Provate, solo per un istante, a pensare all’amore che nutrite per i vostri animali domestici, a quanto magari siano stati importanti nella vostra infanzia. Pensate adesso ai vostri dodici anni, a vostro padre che prende di nascosto l’amato cagnolino uccidendolo, cucinandolo e infine mangiandolo. Quale sarebbe stata la vostra reazione? Manny Pacquiao reagì divenendo l’unico pugile della storia e detenere il titolo di campione in otto diverse categorie di peso.

 

 

Finite le scuole elementari, con il cagnolino fatto arrosto dal papà, Emmanuel Pacquiao da Kibawe si spostò a Manila, in cerca di fortuna, per sostenere la famiglia che versava in condizioni di povertà assoluta. Fece perdere completamente le tracce di sé fino a quando, due mesi dopo la sua partenza, mamma Dionesia ricevette una chiamata inaspettata: Manny era vivo, stava bene e combatteva per far sopravvivere la propria famiglia.

 

 

Emmanuel era un ragazzino a cui piaceva studiare, adorava passare le ore sui libri, pensava a tutto fuorché diventare un pugile clandestino. Ma a Manila cambiò tutto. Emmanuel ci era arrivato senza scarpe, potendo fare al massimo due docce a settimana: non esattamente la vita ideale per un bambino. Eppure se dovessimo definire Pac-man di certo lo faremmo associandolo all’espressione workhard, che tradotto dall’inglese significa lavoro duro.

 

Manny Pacquiao, campione del popolo (Photo by Chris Hyde/Getty Images)

 

 

Il workhard è una condizione mentale: la forma mentis in cui è entrato fin da piccolo e che, gioco forza, lo ha caratterizzato per il resto della sua vita.

“Per fare questo mestiere ci vuole forza mentale, per fare la vita che ho fatto ci vuole forza mentale e tanto lavoro”.

Queste sono le dichiarazioni senza giri di parole rilasciate da Manny a Graham Bensinger, che delineano la figura di un pugile che ha trasceso lo sport. Riuscendo a cavarsela tra infezioni, fame e crimine Pacquiao esordì nel professionismo a soli 16 anni. E per un ragazzino che non voleva assolutamente combattere è un gran bel paradosso. A 21 anni conquistò il primo titolo WBC contro Gabriel Mira, filippino come lui, devastato da uno dei tipici KO alla Pac-man: gancio sinistro e diretto destro fulminei.

 

 

Prima di arrivare al suo anno di grazia, cioè il 2008, Pac-man diede vita a spettacolari faide pugilistiche come quella con Erik Morales, spuntata per due vittorie ad una, e l’Unfinished battle con il messicano Marquez. Tuttavia la consacrazione di Manny arrivò proprio nel 2008 divenendo, dopo il ritiro di Mayweather Jr, il miglior pugile pound for pound per la rivista Ring Magazine. Nell’agosto dello stesso anno la Camera dei rappresentanti del parlamento filippino promosse una mozione parlamentare che riconobbe Pacquiao come il People’s champ: un esempio sportivo e sociale, sostanzialmente, per tutto il suo popolo.

 

L’ombra di Pac Man (Photo by Chris Hyde/Getty Images)

 

 

L’occasione per festeggiare il prestigiosissimo riconoscimento arrivò in occasione del Dream match contro il magnifico Oscar de la Hoya. Il match, senza alcun titolo in palio, fu una sfida all’ultimo sangue combattuta soltanto per orgoglio e gloria sportiva. Nonostante gli sfavori del pronostico Manny dominò un match a tratti stilisticamente perfetto: già al 4 round de la Hoya mostrò segni visibili sopra il sopracciglio sinistro, chiara dimostrazione della potenza di fuoco di Pacquiao.

 

 

Il pugile filippino bombardò al corpo e al viso l’ex pentacampione messicano, che allo scoccare della nona campanella non si rialzò più dal suo sgabello per continuare il match.

