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12 Settembre

L’insostenibile inutilità della mascherina in campo

Un triste e confuso tentativo di educazione sociale.

Cinquanta anni fa Fabrizio De André pubblicava il quarto vinile della sua straordinaria produzione, La Buona Novella, che fu accolto dalla critica con freddezza e dai suoi estimatori con malcelata delusione. Il fermento culturale dei moti sessantottini era sfociato in un lavoro decisamente singolare.

 

 

L’album concettuale era improntato integralmente sulla rilettura di alcuni passaggi del Nuovo Testamento: insomma l’anarchico Faber, nel momento in cui una generazione intera desiderava sentire cantate le proprie frustrazioni dal loro rappresentante più illustre, dava alle stampe un lavoro conservatore. Il cantautore genovese improvvisamente “servo del potere”.

 

 

Solo all’apparenza ovviamente, perché la rilettura dei brani della vita di Cristo, tramite la commistione di quel portato culturale parallelo e alternativo dei Vangeli apocrifi, calati nella contemporaneità di uno scenario definitivamente stravolto dal ’68, diventava la più rivoluzionaria rottura con il mondo dogmatico, in cui il cattolicesimo veniva elevato a esempio globale di un tempo superato.

 

 

Tra le tracce sempre attuali del vinile datato 1970, il Testamento di Tito è uno dei brani più noti dell’opera. Si tratta di un’analisi puntuale dei 10 comandamenti, nella quale Faber evidenzia le incongruenze tra le Sacre Scritture e le dinamiche naturali di una vita che fatica a rispettare i dogmi imposti.

 

La Buona Novella, 1 novembre 1970. Testi di Fabrizio De André, musiche di Gian Piero Reverberi.

 

 

Senza ambizione di emulazione ed evitando blasfeme analogie, al contrario giocando solo su banali similitudini, oggi quella canzone suona perfetta come metro di analisi delle norme imposte al calcio post-Covid.

 

Le Sacre Tavole consegnate alle federazioni riportano protocolli e procedure che spaziano dalla prevenzione a veri e propri presidi sanitari, e nonostante siano state varate pochi mesi fa sono apparse da subito più anacronistiche che mai.

 

Il primo comandamento recita di indossare sempre la mascherina all’interno degli impianti di gioco. Ecco allora sfilare in rassegna le immagini curiose di riserve che siedono utilizzando mascherine chirurgiche azzurre, o altre più innovative colorate con le tinte variopinte del proprio club. In tribuna, dirigenti e accompagnatori non si sottraggono a un simile destino e operano esattamente allo stesso modo, nel rispetto anche del secondo comandamento: il distanziamento sociale.

 

 

Così le panchine diventano un concetto immateriale molto più di un luogo fisico, con calciatori che attendono il loro momento isolati e sparsi nello stadio mentre gli addetti ai lavori godono della privacy più assoluta affondando comodamente isolati nelle sedute privilegiate dei settori vip degli stadi, lasciati vuoti dal virus.

 

giocatrici mascherina
A San Sebastian, in finale di Champions League, le riserve della squadra femminile del Wolfsburg offrono un quadro abbastanza chiaro delle ‘nuove panchine’. (Photo by Villar Lopez/Pool via Getty Images)

 

 

Mascherina e distanziamento sociale, un mantra ripetuto allo sfinimento durante questa pandemia cui manca solo il verso finale, quel ‘lavarsi frequentemente le mani’ diventato monito, invece che usuale prassi di igiene personale. Naturalmente non discutiamo il valore delle misure sanitarie disposte – non siamo medici – e non dissertiamo nemmeno a proposito delle implicazioni sociali – sul tema rimandiamo all’interessante instant book di Giorgio Agamben “A che punto siamo? L’epidemia come politica“.

 

 

Osserviamo semplicemente la realtà e quella è abbastanza oggettiva per nostra fortuna. Inutile girarci intorno: ci sfugge completamente il senso di queste misure applicate al calcio. I giocatori mascherati come Zorro e abbondantemente distanziati l’uno dall’altro in panchina sono gli stessi che qualche ora prima hanno condiviso insieme l’intimità di un ritiro, il campo di allenamento per una seduta di rifinitura o una estenuante di preparazione atletica.

 

Di lì a poco, se chiamati in causa sono pronti a correre insieme a bordo campo e completare gli esercizi di riscaldamento per i quali, magicamente, la mascherina non è più necessaria. E ovviamente che dire della partita, dove il contatto è la natura stessa del pallone: le bagarre in area, spintoni, strattoni, ammucchiate, marcature tanto strette da imbarazzare anche gli amanti più appassionati.  

