Kimi Raikkonen nella sua stagione da “maggiorenne” in F1 compie 40 anni. Classe 1979 – “Good times” come cantavano gli Chic – il più anziano del circus rimane per velocità, voglia di vincere e capacità di coinvolgere il pubblico, lo stesso ragazzo che nel 2001 si presentò senza famiglia e senza CV in Formula 1, nell’anno del debutto di Fernando Alonso e Juan Pablo Montoya. Un personaggio senza tempo.

 

Kimi è l’unica personalità in grado, grazie ad un distacco emotivo leggendario, a collegare epoche di motorsport vicine e insieme lontanissime, dalle botte da orbi dei piloti liberi e carismatici di ieri ai post di Instagram dei piloti politicamente corretti e digitalizzati di oggi, Kimi vive e regna ancora da protagonista (non volontario), perché l’unica cosa che gli importa è impugnare il suo steering wheel e guidare.

 

Il trionfo di Kimi su McLaren-Mercedes a Suzuka nel 2005

 

Se possiamo festeggiare in pista il neoquarantenne di Espoo, non fisicamente in sua compagnia – purtroppo o per fortuna – è grazie al fatto che nel 2000 non si facessero i test social-network agli aspiranti piloti, più di tutto contava la lungimiranza dei manager. Quella che ebbe Peter Sauber nell’avere la meglio sulle strategie di marketing di Helmut Marko dopo un test sulla pista del Mugello. Difficile immaginare un giovane Kimi passare il test di valutazione media-influencer, infatti, ma l’intuito di Sauber gli permise di debuttare al Gran Premio di Australia 2001 con una Superlicenza provvisoria e dopo un solo test al Mugello in cui, tra le altre cose, la presenza del team Ferrari e Michael Schumacher non fu ininfluente, anzi, decisivo fu il fil rouge che nacque in quella occasione e che lo portò qualche anno dopo alla corte di Maranello.

 

L’ignoto esordiente venuto dal nulla iniziò immediatamente a dimostrare di sapere esattamente cosa stava facendo: guidare un’auto di Formula 1 il più velocemente possibile.
E’ un ragazzo che è riuscito a far parte di un triumvirato di debuttanti tra i importanti della storia della Formula 1, insidiare il Kaiser negli anni d’oro, di vincere un Mondiale piloti al volante di una Ferrari, decidere di smettere con la stessa Formula 1 per concorrere nello sport nazionale per eccellenza in Finlandia, i rally “più divertenti e meno pressanti”, di fare il compagno di squadra di un certo Sebastien Ogier, di correre con le motoslitte, di ritornare prima in F1 con la Lotus e poi di farsi riprendere dalla Ferrari, tutto con lo stesso disinteresse apparente con cui le persone ordinano un caffè al bar.

 

Iceman sorridente con la divisa della Ferrari

 

Kimi Raikkonen appare, per il suo carattere e per la forma in cui lo esprime, contrario alle regole del buon costume. Un paradosso vivente, uno che sotto a quella ben celata riservatezza ha un mondo fatto di benzina (con valori di alcool e ottani variabili) e velocità, uno che si è iscritto ai social l’altro ieri perchè l’hanno costretto. E il suo primo post è già iscritto nella antologia letteraria moderna: “this time I don’t know what I’m doing” – autocitando il già suo “leave me alone, I know what I’m doing”. Notoriamente inanimato e poco comunicativo, la sua espressione gelata maschera profonde caratteristiche distintive in uno dei personaggi più fighi e originali della Formula 1: basso profilo, amore puro per la guida di auto da corsa, passione per gli alcolici. E poi c’è l’indifferenza verso qualsiasi cosa al di fuori del suo mondo, lontano anni luce dal divo Lewis Hamilton da questo punto di vista.

 

Tuttavia, possiede qualcosa che manca a molti sportivi moderni: il carattere. E’ a lui e a Fernando che si deve il valore di entertainment dei team radio moderni, ma prima ancora dei momenti salienti – non per meriti sportivi – presenti in centinaia di video su youtube: il ritiro e la passeggiata direttamente verso lo yacht a Montecarlo nel 2006 con la McLaren, il gelato mangiato in Malesia dopo il ritiro con la Ferrari nel 2009 fino alla escursione fuori pista a Interlagos 2012 con la Lotus. Epico perchè umano, autentico.
Kimi Raikkonen è l’esaltazione della normalità della vita vissuta nella straordinarietà di un talento, quello per la guida, e nell’elitarismo di uno sport, quello della Formula 1.