“È stata la sua velocità. È stata tutta la sua velocità. Riuscivo a vedere i suoi pugni perfettamente, ma era semplicemente troppo rapido”.

Una superiorità tecnica riconosciuta dallo sfidante genuinamente affascinato da quel diavolo di Manny. In seguito lo stesso De la Hoya dichiarerà: «No, now you’re my idol»; con queste parole l’ex campione messicano fece spazio a Pacquiao nell’olimpo dei più grandi.

 

Manny versus De La Hoya: un tassello fondamentale del leggendario mosaico di Pac Man

 

 

Per questo match il filippino incassò circa 30 milioni di dollari, 30 milioni di motivi che lo hanno portato da Manila al ring della MGM Arena. Nel 2011 arrivò anche ad essere lo sportivo più pagato al mondo. Ma quando sali troppo in cima, devi essere sicuro di poter sopportare la vertigine. Come tutti gli uomini anche i grandi campioni cadono una volta raggiunta la vetta, e Pacquiao non è immune dalle leggi della vita. Orizzonti bui all’ombra dell’alcolismo e del gioco d’azzardo si stagliarono sulla sua rotta, e solo una fede evangelica incrollabile gli permise di rialzarsi. Ma Pac-man sul ring ebbe una ricaduta contro Juan Manuel Marquez nel 2012. Un destro terribile gli fece perdere conoscenza, facendo temere il peggio.

 

 

Da quel momento in poi egli cambiò modo di combattere e di vedere il mondo. Le classiche combinazioni a due braccia condite da un footwork fantasmagorico si persero nei meandri di un passato mai più rinvenuto. Tornò a vincere, sfidando anche un Mayweather Jr molto abile ad imbastire un match con un Pacquiao lontano dai suoi tempi migliori.

 

 

La sfida con Mayweather Jr in realtà fu una noiosissima e patinata pagina del pugilato, senza nulla voler togliere al pugile americano, abilissimo a fare il suo gioco. Pacquiao poi si mise in mostra nuovamente nel 2018, all’età di quarant’anni, difendendo prima il titolo WBA contro Adrien Broner e quindi unificando la sigla WBA sconfiggendo Keith Turman. Un titolo mondiale WBC nei pesi mosca, un titolo mondiale IBF nei supergallo, un titolo mondiale WBC nei super piuma, un titolo mondiale WBC nei leggeri, un titolo mondiale WBO nei welter ed un altro WBO nei superwelter: stiamo parlando di fantascienza, di un’autentica leggenda vivente.

 

Manny Pacquiao è molto più di un’atleta nella sua madrepatria (Photo by Dondi Tawatao/Getty Images)

 

 

La storia di Pac-man è chiaramente uno stimolo per tutti coloro i quali guardano allo sport, e alla boxe in particolare, come metafora della vita. Manny in più ha avuto il merito di rappresentare per il suo popolo una storia di riscatto: dal 2010 al 2016 è stato rappresentante regionale al parlamento filippino, divenendo senatore proprio sul finire del 2016. Utilizzando tutto il suo peso personale, soprattutto dal punto di vista finanziario, ha valorosamente aiutato la sua gente.

 

 

Basti pensare alle ingenti donazioni che vanno alle comunità di recupero per ragazzi, alle mense dei poveri e alle opere di ricostruzione per i danni ingenti seguiti alle calamità naturali del 2013.

“Sono grato di aver vissuto così, anche se ho milioni di dollari so cosa provano le persone povere. Anche se fossi l’uomo più ricco della terra il mio cuore non cambierebbe. Ecco perché voglio fare politica, per essere un esempio di onestà per la gente, per le Filippine”.

Se delle parole potessero bastare per descrivere un uomo, questo sarebbe il manifesto di Manny “Pac-man” Pacquiao: un autentico people’s champ, un uomo e un riferimento ben prima che uno sportivo.