Poco più di 400 chilometri separano Casalecchio di Reno, periferia industriale di quella “vecchia signora dai fianchi un po’ molli” che si chiama Bologna, dal borgo di San Rocco Castagnaretta, ultimo avamposto padano prima che le alpi circondino la Provincia Granda. Tre ore di viaggio, se decidete di aprire il gas della vostra auto. Quindici anni, un fallimento e una rinascita sotto nuovo nome se si parla Volley Cuneo, fu Piemonte. Squadra che raggiunse il suo apice nell’indimenticato V-Day del 9 maggio 2010. Lo scudetto, unico sino a oggi, vinto contro Trento, nell’arena emiliana nella prima finale unica della storia della pallavolo nazionale.
La sera dello scorso 24 aprile, battendo Brescia per due gare a zero, i biancoblu sono tornati ufficialmente in Superlega (la vecchia Serie A1), dopo un decennio trascorso tra la lotta nelle categorie inferiori e la nostalgia per quello che è stato e che poteva essere. Già, perchè il venticinquennio passato ai massimi livelli del volley nazionale e continentale, racconta di una squadra vincente, ma quasi sempre grazie a fiammate potenti come una schiacciata di Gigi Mastrangelo. Estemporanei godimenti che non hanno mai portato all’epica da dinastia di una Parma, Treviso o Trento. Serie che stavano per aprirsi e si fermavano sempre un attimo prima di quel magic moment. Un malinconico “vorrei, ma non posso”.
Parole che si riflettono dentro quella regione dove Cuneo è incastonata. Un contorno d’Alpi dove, di tanto in tanto, spira una sottile brezza marina che giunge dalla Riviera di Ponente.
Cuore di un Piemonte che, calcio a parte, vive un rapporto d’amore e odio con i successi dei propri club cittadini. Vittorie inattese. Cicli brevi. Cadute rovinose, per le quali occorre tempo per risollevarsi. C’è stato un istante in cui Cuneo (Alpitour, Noicom o Brebanca, fate voi) era il sollievo a un male che la sola Juve, e il Toro in passato, erano riusciti a curare. Possibile che, dentro quell’angolo di Paese che ha visto nascere l’Italia unita, lo sport a squadre viva solo di picchi inaspettati? Trionfi ingialliti come vecchie Polaroid che faticano a ripetersi nella nostra contemporaneità.
Maledetto “pallone”. Devono pensarla in questo modo i tifosi o i semplici appassionati delle altrui discipline di squadra, che abitano dentro un territorio esteso ed eterogeneo. Le radici storiche, tra Asti, Torino e, appunto Cuneo. I laghi alpini che scendono fin nelle risaie che quasi paion più lombarde che piemontesi.
Le zanzare, tanto care al Vassalli de “La Chimera”, mentre il terreno si fa brullo e gli appennini liguri disegnano un orizzonte che nasconde il mare. Otto province, cinque milioni di abitanti mal contati, eppure di roccaforti sportive vere e proprie resta difficile trovarle.
“La Granda” fa onore alla pallavolo, considerato che, la prossima stagione vedrà ai nastri di partenza della A maschile e femminile, le due compagini cittadine. Nessuna speranza di titolo, a meno di pesanti cadute delle corazzate Trento e Conegliano. Un buon punto di partenza. Senza dimenticare Novara. La “Agil” del mito Lorenzo Bernardi, campione CEV in carica, che tra le ragazze è ormai realtà. Il volley piemontese è salvo. Sospiro di sollievo, ma il resto? Basket, rugby, pallamano, hockey sul ghiaccio sembrano un contorno a un piatto che non profuma di sapori locali.
Il football la fa, troppo, da padrona a queste latitudini. Ombra immensa che tutto oscura, anche con le competizioni femminili, se pensiamo che in quel di Vinovo ora spingono forte anche le bianconere (più dei maschi nell’ultimo quinquiennio).
E pensare che vi era un tempo in cui, perlomeno, la palla a spicchi del capoluogo dava filo da torcere.
L’Auxilium di Augusto Giomo prima e Gianni Asti poi, sempre sul filo della vittoria bramata che mai arriva. Il fallimento, il ritorno, la Coppa Italia del 2018 e la caduta definitiva dei gialloblu torinesi. Il gran ritorno aveva fatto da contraltare al declino di Biella, per un decennio circa alter ego di Auxilium nel massimo campionato di basket. Vittorie, partite epiche, trofei sfiorati, ma senza quell’alloro che ti cambia la vita, consegnadoti al pantheon degli indimenticabili. Citiamo la pallacanestro non a caso, perché, per gli altri sport, il sipario cala subito. Leghe minori, campionati dilettanteschi, passione giovanile e vecchi club universitari.
Al tirar delle somme, però, il piatto piange. Ironia della sorte, in quel lembo di terra da cui partì la riscossa risorgimentale verso l’idea di Paese unito, l’identità sportiva di squadra scompare.
Esagerazioni? Puo’ darsi e allora spostiamoci sull’A4 verso Oriente. Nord Ovest vs Nord Est, davvero non val la pena fare un raffronto. La pallamano, dall’azzurro del golfo triestino foriero di scudetti addirittura esonda verso l’Emilia, prima di trovare casa nel profondo meridione. L’hockey su ghiaccio è felice abitudine nel bellunese e ancor di più tra le scintillanti vette alto adesine. Senza parlare del rugby. Religione che profuma d’erba misto fango e sudore, venerata come non mai tra Treviso, Padova e Rovigo. La santissima trinità della palla ovale, cantata in “Album d’Aprile” da qualcuno che di cose venete ne sa qualcosina e oltre come Marco Paolini.
