In un calcio ormai spettacolarizzato fino all’eccesso, con difese inesistenti e squadre lunghissime – vuoi anche per un comprensibile calo psicofisico dei calciatori –, il Chelsea di Thomas Tuchel è una splendida sorpresa. Da quando l’ex tecnico di Paris Saint Germain e Borussia Dortmund ha preso il posto di Frank Lampard sulla panchina dei blues, i londinesi sono tornati a ridosso delle prime in Premier e ad un passo dalla semifinale di Champions League.

 

 

Poco prima di venir esonerato – a dicembre – dal PSG, Tuchel ha dichiarato alla stampa francese di sentirsi «più un politico, a volte, che un allenatore». Al Chelsea l’allenatore tedesco ha dimostrato con i fatti il senso profondo di questa dichiarazione. Più che offendere – prima, anzi, di offendere – il Chelsea ha imparato a difendere, a gestire la partita (e i suoi momenti), insegnando al calcio europeo una lezione ormai dimenticata – e recentemente ricordata da Max Allegri: la difesa è importante quanto l’attacco, se non di più.

 

 

Lo ha dimostrato, paradossalmente, anche il PSG di Pochettino una settimana fa. Incantati dalle giocate a campo aperto di Neymar e Mbappé, ci è sfuggito un dettaglio non irrilevante: la prova di coraggio e determinazione del trio Navas, portiere a dir poco sottovalutato, Danilo Pereira, che ha dovuto adattarsi come difensore per l’infortunio di Marquinhos, e Gueye, un Kanté in miniatura che ha bloccato il Bayern Monaco in più di un’occasione. Mentre il PSG sbancava l’Allianz Arena, il Porto di Conceição prendeva gol (2) e non riusciva a sorpassare la solidissima difesa del Chelsea di Tuchel.

 

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L’abbraccio con Azpilicueta, perno della difesa dei blues (Mike Hewitt/Getty Images)

 

 

Prima del Porto, agli ottavi di finale, il Chelsea si era trovato di fronte Simeone – maestro tattico proprio di Conceição – e l’esito era stato lo stesso. 1-0 con perla di Giroud in casa dell’Atletico Madrid, addirittura 2-0 nel ritorno a Stamford Bridge. Da quando Tuchel ha esordito sulla panchina dei blues, il 27 gennaio contro il Wolverhampton, il Chelsea, su 18 partite giocate tra Premier, FA Cup e Champions League, è riuscito a mantenere la propria porta inviolata ben 13 volte. Sono numeri incredibili, che dimostrano l’intelligenza del tecnico tedesco. Tuchel ha capito che non prendere gol è fondamentale per andare avanti (soprattutto in Champions).

 

È una storia già vista al Chelsea, che con Conte aveva fatto della solidità difensiva la prima arma per offendere (frustrare) l’avversario. Ma è la scelta degli uomini che racconta, meglio di qualsiasi statistica, lo straordinario lavoro di Tuchel.

 

Con Thiago Silva costretto spesso ai box, l’allenatore tedesco ha sì confermato la difesa a 3 già utilizzata da Lampard, ma ha rinforzato soprattutto il centrocampo, che tra Jorginho, Kovacic e il monumentale lavoro (ritrovato) di Kanté riesce a fondere perfettamente fase difensiva, fraseggio corto e fantasia. Anche i due esterni di centrocampo, Reece James e Ben Chillwell, sono più giocatori di copertura che di spinta.

 

 

Detto altrimenti, è come se il Chelsea giocasse a cinque dietro, e l’esclusione dal piano partita di Emerson Palmieri dice molto in questo senso. Lo stesso Palmieri, tra l’altro, con l’Atletico è entrato al 93′ e al 94′ ha segnato il gol della sicurezza, certificando il grande lavoro di gestione delle risorse e dello spogliatoio da parte di Tuchel (abile politico, come detto, oltre che grande tattico).

 

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L’abbraccio di Tuchel con Kanté, uomo chiave del Chelsea (Adrian Dennis – Pool/Getty Images)

 

 

Di più, Tuchel ha dato continuità ai giovani fenomeni già pupilli di Frank Lampard – parliamo di Havertz, dello stesso James, di Mason Mount –, reintegrando e responsabilizzando due senatori messi ai margini dalla precedente gestione tecnica: Kanté e Azpilicueta. Del primo si parla pochissimo, ma in poche squadre al mondo il centrocampista francese non giocherebbe titolare. La sua importanza per il gioco di Tuchel è sotto gli occhi di tutti.

 

Lo dimostra la prova contro l’Atletico Madrid, ma lo certificano anche alcune recenti dichiarazioni del calciatore:

 

«sono tornato a giocare in un ruolo che mi piace e che ho ricoperto qui, a Leicester e in Nazionale. Non è solo il modo migliore per giocare per me, ma anche per la squadra».

 

Oltre a Kanté, cruciale è stato, in questi primi mesi al Chelsea, il reintegro di Azpilicueta. Il giocatore spagnolo ha parlato molto chiaramente del proprio tecnico: «Tuchel ha le idee molto chiare, ha cercato di cambiare sistema di gioco e mentalità per ritrovare equilibrio pur senza perdere incisività in avanti». Mentalità ed equilibrio, due concetti cruciali che fanno venire le bolle ai progressisti del pallone, ma che al momento stanno dando ragione al tecnico tedesco.

 

 

Il quale, dal canto suo, ha usato per Azpilicueta parole al miele: «Ho il massimo rispetto per lui, è un giocatore incredibile. È un regalo per me avere un capitano del genere. È con un grande capitano che si ottengono grandi risultati. È umile, ha tante qualità in mezzo al campo, è pronto a dare tutto per i compagni, sempre, ad aiutarli dentro e fuori dal campo, in allenamento: Azpilicueta is the key». Gestione del gruppo, capacità di comunicazione, attenzione difensiva. Il nuovo Tuchel versione Chelsea ci piace parecchio. Anche se non ci piacesse, comunque, i risultati parlerebbero per lui. L’Europa è avvertita.