Tra le tante, e spesso inefficaci, riforme degli ultimi anni nel Campionato di Serie C abbiamo segnato anche l’introduzione delle cosiddette “Squadre B” o formazioni “Under 23”. Una novità fortemente voluta da alcuni club di Serie A e accolta a braccia aperte dal presidente di Serie C dell’epoca, Gabriele Gravina: l’obiettivo era in primis quello di valorizzare i giovani, possibilmente italiani, e poi di dare un aiuto al lacunoso terzo campionato professionistico italiano. La Lega Pro in questo senso sarebbe stata un’esperienza molto più formativa, anche in proiezione futura, del poco utile campionato Primavera.

 

Finalmente, si diceva sulla scia del modello spagnolo, un modo per lanciare i giovani, pratica per cui in Serie A mancano tempi, pazienza e coraggio. Peccato che a distanza di due anni l’unica a muoversi in tale direzione sia stata la Juventus, la società che più di tutte ha spinto per l’introduzione, la quale il 3 agosto 2018 lancia la formazione Under 23 che prende parte, per la prima volta, a un campionato professionistico di calcio nel girone A della Lega Pro. Ma perché nessun altro ha seguito questa strada, pure invocata in precedenza da molti?

Mediamente un campionato in Serie C costa quindi ai club tra i 3-4milioni di euro, considerando una stagione da metà classifica senza playoff.

Atalanta, Inter, Milan, Lazio e Roma hanno rinunciato spaventati anche dalla difficoltà dei campionati stessi; per quanto riguarda quest’ultima, ad esempio, ci si è resi conto che la Roma U23 si sarebbe trovata nel Girone C del campionato, uno dei più complicati della Lega Pro, con formazioni del calibro di Bari, Reggina, Avellino, Catania, Catanzaro, Ternana. Una sorta di Serie B anticipata, che avrebbe richiesto una rosa e un’organizzazione all’altezza.

 

Ma non si tratta solo della complessità del campionato: un club in serie C comporta infatti ulteriori costi di gestione per una squadra di A, che non verrebbero poi ripagati in alcun modo. Basti pensare che la fideiussione d’iscrizione, per le Squadre B, è pari a 1,2 milioni di euro, cifra che serve solo come garanzia di iscrizione al campionato. Mediamente un campionato in Serie C costa quindi ai club tra i 3-4milioni di euro per una stagione da metà classifica, senza playoff; questo senza considerare, poi, la difficoltà di allestire una rosa ampia e competitiva.

 

Claudio Lotito, Presidente dell’US Salernitana, durante il match casalingo contro l’Ascoli (Foto Francesco Pecoraro/Getty Images for Lega B)

 

Ed è proprio per questa ragione che le società di A e B continuano ad attuare la politica dei prestiti, ben accolta dai club di Serie C i quali, per l’utilizzo di quei giocatori, spesso si vedono corrispondere un premio valorizzazione utile per le casse della società. Senza considerare che alcuni presidenti preferiscono acquisire le quote di club “minori”, le cosiddette multiproprietà, con cui far crescere i calciatori del proprio vivaio: il primo pensiero va a Claudio Lotito, patron di Lazio e Salernitana, con il club campano nella sua orbita ormai da anni.

 

Le multiproprietà però si muovono in un vuoto legislativo e soprattutto – comprensibilmente – non risultano gradite ai tifosi: a Salerno per esempio, nonostante gli ottimi risultati nel campionato cadetto, Lotito non è visto di buon occhio dal pubblico, ed è forte la preoccupazione che la società non coltivi ambizioni di promozione dato il conflitto d’interessi con la Lazio (secondo le norme vigenti, un presidente non può avere due club nello stesso campionato: norma forse aggirabile, ma che in questo limbo o andrebbe abolita o, meglio, estesa).

 

Così, a distanza di due anni dall’entrata in vigore della riforma, l’introduzione delle squadre B si è rivelata un vero e proprio fallimento. Per ora anzi ha portato vantaggi solo alla Juventus, ma non vantaggi tecnici come ci si poteva augurare all’inizio: è diventata al contrario uno strumento per giustificare l’altissimo numero di calciatori nelle proprie fila e, soprattutto, per generare plusvalenze “parcheggiando” giocatori con curriculum di tutto rispetto in attesa di nuove destinazioni. 