 

Ecco perché è parsa ancor più surreale la scena ripresa dalle telecamere del circuito internazionale la scorsa settimana, a Porto. Durante Portogallo-Croazia, sfida inaugurale di Nations League per i detentori del titolo, Cristiano Ronaldo, acciaccato da un’infezione a un dito del piede, stava comodamente guardando la partita dei suoi compagni stravaccato sui seggiolini del Do Dragāo. In perfetto distanziamento sociale da altri calciatori, nessuno sedeva né alla destra né alla sinistra del Padre, e con sufficiente spazio dai dirigenti lusitani accomodati davanti e dietro di lui, deve aver comprensibilmente pensato che non fosse necessario indossare la mascherina. Così una hostess dell’impianto dei Dragoni ha dovuto riprenderlo e invitarlo a coprirsi naso e bocca, tra l’imbarazzo generale.

 

 

 

 

E ancora, durante la settimana di nazionali abbiamo visto squadre schierarsi ad ascoltare il proprio inno disponendosi in modo ariosamente distante per conferire la sensazione di rispetto di quel metro richiesto dal buon senso. Un metro che né tra compagni né tra avversari può essere mai rispettato nel rettangolo verde.

 

 

Eccolo dunque, il terzo comandamento: evitare contatti al di fuori dei 90 minuti di gioco. Così ai calciatori viene sottratto anche quel minimo di umanità che solitamente emergeva dalle dinamiche di gioco. Non più i cinque di incoraggiamento nelle sostituzioni, basta strette di mano a fine partita o scambi di maglia carichi di rispetto. Abbiamo visto in questi mesi saluti goffi con il gomito, imbarazzanti conversazioni a distanza. Alla ripresa abbiamo assistito addirittura a esultanze solitarie, poi fortunatamente sfuggite al controllo del censore. Insomma, come se il contatto decontestualizzato dalla partita fosse più nocivo degli effluvi di sudore nella tensione dello sforzo.

 

 

Diciamolo pure: nonostante possa sembrare paradossale, le misure di contenimento nel calcio si applicano solo nelle condizioni meno pericolose per la diffusione del virus. Certo, sarebbe stato impensabile imporre prescrizioni restrittive di qualsivoglia maniera alle dinamiche del gioco. E allora, appurata la totale inutilità delle norme sul versante sanitario e della prevenzione contro eventuali contagi, la vera domanda che è lecito porsi è quale sia la reale ratio della norma, il fine che si intende raggiungere con i provvedimenti imposti.

 

L’esultanza con distanziamento sociale di Håland alla prima partita post-lockdown (Photo by Martin Meissner/Pool via Getty Images)

 

 

A noi pare che si possa solo ed esclusivamente spiegare come una serie di disposizioni volte a divulgare il buon costume al quale si vuole educare i comportamenti in questa pandemia. Ecco i giocatori, le squadre e il sistema sport in generale fungere da veicolo per invitare a mantenere il distanziamento sociale, a indossare le mascherine. Uno scenario che accende ancora una volta i riflettori sulla funzione sociale degli atleti. Un onere non richiesto, sempre imposto e spesso disatteso da chi non coltiva nelle vene la missione dell’educatore, ma semplicemente quella dello sportivo.

 

 

E poi se lo sport professionistico è controllato in modo ferreo da protocolli agevolati di tamponi disposti al minimo segnale, la Babele di precauzioni che accecano il pubblico, celando l’assenza di condizioni di sicurezza, rischia di essere un tema spinoso per il calcio dilettantistico, del quale ancora si parla troppo poco. Aver portato l’Arca dell’Alleanza, con le sue tavole, anche nelle serie più basse della piramide del pallone, confonde, se non addirittura inquieta.

 

L’obbligo della mascherina all’esterno del terreno di gioco rimane, ma negli spelacchiati campi parrocchiali, ben diversi dagli stadi ampi e comodi del calcio professionistico, una volta seduti nelle panchine anguste le 9 riserve e i dirigenti si ritrovano fianco a fianco in un totale fallimento normativo.

E che dire poi dell’appello pre-partita recitato senza particolari protocolli, salvo poi l’obbligo di scaglionare l’ingresso in campo, prevedendo prima l’accesso al terreno di gioco della squadra arbitrale, seguiti dalla formazione ospite e infine da quella di casa. Quasi come se da lì a pochi minuti il fischio d’inizio non scompaginasse l’ordine imposto dalla norma, in una serie di rituali che dipingono un quadro patetico.

 

 

Ma qui, lo spirito ricreativo dell’impegno non insegna e non predica, si espone solo al ridicolo di un protocollo che non regge e non affronta invece le materie più spinose relative ai comportamenti da tenere in caso di positività in rosa; la questione concernente l’isolamento fiduciario ad esempio, in uno stallo procedurale che sta facendo slittare l’inizio dei campionati e che, di questo passo, rischiano di affrontare una nuova stagione all’insegna dell’incertezza.

 

 

Insomma, il calcio esemplare davanti alle telecamere lascia voragini di dubbi dove non arrivano sponsor né contratti. Perché le mascherine sono un presidio sanitario di contenimento, ma non salveranno un calcio che naviga a vista.

 

 

 

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