Superiorità schiacciante. Netta. In mezzo a questo anfiteatro naturale da dove sgorga il corso d’acqua più lungo d’Italia si gioca sulla difensiva. Totalmente in balia del calcio, in attesa che la Cuneo sottorete, poco importa se uomini o donne, torni a incantare. Novara ci tiene a galla, mentre noi schivi, riservati, un po’ francesi nostalgici grandeur, un po’ liguri imbronciati, ci culliamo verso un passato glorioso, ma troppo lontano.
Perchè se addizioni Piemonte a sport il risultato è uno solo. La bicicletta. Niente a che vedere con i bolidi attuali. Quel vecchio arnese grigiastro, incastro di tubi lievi e arrugginiti che sormontano un sellino striminzito. Due gomme sottili come “tajarin”. Un manubrio sbilenco e sopra le sue braccia. Una silhouette pallida e magra che sbuffa come una locomotiva. Fausto Coppi da Castellania. Colli tortonesi che si lanciano verso l’infinita pianura. Leggenda e mito nella stessa figura. Simbolo della rinascita del secondo dopoguerra, quando gli eroi erano gente comune.
Volti da pellicole neorealiste che facevano sognare una generazione che doveva ripartire dal nulla. L’Airone e il Grande Torino. Sintesi sportiva italiana racchiusa in una sola regione. La stessa che ora vaga alla ricerca di un campione o di un team da esporre in prima pagina e che fino agli anni Cinquanta sfoggiava decine di grandi ciclisti cresciuti all’ombra di Fausto e dell’altro “campionissimo”, Costante Girardengo (provincia di Alessandria, ma meglio specificare novese). Il “DiavoloRosso” Gerbi (musicato da Paolo Conte), Cuniolo, Brunero, Camusso. E poi Marchisio, Balmamion e Defilippis. Epoche troppo lontane. Filippo Ganna, proiettile del Lago Maggiore, perchè non dedichi anima e corpo alle Classiche per spezzare il duopolio Pogacar – Van der Poel?
Ganna, signor cronoman, lui sì che darebbe linfa allo sport regionale. Difficile aggrapparsi ai pur competitivi Sonego e Vavassori, entrambi cuore Toro, soprattutto se il tennis odierno si trasforma in una diatriba tra quei due mostri invincibili come pare debba accadere. Un tempo la fiche si sarebbe gettata sullo sci. Un erede di Piero Gros da Salice d’Ulzio, magari. Attesa vana e beffarda, visto che la divina Brignone rivendica orgogliosa salde origini valdaostane. Nemmeno ci salva il tornare alla casella di partenza: il calcio. Di glorie locali tabula rasa. E dire che siamo la terra natia di Giovanni Ferrari, Giampiero Boniperti e Gianni Rivera, che nell’hall of fame della bistrattata nazionale sono in pole position. Non ci resta che l’appiglio alla Storia (sportiva).
Profondo Piemonte. Il profumo del mosto si rincorre tra le verdi colline langarole. Piante di nocciole all’orizzonte. Il vento soffia lieve dalle Alpi Marittime.
Laggiù, tra quel pugno di villaggi esaltati dalla penna di Pavese e Fenoglio, pulsa forte l’amore per la pallapugno. Gli sferisteri gremiti. Romantici racconti di vecchi appassionati, tra una boccata di sigaretta e il rumore sordo della sfera che sembra spaccare il muro di cemento. Qui siamo re. Qui la facciamo da padrona. Grandi battaglie con gli atleti dell’imperiese e il resto della Penisola rimane fuori.
E allora ti accorgi che, in fin dei conti, è giusto così. Il vecchio Piemonte zona di confine austera e passionale, resta attaccato alle radici di un tempo. Pallapugno, bocce, biliardo. Persino la pesca, tra le strette vallate occitane. O, magari, una domenica di settembre a tifare per le contrade del Palio d’Asti. Civiltà contadina abituata a scandire il tempo tra un campo da zappare, un pascolo da riempire, una risaia da coltivare. La schiena piegata, sbuffi che sanno di intercalare. Parole poche, che il fiato serve per domare la terra e gridare ai buoi. Il lavoro come mantra. Il successo lo lasciamo agli altri, milanesi primi tra tutti.
Non ci resta che il calcio e badate bene che il Toro tiene testa alla Juve da queste parti.
Le squadre locali, dai grigi alessandrini alle “bianchecasacche” della Pro Vercelli tutte impigliate nella giungla delle serie minori. Ogni tanto, dal cilindro esce un Novara capace di schiantare l’Inter. Lampi improvvisi, come i falò che illuminavano il cielo d’estate la notte di San Giovanni.
Cuneo Volley, giovane e, si spera, degno erede della generazione dei Prandi e dei Giuliani, per il momento è un’attesa.
L’arrivo di Ivan Zaytsev come un segnale che non si scherza, tra le mura della città dei sette assedi. Da lì a tornare a vincere come nei Novanta il passo è lungo. Si parte in retrovia. Basso profilo. Un occhio ai giovani, l’altro ai sogni. Che basti questo mix per chiudere gli occhi e tornare a riveder le stelle di qualche decade fa è ancor presto per saperlo. L’idea di assaporare quella fulgida epopea è, di per sè, già una vittoria. E la mente viaggia indietro nel tempo. Quando, grazie a una combattiva provinciale, per una volta, lo sport di squadra in Piemonte non si fermava ancora al caro e vecchio “balòn” torinese.
Come si diventa il Re del volley? Il talento da solo non basta. Servono allenamento mentale e olio di gomito. Dopo essere diventato una leggenda della pallavolo sulla sabbia e sul mondoflex, ora si appresta a diventarlo anche in panchina.
Leggi, approfondisci, rifletti. Non perderti in un click, abbonati a ULTRA per ricevere il
meglio di Contrasti.