 

Squadre B Juventus

Matheus Pereira Da Silva mentre calcia il rigore contro l’Alessandria (Foto Filippo Alfero – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

Come sottolineato da Pippo Russo, giornalista d’inchiesta, in questa sessione invernale di mercato la Juventus U23 e il Barcelona B si sono rese protagoniste di uno scambio sui generis. Matheus Pereira da Silva – dopo l’esperienza in Lega Pro nella passata stagione, e i primi mesi della stagione 2019/20 in Francia presso il Dijon – ritorna a Torino per poi partire in direzione Barcelona B. Al tempo stesso Alejandro José Marques Mendez, blaugrana, arriva in Italia per prendere parte al campionato di Serie C: entrambi cambiano squadra, ma soprattutto entrambe le società segnano un + 8milioni nel proprio bilancio.

 

Anche la Supercoppa Italiana, giocata a Doha in Qatar, è stata occasione per portare a termine delle trattative. Dopo l’addio di Benatia della passata stagione, quest’anno la formazione bianconera ha salutato Mario Mandzukic e Kwang-song Han: l’atleta nord coreano è stato venduto all’Al-Duhail per 5 milioni, dopo aver passato la prima parte della stagione proprio nella Juventus U23 (dove ha collezionato 17 presenze e nemmeno un goal). Un’altra operazione proveniente dalla formazione di Serie C che ha generato l’ennesima plusvalenza da iscrivere a bilancio.

 

Non sono da sottovalutare poi i trasferimenti di giocatori meno noti, ma di “altrettanto” valore, come Eric Lanini, che a gennaio è passato al Parma per poi esser girato in prestito al Como, e Stefano Beltrame, approdato al Cska Sofia per la cifra di 500mila euro. Piccole transazioni provenienti dalla squadra B che, tuttavia, portano un plus significativo che aiuta la società bianconera a bilanciare il fair play finanziario. 

 

La contestazione dei tifosi dell’Arezzo alla Juventus U23

 

Insomma è chiaro: la riforma non ha portato giovamenti né al “movimento” per lanciare i giovani né al campionato di Serie C. Al tempo stesso non sono mancate le proteste dei tifosi che, contrariati dalla scelta della federazione, hanno disertato gli spalti in occasione delle sfide contro la Juventus U23; questi hanno visto l’introduzione delle squadre C come una vera e propria ingerenza nei confronti del calcio provinciale, tra cui spiccano alcuni grandi piazze per storia e tradizione. 

 

Il calcio italiano, per decenni, è stato infatti caratterizzato dagli scontri tra formazioni di provincia: al contrario di quanto si possa immaginare i campionati di Serie B e C sono stati considerati tra i più competitivi a livello europeo, rispetto ad altri paesi in cui non hanno un simile radicamento storico e culturale. È in questo contesto che misure come la possibilità di convocare dei fuori quota o di muovere calciatori dalla prima alla seconda squadra, suonano a dir poco stonate.

 

Pensate che alcuni calciatori bianconeri vantano un secondo numero, a seconda che siano convocati in prima o in seconda squadra. Tutto ciò stravolge inoltre il concetto stesso di squadra e spogliatoio per come sempre li abbiamo intesi, per non parlare del valore dei campanili e della maglia. 

 

Gabriele Gravina, presidente FIGC, e Francesco Ghirelli, presidente Lega Pro, al Centro Tecnico Federale di Coverciano. (Foto Gabriele Maltinti/Getty Images)

 

La Serie C ha bisogno di altro per tornare ai livelli degli anni ’90 e primi 2000. Un campionato con 60 squadre è oggi insostenibile, a partire dai costi di gestione di un club professionistico: pensiamo ai soli contratti dei calciatori, decisamente troppo elevati. In uno scenario in cui le uniche (e ridotte) risorse arrivano dai diritti televisivi, abbiamo assistito negli ultimi tempi alla scomparsa di sempre più club ricchi di storia sportiva; anche per questi motivi Ghirelli, numero uno della Lega Pro, ha introdotto i premi di valorizzazione per i giovani “under”.

 

La crisi economica della serie C si è spinta al punto tale da produrre, lo scorso dicembre, anche un clamoroso sciopero dei campionati, con la proposta (non accolta) di defiscalizzazione; una seconda richiesta riguardava le scommesse, o meglio la possibilità di destinare l’uno per cento di quei proventi a sostegno dei club di Lega Pro: anche in questo caso, picche.

 

Sconfitte in serie, che prolungano l’agonia di un campionato che fino al 2000 aveva un appeal decisamente diverso: stadi pieni, club importanti, campagne acquisti degne di un campionato professionistico e non viziate da prestiti e plusvalenze. Un torneo seguito anche fuori dai confini nazionali e che oggi invece si sta lentamente svuotando, con o senza squadre B.