Il Manchester City vive da qualche anno con il piede in due staffe. Mentre delizia i tifosi con una squadra da capogiro e un deciso ritorno ad elementi tradizionali del club (ci torneremo), fa di tutto per rendere il già grigio clima da stadio persino tetro. Il difficile equilibrio è garantito dal successo tecnico della squadra, tra le maggiori forze a livello nazionale ed internazionale – in Europa, a dire il vero, ancora stenta ad imporsi, ma è solo questione di tempo.

 

Pep Guardiola, un calcio sopraffino, un’estetica sublime, una rosa debordante di talento, gli Oasis. I titoli, tantissimi da quando lo sceicco Mansur, nel 2008, decide di prelevare le quote del club per dare maggiore visibilità alla compagnia Etihad Airways, parlano a favore del presidente. La sua gestione, contrariamente al suo gemello presidenziale, Nasser Al-Khelaïfi – proprietario del PSG -, si è sempre contraddistinta per un’attenzione particolare alle tradizioni e alle richieste dei tifosi. Il povero Jimmy Grimble non lo avrebbe neanche potuto sognare: ad oggi il City è la prima squadra di Manchester.

 

Guardiola e il milionario proprietario del Manchester City, Mansur

 

In quest’orizzonte da “e vissero per sempre felici e contenti“, si staglia minacciosa la riforma tecnologica che il presidente del City, con l’appoggio massimo delle autorità inglesi, sta intraprendendo da qualche anno. Già nel 2014, la società obbligava i tifosi a rimuovere le bandiere (le pezze) dal secondo anello dello Stadio. La motivazione? Esse avrebbero ostruito la visibilità dei nuovissimi LED pubblicitari, montati senza previo avviso. Nel 2019, l’incubo è diventato realtà. Alcune storiche pezze del tifo citizen scorrono sui pannelli precedentemente destinati alla pubblicità del club. Forse in Premier c’è di peggio, tipo il simulatore di cori impiantato nel nuovo stadio del Tottenham Hotspur. Problemi di tifo, in quel di Albione.

 

A onor del vero, i tifosi del club mancuniano potrebbero reagire. Se solo ci fossero, i veri tifosi. In primo luogo, protestare. In Inghilterra c’è chi lo fa spesso e volentieri: è il caso dei tifosi del Palace, del Liverpool, del West Ham. Ancor prima di alzare la voce, però, bisognerebbe andare allo stadio. L’Etihad risulta essere il nono impianto della Premier League per seggiolini vuoti, e il settore in trasferta non è proprio uno spettacolo – sia a livello di presenze che di atmosfera. Che queste cifre si riferiscano alla squadra che ha vinto, nell’ultimo anno, tutti e quattro i titoli disponibili in Inghilterra, è un dato che fa pensare. Certo è che il linguaggio utilizzato dalla società per giustificare la rimozione dei banner fisici a favore di quelli elettronici è da letteratura distopica:

 

“[to] enhance (migliorare) the matchday experience for fans inside the stadium”.

 

Totalmente senza senso

 

Purtroppo c’è dell’altro. E in peggio. L’ultima idea balenata nella mente degli organi alti del City riguarda il riconoscimento facciale come strumento alternativo al biglietto. Smentita dagli stessi accusati, la notizia è però circolata con grande fretta ed apprensione in Inghilterra. A giudicare dal recente passato degli Sky Blues, la cosa non ci sembra impossibile. La manovra avrebbe lo scopo di favorire il flusso degli spettatori. Quanta velocità, tanta disumanità. Tutto ciò mentre la stessa società del Manchester City annuncia un ritorno alle origini. Per il 125° anniversario del club, è stata lanciata una collezione che celebra la Storia della squadra; oltre alla maglietta, il “pacchetto” rilasciato da Puma prevede anche una sciarpa, un pallone di cuoio old school, un cappellino e delle sneaker. Che culo!

 

Alla luce di quanto detto, le parole di Omar Berrada, direttore operativo del Manchester City, suonano come una presa in giro: “Manchester City has enjoyed tremendous success in recent years, but we also have a rich history that we are incredibly proud of“. Dopo il ritorno al vecchio stemma, quello del kit celebrativo è un altro passo in direzione dei tifosi. Quali tifosi, però? Chi sono davvero i citizens? Quelli cresciuti con l’Etihad e le prodezze del Kun Aguero, o quelli abituati a soffrire ogni maledetta domenica al Maine Road? Chiedete agli Oasis:

 

I’m free to be whatever I

whatever I choose

and I’ll sing the blues if want.

 


Dipinto di copertina: René Magritte, “Le Miroir Faux” (1928)

La citazione degli Oasis è tratta da “Whatever” (1994)