L’NBA riparte. In una situazione normale, questo dovrebbe bastare per scuotere i vostri animi dormienti e assopiti, ma quest’anno qualsiasi sport ha dovuto fare i conti con la pandemia che si è abbattuta sull’intero pianeta, senza risparmiare nessuno. Non c’è nessuna verità in merito alle varie ripartenze, anzi, c’è una grande accozzaglia di opinioni e battibecchi che ormai hanno svuotato voi sapete cosa a tutti.

 

 

Si riparte, in qualche modo, e basta. Senza il calore umano dei tifosi, gli abbracci anonimi fra sconosciuti innamorati e devoti alla stessa fede. Senza il fragore delle arene, le urla e i cori. Insomma, senza di noi. Senza quelli che amano lo sport e ne rappresentano il cuore pulsante, quelli che andrebbero tutelati e a cui dovrebbe essere sempre garantita la miglior fruizione dello spettacolo.

 

 

Spettacolo. Un termine tanto caro oltreoceano. Gli yankee però con i neologismi ci sanno fare, e sono bravi a trasformare i propri vezzi in anglicismi che corrono sulla lingua di tutti, diffondendosi negli angoli più remoti del globo. Loro lo chiamano show business (show biz, per chi come me ama lo slang), e rappresenta semplicemente la grande capacità di confezionare un prodotto perfetto e renderlo vertiginosamente profittevole e redditizio, oltre che accessibile alla maggior parte della popolazione. Con accessibile non intendo economicamente, ma la capacità a coinvolgere un target eterogeneo, coinvolgendo e divertendo chiunque. È un concetto simile a quel termine divenuto d’uso comune e collettivo: “americanata”, quante volte l’abbiamo sentito pronunciare?

 

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L’insensata stupidità degli half-time NBA. (Photo by Takashi Aoyama/Getty Images)

 

 

Sono fatti così. Sono i pionieri degli effetti speciali, dell’eccentricità e delle scelte stravaganti, sfarzose e talvolta fuori luogo. La loro storia e il loro retaggio culturale è permeato di tutto questo. Di esempi potremmo farne milioni. Lungi da me accomunare Ronald McDonald a Jerry West, Mr. Logo, ma non parrebbe così sconclusionato trovare similitudini fra i due modelli di business, al netto delle delicate tematiche ambientali-animaliste che infervorano i popoli e scuotono i più sensibili.

 

 

Quelle appartengono solo alla prima realtà. Il risultato, però, spesso è più o meno il medesimo: il pasto che ti viene servito si presenta apparentemente appetitoso, ma il contenuto non è all’altezza delle aspettative. Se ci pensiamo bene l’NBA rappresenta a pieno questo concetto. La regular season ha troppe partite, troppe statistiche, troppi temi da considerare. I playoff sono rapidi e si concludono nel giro di qualche settimana, sono il fast food dello sport mondiale. Tutti si appassionano, molti si improvvisano esperti alla stregua di coach Messina. Riescono bene nel loro intento, e anche quest’anno sono riusciti a catalizzare l’attenzione del mondo intero.

L’NBA riprende il suo cammino, ma la vera domanda non è quando né come, ma dove? Al Walt Disney World Resort, in Florida, e più precisamente a Orlando. Eppure la reazione più istintiva di fronte a una simile iniziativa è: la totale assenza di stupore.

Sì, perché l’NBA in realtà non si sposta né migra, probabilmente torna a casa. Una sorta di habitat naturale, forse il più congeniale. Un mondo incantato e fiabesco, dove tutto risplende di un luccichío artefatto e poco naturale. Un luogo magico, in grado di distoglierti dalla realtà e catapultarti in un’altra dimensione. La matematica, che purtroppo non è un’opinione, in questo caso ci illustra abbastanza chiaramente la scaltra manovra crossover delle due realtà: il 2019 ha stimato 8 miliardi di incassi per la National Basket Association e 26 miliardi per i vari parchi Disney disseminati in giro per il mondo. A me la matematica non piace, ma il riscontro mediatico, comunicativo e valoriale, ci pone dinanzi ad un’operazione abbastanza geniale per entrambi i colossi.

