tramuta nell’Inferno su terra del due volte campione. Centosessantasei chilometri e l’attesa di tutti per un attacco di Pogi. Lo squadrone dell’UAE si mette a disposizione, ma a dar buca è proprio il capitano. Yates tira, peccato sia il gemello sbagliato e non il suo compagno di team. A 14km dalla vetta si stacca. Soler a cercare di scortarlo per riagganciare il gruppo dei migliori. Il compianto Gianni Mura ci avrebbe dipinto un pezzo dei suoi il giorno dopo, ma anche lui ha deciso di lasciare queste montagne per salir ad altra dimensione.
Gli ultimi duecento metri sono il suo Calvario. A zig zag come fosse un ubriaco fuori da una bettola. Le spalle che spingono perché la gambe non ne hanno più e chissà se mai ne hanno avuto in questa ascesa dove manca l’aria e il sole fa ribollire anche il sudore sulla tua schiena. Non ha nemmeno la forza di staccare Soler, che lo ha trainato per tutto il Col. E quelle urla che gracchiano alla radiolina dell’ammiraglia quando si arrende all’inevitabile. “I’m gone! I’m dead!”. Becca oltre sette minuti. Gli tocca lottare per il podio, mentre il giallo ha preso la via della Danimarca.
Atto II. The Rising
Eppure, per capire chi è, o ancor meglio, come Tadej Pogacar sia diventato quello che oggi tutti conosciamo, bisogna addentrarsi tra le pieghe di una psiche che raggiunge la sua completa maturità tra quei tre maledetti giorni del luglio ‘23. Caduta e ascesa, senza nemmeno il tempo di capire il perché. Come un’onda che travolge uno scafato surfista. L’acqua che ti trattiene a fondo, mentre le correnti ti strappano dalla riva, in balia del vento. Apnea pura. Talmente potente da risultar veloce. La sofferenza, la morte vista in faccia che, come per i piloti di Formula 1, alimenta il coraggio e l’adrenalina.
La voglia di risalire, troppo forte da metter da parte. La risurrezione, sportiva ovviamente, che si completa quando l’alloro del trionfo è ormai tardivo, ma non fa nulla. Sono passate 72 ore dallo schiaffo di Courchevel e il responso finale lo sanno già tutti. Manca solo la ceralacca che certifichi l’apoteosi di Vingegaard all’edizione 110 della corsa. Prima della sfilata finale, un passaggio sui Vosgi. Mille metri mal contati, una scampagnata rispetto a Pirenei e Alpi. Non poteva essere questa la tappa da far saltare il banco e, infatti, fila tutto liscio. I duellanti, come nel film di Ridley Scott, si punzecchiano, provano a staccarsi, si riprendono, ma il rispetto avvolge entrambi.
In mezzo, l’austriaco Gall nei panni del testimone. Ha vinto tre giorni prima e si gode ancora qualche chilometro di gloria. Da Belfort a Le Markstein, dove Oltralpe sfiora quel che un tempo era l’arcinemico teutonico, in un fazzoletto di terra che trasudava carbone, odor di ferro bruciato e ora è tutto un tentativo di riconvertirsi a chissà quale business. Francia, Germania, Svizzera, un pizzico di Lussemburgo. Retaggi di emigrazione italiana da post Secondo dopoguerra, ma qui di italiani manco l’ombra. Ciclismo in crisi, quello tricolore. Ci sono un danese, uno sloveno e una tappa da onorare.
La regola aurea di questo sport tanto bistrattato quanto eroico, vorrebbe che il leader di classifica ceda il passo allo sconfitto, controllandolo alle spalle senza che questo s’inventi pericoloso fuggiasco di giornata. Così avviene, infatti. La fredda cronaca recita Tadej Pogacar primo, Felix Gall secondo, Jonas Vingegaard (stesso tempo) terzo.
Distacco da classifica finale: 7 primi e 29 secondi. Non è record, ma nemmeno banale consuetudine. Quel che è speciale è la fotografia dell’arrivo. Yates lancia Pogi, il danese risponde. Volata. “Pedala, pedala”, cantava Gino Paoli nel 1985 ricordando il Campionissimo Fausto Coppi. Lo sloveno pedala, quel tanto da alzarsi sul sellino come un falco si alza in volo. Gli altri mollano, la tappa è sua. L’esultanza è da trionfatore inatteso. Rabbiosa. Liberatoria. Forse, profetica? Può darsi. Quanto è lontano quel rantolo di umiliante dolore urlato all’ammiraglia. “I’m gone. I’m dead”. Il ciclismo prende, il ciclismo riconsegna. Un’altalena di emozioni che scavano il volto orgoglioso di un venticinquenne che sembra aver capito che la sua gara, contro tutto e contro tutti, è appena cominciata.
Atto III. Don’t stop me now
Pochi dati, altrimenti pare un copia e incolla wikipediano. Oltre 100 successi a ventisette anni di età. Grandi giri, corse di un giorno, crono, volate e fughe in solitaria. Una vittoria su tutte. Il primo mondiale africano, l’attacco sul Monte Kigali, l’arrivo da solo tra gli altopiani del Ruanda. Mitico, anche nelle sconfitte. (Ri)vedere per credere il triello della Sanremo della scorsa primavera.
Al calar della stagione 2025, Tadej Pogacar è il re indiscusso di un universo che ha ritrovato linfa vitale, dopo anni di falsi campioni, processi, farmaci proibiti e credibilità cancellata. Lo sloveno è il capofila di una nuova generazione esplosa a cavallo di due decadi, l’attuale e la passata, che lotta per ridare slancio a un movimento intero. Tadej Pogacar il nuovo cannibale. Tadej Pogacar l’antipersonaggio, che vive a Montecarlo con la fidanzata, ciclista anch’ella.
Di riviste patinate e dipendenza da social manco l’ombra. Tadej Pogacar che, al termine dell’ultimo, trionfante Tour ha dichiarato di essere stufo di correre. “Non credo che smetterò subito, ma non mi vedo a lungo in attività. Le Olimpiadi del 2028 sono uno dei miei obiettivi. Dopo, potrei iniziare a pensare al ritiro”. Una frase profetica quasi come quell’esultanza sui Vosgi. Trent’anni, l’alloro olimpico (magari con il sogno strada – crono in mente) e i saluti. D’altronde, nonostante un’agguerrita concorrenza, da Van der Poel a Vingegaard, da Evenopoel a Del Toro, l’unico che può permettersi di fermare davvero il fenomeno di Komenda è proprio Tadej Pogacar in persona.
Copertina: Photo News / Panoramic / Insidefoto