A proposito degli episodi accaduti a Ponte Milvio.
Ha ancora senso parlare di mentalità ultras? Cerchiamo di mettere da parte, per un attimo, i nostri preconcetti su un mondo che – se non viene vissuto dall’interno – non può essere compreso pienamente.
Nonostante tutte le storture della nostra epoca, nonostante le curve assomiglino oggi – soprattutto nelle grandi piazze – più ad agorà del crimine organizzato che a luoghi d’aggregazione nazional-popolare, di ribellione ribollente dall’interno, bene, nonostante tutto questo, essere ultras è ancora un fatto in larga misura tribale (nel senso nobile del termine), una zona franca dell’esistenza che ha le sue leggi, le sue regole, un suo codice di condotta.
“Mentalità”, quando riferito al mondo ultras, non è un termine astratto, come accade nella lingua italiana in generale, ma precisissimo, si direbbe tecnico. Con mentalità ultras si intende in primo luogo (a) il comportamento individuale dell’ultras, che se accetta di esserlo, entrando in un gruppo, portando una pezza allo stadio, partecipando alle riunioni della tifoseria, prendendo parte alle coreografie ed eventualmente ai duelli con le tifoserie avversarie, deve tradurre nella pratica una scelta che non può essere solamente teorica.
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