Una decina di giorni fa è stata presentata la nuova prima maglia dell’Inter, stagione 2020/2021: sarà la deriva iconoclasta che si respira nell’aria, fatto sta che balza subito all’occhio lo storpiatura delle righe verticali nerazzurre in una delirante e inquietante rivisitazione a zig-zag. I canali ufficiali del club meneghino sono stati bombardati di messaggi e i pareri si sono divisi fondamentalmente in due macro categorie: chi appoggia l’idea “innovativa” – non molti – e chi invece avrebbe optato per una soluzione più “classica” – la maggioranza.

 

 

A chi si chiede che cosa abbia spinto Nike a produrre questa oscenità – relativamente al nostro gusto si intende, non vorremmo mai offendere i canoni estetici di un fashion blogger asiatico – la risposta arriva direttamente da Scott Munson, vice presidente della multinazionale statunitense, che commenta: «La grafica è alla base del design post-modernista ed è anche un richiamo al Biscione». È una maglia il cui design riprende forme e colori caratteristici dello stile tribal-pop e reinterpreta le iconiche righe nerazzurre.

 

 

Verrebbe da domandarsi: ma in che senso? Da cosa nasce la necessità di reinterpretare qualcosa che pur viene definito iconico? Tribal-pop?

La linea che separa innovazione e vilipendio è ormai molto sottile; troppo spesso, negli ultimi anni, è stata oltrepassata in nome del marketing sportivo e dell’esasperata valorizzazione del merchandising da parte delle società.

 

inter maglia

Made of Milano, una frase più insensata per presentare la maglia dell’Inter non si poteva scegliere (foto Inter)

 

 

Per carità, il cambiamento è fisiologico, nel calcio come nella vita. E ben venga, possibilmente però senza stravolgere il passato (o il buon gusto). Anche perché la maglia, forse solo dopo lo stemma, è l’espressione massima di orgoglio e identità di un club di calcio. La maglia è storia, ed è triste vedere come i cambiamenti ad essa apportati ruotino sempre attorno ai soliti concetti chiave della nuova estetica del calcio globale: evoluzione, sperimentazione, eccentricità e innovazione. E così, mentre i collezionisti gongolano, i “classicisti” si deprimono.

 

 

Arriviamo al punto in cui Roma e Juventus scendono in campo vestite rispettivamente di blu e di bianco con loghi e numeri rossi; o al paradosso per cui, da casa, qualche tifoso può chiedersi per almeno un paio di minuti chi siano i propri beniamini, non potendo riconoscerne le arlecchinesche divise. Per fortuna però c’è ancora qualcuno che storce il naso vedendo il Manchester City scendere in campo con una mise arancione dalle sfumature viola nelle partite di Champions League stagione 2016/2017 (nei colori sociali del club non c’è nessuna traccia né di viola né di arancione, ndr).

 

maglia manchester city

Il progresso, versione autunno/inverno 2016, City of Manchester

 

 

O chi trova strambo che il Barcellona presenti una maglia a scacchiera blaugrana in stile nazionale croata. Oppure chi fa fatica ad accettare che l’Inter – particolarmente colpita dall’estro di sponsor e designer tecnici negli ultimi anni – indossi una divisa simile a una lattina di Sprite nell’esordio in Europa League contro l’Hapoel Beer Sheva, o sfoggi un completo da trasferta completamente rosso, come qualche anno fa. Ancora, chi non si capacita di come la Juventus abbia potuto abbandonare le ultracentenarie righe bianconere per proporre una maglia con due sole bande verticali e una striscia rosa in mezzo.

 

 

A volte, dunque, ci si prende malamente gioco dei colori sociali, altre si arriva persino ad attuare una vera e propria rivoluzione stilistica. In entrambi i casi, è l’obiettivo di fondo a essere mutato radicalmente: non si cerca più una soluzione coerente con la storia del club, una proposta riconoscibile, che piaccia ai tifosi e rispetti la tradizione, ma ci si piega alle spudorate logiche di marketing per soddisfare le nuove regole di “diversificazione” del mercato globale. Un mercato che brama novità, anche bizzarre, e sembra aver un disperato e compulsivo bisogno di colpi di originalità cripto-modernisti e anti-tradizionalisti.

 

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum (Foto Claudio Villa – Inter/FC Internazionale via Getty Images)

 

 

È indubbio che il calcio si sia evoluto, ma le innovazioni di design che si sono prepotentemente imposte nella creazione delle nuove maglie hanno assunto una deriva pericolosa. Il “classico” è ormai stato sostituito dal “distopico”, e l’incontrollabile desiderio di modernizzazione ha sdoganato lo sbizzarrirsi senza freni delle fantasie di club e soprattutto brand sportivi – Nike su tutti – che ogni anno ci stupiscono con le loro elaborazioni policrome.

 

 

Se proprio dobbiamo guardare alla moda, quella vera, per trarre ispirazione e garantire all’abbigliamento tecnico sportivo un più ampio margine di successo commerciale, perché allora non fare come i grandi stilisti, che sempre più spesso ripropongono nelle loro collezioni l’eleganza del passato, i tagli dei decenni del secolo scorso e le stampe di tessuti definiti intramontabili?

 

Si chiama revival, e c’è chi giura che anche nel calcio un ritorno di maglie “vecchio stile” potrebbe rappresentare un’impennata nelle vendite. Revival che placherebbe gli animi di tutti quei tifosi, e sono tanti, che storcono – giustamente – il naso davanti alle assurde divagazioni sul tema cui si assiste stagione dopo stagione.

 

Il nocciolo della questione non si riduce al fatto di essere fan della corrente nostalgica o di quella innovativa. Il punto è che non tutte le cose sono fatte per essere cambiate. La maglia della propria squadra di base è una di queste. Anche perché, se proprio vogliamo essere retorici ma sinceri, quella maglia dovrebbe “appartenere” più alle diverse generazioni di tifosi e fedeli che ad una nuova proprietà Made in China.