 

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A Disney World i padroni di casa fanno gli onori. (Photo by Mark Ashman/Disney via Getty Images)

 

 

Un autentico Truman Show a pochi chilometri da Cape Canaveral, giusto per non smorzare quell’attitudine hollywoodiana tanto cara alla Lega, e al paese in senso in più ampio. Non ci sarà Jim Carrey, e nemmeno delle telecamere nascoste all’insaputa dei giocatori. Anzi, i protagonisti sono proprio loro, calati in quelle vesti attoriali che sembrano cucite su misura sin dal primo passo mosso sul parquet. Anche in questo caso, come nella celebre pellicola di Peter Weir, lo spettatore vive emozioni altalenanti, in un incessante pendolo che oscilla fra le risate e l’inquietudine, in uno scenario a tratti distopico.

 

 

La nuova corrente sportiva che si sta delineando post Coronavirus si può definire asettica, apatica e distaccata. Fra limitazioni e misure preventive appare come un laboratorio scientifico, mai così lontana dai nostri occhi, ma stavolta anche dal nostro cuore.

In un paese dove l’entertainment rappresenta un dogma inconfutabile e incontrovertibile, l’allunaggio dei marziani della palla a spicchi a Disney World contraddice l’essenza di uno sport che si è sempre fatto portavoce di una delicata attenzione sociale.

Mentre Tyus Jones, playmaker dei Memphis Grizzlies, lamenta la presenza di uno scarafaggio in camera, proprio in Florida una famiglia piange la scomparsa della figlia di appena 9 anni per complicazioni causate dal virus. Joel Embiid, il gigante dei Philadelphia 76ers, ironizza con vena polemica sulle quantità dei pasti, ma al di fuori della “bolla” vige uno stato di panico e terrore, dal momento in cui Orlando rappresenta uno dei più importanti focolai dell’intera nazione, soccombendo a un nemico che aleggia nell’aria e continua a mietere quotidianamente vittime.

 

 

Stonano alcuni scivoloni, cozzano con il Black Lives Matter stampato sui campi d’allenamento di ogni franchigia. Logiche poco chiare nei confronti di una nazione ancora in ginocchio, probabilmente offuscate da qualche carenza di sensibilità individuale. Fa tutto parte del grande calderone ricreativo e e di quegli obiettivi che la lega tenta di perseguire a qualunque costo: prendere o lasciare.

 

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Mathysse Bulle, ala piccola dei 76ers, da protagonista a producer

 

 

In tutto questo scenario surreale, non viene a mancare quel fuoco di passione che arde (o Harden) in fondo al cuore di tutti i grandi appassionati. Anche in questo caso, i maghi dell’intrattenimento non hanno lesinato nel tentativo di avvicinare i tifosi e addirittura migliorare la canonica trasmissione televisiva. Un bianconiglio dal cilindro, per far scoprire ad Alice quanto è profonda la sua tana (e le sue infinite potenzialità).

 

 

Se in Europa le società calcistiche hanno timidamente provato a replicare il calore sugli spalti con delle sagome cartonate e degli applausi registrati, l’NBA ha stretto un accordo con il signor Gates e Microsoft Teams, nota piattaforma di comunicazione che ha trovato nell’home working il miglior alleato di sempre per incrementare le proprie utenze. Le famose ballrooms, gli sfarzosi saloni riservati alle cene e i galà, sono state adibite a campi in cui si disputeranno le partite. Al loro interno sono stati installati led alti oltre cinque metri: un nuovo omnichannel ultra connesso per far sì che i fan possano vivere un’esperienza sensoriale diversa, anche grazie all’implementazione di nuovi angoli di ripresa e microfoni aperti per “ascoltare” il gioco.

 

 

I risultati di questo matrimonio sono un palliativo, un cerotto su una ferita da punti di sutura. Nemmeno l’NBA riuscirà a sanare questa situazione, riportando i tifosi sui loro seggiolini. Il cuore pulsante dello sport rimane comunque in panchina ancora per un po’, nonostante stupisca la solita megalomania statunitense. La “spacconata” di un contratto con Microsoft che sembra recitare: “ninno, al mio tavolo non puoi giocare, non hai abbastanza fiches da puntare”, facendoti sentire non piccolo, minuscolo.

