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Vito Alberto Amendolara
28 Aprile 2021

Il Manchester City è quello dei Gallagher

Noel e Liam: fratelli divisi da tutto, ma uniti dal City.

Il 28 Aprile 1996 è una domenica come tante a Nord delle Midlands. Il cielo è plumbeo come sempre, là dove i fumi industriali si mescolano alla danza confusa delle nubi britanniche, certe quanto imprevedibili. Però non piove e da quelle parti, in primavera, è già una notizia. Esattamente come la sera prima, intorno a Moss Side l’atmosfera è elettrica. Non è solo a causa della più radicata tradizione del quartiere, la celebre Royal Brewery che tra le altre ha regalato ai sudditi di Sua Maestà fiumi di McEwan’s e Harp Lager. E non è certo per merito del diroccato Manchester City della stagione ‘95/’96, che solitamente gioca da queste parti.

I Citizens nel weekend hanno perso a Birmingham non solo una partita, ma le speranze di permanenza in Premier League (definitivamente affossate dal Liverpool, nel pareggio interno della settimana successiva). Ci sarebbe ben poco da festeggiare a Maine Road, la casa del City, eppure 40.000 persone stanno letteralmente impazzendo. Noel Gallagher ha appena imbracciato una Epiphone Sheraton, verniciata per l’occasione con i colori dell’Union Jack, e sta scaldando la folla con i 5 minuti di delirio elettrico di The Swamp Song, che però lasciano il main stage orfano del frontman degli Oasis.

Una felpa del City. Acquiesce. Maine Road. I Gallagher e il Manchester City.

A pochi passi dal palco, Liam Gallagher indossa una camicia a quadretti, ma nemmeno l’adrenalina e qualche sostanza sintetica possono scaldare ‘Rkid in una notte rigida come quella che aleggia sopra Moss Side. Così, prima di inaugurare una delle serate più memorabili della storia musicale britannica, Liam afferra una felpa da allenamento color avio del City, abbandonata nel backstage, e la indossa, entrando direttamente nella storia della cultura pop inglese.

Quando il riff in LA esplode in tutta la sua potenza, è ora di saltare sul palco per cantare la prima canzone tra il baccanale, finalmente completo, della folla. È Acquiesce, capolavoro di Noel, inizialmente abbozzata per essere regalata proprio ai Citizens come inno, ma poi diventata la canzone più rappresentativa della musica dei fratelli, con le voci che si mischiano e si confondono: è il manifesto della band of the people prima che, dopo quel concerto, diventi definitivamente band for the peopleUna felpa del City. Acquiesce. Maine Road. I Gallagher e il Manchester City.

Maine Road
Noel di fronte ai 40.000 di Maine Road, il primo concerto in uno stadio degli Oasis. E non poteva essere che la casa del City

Nati da una famiglia di origini irlandesi, Noel aveva sin dalla prima infanzia deciso di sostenere gli Sky Blues come il padre, nonostante il resto della famiglia fosse sostenitrice della parte prestigiosa e rossa della città. Liam invece deve la sua fede al Professor Walsh, tifoso scatenato del City, che aveva portato con sé una decina di ragazzi della scuola elementare a una sessione di allenamento del portiere Joe Corrigan a Maine Road. Lì anche il più piccolo dei Gallagher aveva deciso: cuore Citizen.

Negli anni ’80 la ritmica mancuniana della classe proletaria aveva un refrain ricorrente e potente: le birre la sera al pub, le risse subito dopo e la partita il sabato pomeriggio.

Un rito operaio a cui i Gallagher non si sono mai sottratti nemmeno nelle stagioni più sfortunate, tra banane gonfiabili sulle gradinate di Maine Road e trasferte movimentate negli stadi del Regno. Le amicizie con le firm degli hooligans del City, prima della censura thatcheriana, tra cui Mayne Line Crew, Young Guvnors e Under-5s, ricordano il passato turbolento soprattutto di Liam. ‘Rkid era decisamente intollerante ai Diavoli Rossi, e leggenda vuole che si sia appuntato sul parka diverse medaglie: prima sfregiando l’auto di Paul Ince, poi addirittura asportando una delle portiere alla macchina di Eric Cantona.

Anche quando la musica entra prepotentemente nella vita dei fratelli, il City non li abbandona. Il disco d’esordio è un prodigio che suona potente e perfetto dalla prima all’ultima traccia. Il timbro graffiante di Liam che esplode in quel “I live my life in the city”, incipit indimenticabile di Rock ‘n’ Roll Star, è la scintilla che accende il fenomeno Brit Pop nel paese. La copertina di Definitely Maybe è un concept semplice quanto iconico: ritrae la band casualmente disposta in una stanza, con svariati oggetti di contorno. Tra questi, appoggiata al caminetto, la foto di Rodney Marsh, attaccante del City di metà anni ’70 acquistato all’epoca per la cifra record di 200.000 sterline.

Definitely Maybe Oasis Gallagher Manchester City
La copertina del primo album degli Oasis, “Definitely Maybe”. A destra la foto di Rodney Marsh.

