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Tifo
9 Aprile

Il posto dei tifosi è all’inferno

Valerio Santori

31 articoli
Quello spot Nike in cui rappresentavano il Male.

“Fu in quel giorno che una forza maligna emerse dalle viscere della Terra… 
Per distruggere il gioco più bello!”. Iniziava con queste parole, come il più classico dei disaster movie, uno spot TV del 1996 prodotto dalla Nike e trasmesso in tutto il mondo. Era intitolato “Good vs Evil” (Bene contro Male), e in quello che all’epoca sembrò a tutti il Colosseo – mentre in realtà era l’anfiteatro romano di El Jem in Tunisia – si disputava una partita di calcio tra i migliori calciatori del pianeta e degli strani esseri orripilanti, in vero molto simili a una versione macchiettistica e insieme demoniaca degli All Blacks.

 

 

I “buoni”, manco a dirlo, sono tutti sotto contratto con Nike (Jorge Campos, Manuel Rui Costa, Luis Figo, Patrick Kluivert, Edgar Davids, Thomas Brolin, Paolo Maldini, Eric Cantona, Ronaldo e Ian Wright) e si trovano a dover giocare fuori casa, tra le urla inferocite dei tifosi avversari, evidentemente demoniaci anch’essi. Si capisce che il tifo sia ostile quando prima ancora di entrare in campo viene lanciato dagli spalti un oggetto a metà tra un porta chiavi e un pezzo di carne, allo scopo di intimorire i baldi rappresentanti del calcio mondiale.

“Maybe they’re friendly”, fa Maldini a Cantona, che invece ha l’aria di non crederci affatto.

La partita è il più classico degli scontri tra giocoleria e legnate targato Nike: i demoniaci menano e basta, forse non sanno neanche come si gioca dato che indossano scarpini con lame al posto dei tacchetti. Il Global Team per un po’ le prende ma poi reagisce con la classe che contraddistingue i suoi interpreti, quindi con tocchi al volo, vari “numeri”, e infine la cannonata di Cantona che disintegra il petto del demone alato in porta.

 

Good vs Evil, made in Nike

 

 

Fu il secondo TV Commercial della Nike dopo quello in occasione di USA ’94, la sua produzione previde 17 giorni di riprese e costò un milione di dollari, all’epoca un record assoluto. Forgiò l’immaginario di un’intera generazione di appassionati di calcio in tutto il mondo e soprattutto preparò il grande spettacolo degli Europei di quell’anno, la cui assegnazione all’Inghilterra era stata piuttosto controversa. Eh sì, perché gli inventori del gioco che i demoni dello spot volevano distruggere, in quegli anni non godevano dell’eccellente reputazione odierna.

 

 

Mentre oggi associamo alla Premier League stadi avveniristici, pubblico a bordo campo e il massimo dell’entertainment, all’inizio degli anni novanta il campionato inglese era ancora quello “ruvido” per antonomasia, tra fiumi di birra sugli spalti, hooliganism e lo stile di gioco kick-and-run. Erano inoltre ancora vivide negli occhi degli appassionati europei le terribili immagini della tragedia consumatasi allo stadio Heysel nel 1985, nel corso della finale di Champions League tra Juventus e Liverpool, quando persero la vita trentanove tifosi a causa di un cedimento dello stadio dovuto a una carica dei tifosi inglesi.

 

La Uefa, con una decisione che oggi ci sembra irrazionale, aveva deciso di punire quell’evento escludendo dalle coppe europee per cinque anni qualunque squadra inglese.

 

Solo dopo la politica di “rieducazione” dei tifosi del Primo Ministro Margaret Thatcher, l’altra tremenda tragedia di Hillsborough e soprattutto l’approvazione nel 1989 del Football Spectators Act (una legge che identificò una serie di nuovi crimini legati al tifo calcistico e introdusse il daspo) l’Inghilterra riconquistò la fiducia della UEFA. Nel 1992 l’assegnazione di Euro 96 ai britannici arrivò quindi a suggellare il nuovo patto, e va da sé che gli ultras inglesi – così come quelli delle altre nazioni partecipanti in quell’edizione – sarebbero stati attenzionati speciali. Gli organizzatori volevano dare a tutto il mondo una nuova immagine di se stessi: più vicina a quella odierna e sicuramente in contrasto con il recente passato.

 

Gli ultras inglesi, almeno pubblicamente, si fecero notare negli anni a venire più che altro per il folclore (Martin Rose/Bongarts/Getty Images)

 

 

Ed è proprio nell’ottica di una battaglia tra futuro e passato che forse va considerato lo spot  Nike “Good vs Evil”. L’anfiteatro romano nel quale si svolge la sfida e il pallone in cuoio lasciano intendere che i calciatori Nike siano ospiti in una dimensione antica, così come l’incipit citato ad inizio articolo (“Fu in quel tempo…”).

 

 

Ma c’è di più: i demoniaci avversari, oltre a sembrare dei trogloditi, restituiscono anche l’idea di una squadra ancorata alle tradizioni grazie alla spiccata somiglianza con gli All Blacks (squadra simbolo della tradizione che resiste anche nella post-modernità, sponsorizzata dall’acerrima rivale Adidas), supportata da ultras “infuocati” che sventolano bandiere con simboli di ispirazione vagamente nazifascista (del resto la vulgata vuole che tutti gli ultras siano nazifascisti no?).

 

Si capisce quindi quali siano i Cattivi da combattere secondo Nike in previsione di Euro ’96: la tradizione e i tifosi, ovviamente connotati il più negativamente possibile.

 

Del resto succederà anche negli anni a venire che brand globali come Nike abbinino caratteri tipici di varie culture locali a personaggi “cattivi” o “stupidi” nei loro spot: nel 2000 il global football team della Nike si troverà impegnato nello spot Mission, voglioso di recuperare un pallone protetto da samurai-robot all’interno del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma, nel 2002 in uno spot Pepsi Roberto Carlos segnerà un gol su punizione facendo effettuare alla barriera giapponese il tipico inchino asiatico, mentre nel 2016 l’irrispettosa pseudo-haka messa in scena da figuranti con la maglia del Milan per Nivea infiammerà l’opinione pubblica neozelandese.

 

 

Con “Good vs Evil”, uscito in occasione di quel particolare Europeo inglese del ’96, la sensazione è che Nike abbia servito un assist alla UEFA degno dei migliori campioni della sua scuderia, demonizzando la figura del tifoso e al contempo rinforzando una visione del calcio proto-postmoderna nella quale i calciatori stavano per divenire sempre più simili a brand, ovvero sempre più simili a ciò che sono oggi. Negli anni successivi il tifoso, inteso come “personaggio” nei commercial così come entità fisica negli stadi, troverà posto unicamente come spettatore, e l’anfiteatro svuotato nel quale si aggira Ian Wright nelle battute finali di quello spot ricorda sinistramente gli stadi vuoti del coronafootball.

 

 

 

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