 

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I ledwall forniti da Microsoft, l’ennesimo partner di questo circo mediatico (fonte: Microsoft.com)

 

 

Per fortuna poi c’è la palla, il gioco in tutta la sua grandezza e imprevedibilità. A quel tavolo invece tutti si siedono, e tutti vogliono dire la loro. Un tavolo, nel decorso storico dell’NBA, che ha spesso e volentieri invitato una Cenerentola a sedersi per galanteria e dar lei l’opportunità di fare la sua puntata. L’anno scorso è arrivata in carrozza, dal fiacchere è sceso un ragazzo genuino, refrattario a ogni tipo di riflettore, ma dotato di una silente e ammaliante leadership.

 

 

Kawhi Leonard è riuscito nell’impresa di porre fine all’egemonia dei Golden State Warriors, privati dell’infortunato Kevin Durant ma pur sempre favoritissimi da tutti i bookmakers. È cambiato molto nel giro di un anno. Durant è finito a Brooklyn, dove ha indossato la sua jersey numero 7 soltanto per immortalare i classici scatti di presentazione. Gli Warriors hanno ufficialmente aperto il cantiere per dar vita ad una ricostruzione fisiologica, lasciando spazio a nuove realtà e all’ennesima riconferma di quello che nella “bolla” magica rappresenta Il Re Leone dell’intero apparato cestistico (mondiale, in questo caso): Lebron James.

The King ha preso per mano i Los Angeles Lakers, esattamente com’è successo in tutte le altre squadre in cui ha militato.

Gli ha fatto fare lo zaino, ha detto loro di coprirsi bene, gli ha consegnato la merenda e consigliato di studiare. Ci sarà da lavorare sodo, ma insieme ad Anthony Davis e un supporting cast più oliato dell’anno scorso, riempire quella falange vuota dal 2010 non è più impresa così ardua. In seconda posizione, a Ovest, c’è l’altra faccia di Los Angeles, c’è Quasimodo.

 

 

La matematica parla ancora, e a me continua a non piacere: sponda Jack Nicholson abbiamo 16 titoli, di cui 31 di conference; lato Billy Crystal, due miseri titoli di division. I cugini bistrattati dei Lakers hanno sempre vissuto relegati ai margini, e c’è chi sostiene che la loro sia una maledizione. Quest’anno però Cenerentola ha cambiato carrozza, Kawhi Leonard ha invitato anche Paul George e insieme proveranno a sovvertire il destino di una fazione da sempre sottomessa al dominio incontrastato dei più acerrimi nemici cittadini.

 

NBA Walt Disney

Il Re Leone, a caccia della sua corona (Photo by Lintao Zhang/Getty Images)

 

 

L’altra costa, sempre malconcia nella corsa al titolo e meno soleggiata, abbandona quel clima fiabesco e incantato, riponendo le proprie speranze nell’Hercules dell’NBA: lo statuario Giannis Antetokounmpo, croce e delizia dei Milwaukee Bucks. Saranno verosimilmente loro gli unici che potranno giocarsela con chi la spunterà ad Ovest, sempre se riusciranno ad orchestrare un gioco pulito ed efficace, liberandosi di quell’eccessiva dipendenza dal bronzo greco che spesso li ha intaccati durante il corso della stagione.

 

 

La minaccia principale per i Bucks sono i Toronto Raptors campioni in carica, nemmeno lontanamente paghi del semi-miracolo del 2019. La franchigia canadese, dopo il primo titolo della sua storia, sembra avere acquisito consapevolezza dei propri mezzi. Hanno perso Kawhi Leonard, MVP delle Finals dell’anno scorso, ma hanno rinforzato quella solida coscienza di squadra che già impressionò anche i meno esperti contro gli Warriors. Lowry, Gasol, Ibaka: veterani di cui non ci si può fidare (per chi ha spursiana memoria).

 

 

Ci sono tanti altri protagonisti che potrebbero impersonare perfettamente tutti i ruoli più disparati partoriti dall’acume geniale di Walt Disney, il padrone di casa. E in fin dei conti, anche se la carrozza è destinata a diventare zucca allo scoccare della mezzanotte, Cenerentola calzerà alla perfezione la sua scarpetta di cristallo.

 

Walt Disney World Resort: Where the dreams come true.

 

NBA: Where amazing happens.

 

Perché nonostante tutto, che piaccia o meno, hanno sempre ragione loro.