Quasi fosse un contrappasso dantesco, la fama dei fratelli Gallagher è indirettamente proporzionale alla sorte del loro amato City. Il 21 Agosto 1997 esce Be Here Now, che rappresenta l’apogeo della fama della band di Manchester. Il disco brucia qualsiasi record e nella prima settimana raggiunge l’astronomica quota di oltre un milione di copie vendute. È anche l’inizio della peggiore stagione nella storia del club che, per la prima volta, retrocede nell’inferno della terza serie inglese.

Undici anni dopo, il 28 Agosto, a Parigi, una delle innumerevoli liti tra i due fratelli sfocia in un insanabile contrasto che porta The Chief all’abbandono della band e dunque allo scioglimento degli Oasis. Contemporaneamente l’emiro Al Mubarak getta le basi per la creazione di una squadra stellare. Pochi giorni prima che a Rock en Seine volino chitarre e cazzotti, una gigantografia di Carlitos Tevez, fresco rinforzo per Mark Hughes, scippato allo United, accoglie la città con un laconico ‘Welcome to Manchester’ virato in colore Sky Blues che si fa beffa del recente passato dell’Apache.

Gli Oasis non esistono più. Noel inaugura il progetto solista Noel Gallagher’s High Flying Birds, che dissemina qualche sporadica hit e porta sul palco uno stendardo del Manchester City come parte integrante della scena. Anche Liam prima con il fugace esperimento dei Beady Eye che raccoglie le ceneri degli Oasis, poi con la sua cavalcata solista verso le prime posizioni della classifica, piazza un telo da mare marchiato Adidas (collezione Spezial) con la sigla MCFC.

Il City vince e incanta. Mancini riporta i Citizens al trionfo, mettendo in bacheca una FA Cup e poi riportando il club ai vertici del calcio di Sua Maestà.

In seguito verranno gli anni di Pellegrini e Guardiola, di Agüero, Sterling e De Bruyne, gli anni di altri titoli e del calcio stellare; gli anni del sogno europeo sempre accarezzato ma ancora mai assaporato. Gli anni di successi e onori per il City, fino a oscurare anche l’ingombrante presenza dello United involuta nei drammi del dopo-Ferguson. Noel, come sempre serafico e velenoso, dirà in seguito: «Se avessi saputo che sciogliere gli Oasis avrebbe significato, per il City, vincere la Premier, lo avrei fatto quindici anni fa».

Oasis Maine Road Gallagher Manchester City
Il ticket originale della seconda serata a Maine Road. Sempre fedeli, rigorosamente in divisa sugli spalti Liam, Noel e il bassista Guigsy. Si rifiutò invece di aderire all’iniziativa l’altro membro fondatore Paul Arthurs, detto Bonehead, tifoso del Man Utd.

Maine Road è ormai un cumulo di macerie. Il City gioca le sue partite casalinghe al City of Manchester Stadium (noto ai più con il nome commerciale di Etihad Stadium) e, francamente, tra striscioni digitalizzati e seggiolini vuoti il club ha perso gran parte del fascino proletario di una ventina di anni fa. Ancora capita che qualche Gallagher spunti dai palchi d’onore, protetto dietro occhiali scuri, a vedere il calcio elettrico degli Sky Blues. Più probabile sia Noel, mentre Liam non ci va spesso:

“Andavo a Maine Road. Ora sembra di essere a teatro. Tutti seduti. Dovrebbero creare, in sicurezza, dei settori da diecimila posti in piedi per riportare un po’ di atmosfera. Non è possibile che ora non si possa fare niente, gridare, alzarsi… il calcio è passione. Io non vado più per questo. Non puoi più godertela. È come se qualcuno abbia succhiato via la vita dagli stadi”.

La vita dei due Gallagher si divide ormai in tour mondiali e vicendevoli tweet al vetriolo. Un odio viscerale, talmente esacerbato da sembrare costruito. Tra voci di reunion e smentite cariche di risentimento, i Gallagher ormai veleggiano entrambi sui 50 e sembrano non essere mai cresciuti: ancora convinti di essere parte di una working class hero britannica senza futuro e incazzata con il mondo. Divisi da tutto e su tutto. Superbia in proelio. Uniti solo dal City. Perché prima dei romanzi di Colin Shindler, prima dei sogni di Jimmy Grimble, ma prima soprattutto delle sterline di Al Mubarak, gli Oasis sono stati il Manchester City.

E anche se sono lontani i giorni in cui posavano abbracciati con le maglie del City fuori da Maine Road, con il profetico sponsor “Brother” sul petto, ogni tifoso Sky Blues ricorda con amore i tempi bui del club, i cui colori erano ostentati con tanto orgoglio da quei due figli ribelli mancuniani. Molto probabilmente quegli stessi tifosi rinuncerebbero a più di qualche successo pur di rivederli, uniti sul palco, urlare alla folla: «Who the fuck are Man United?». E poi disordinati e istintivi, senza risparmiarsi mai, gridare come su un campo di calcio:

“Because we need each other
We believe in one another
And I know we’re going to uncover
What’s sleepin’ in our soul”.

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