C’è stato un momento, cristallizzato nel tempo di una notte catalana, in cui Neymar Jr. è stato il giocatore più forte del pianeta. Era il marzo del 2017: una di quelle serate di Champions League in cui i sogni si mischiano alla realtà e sembrava possibile anziché utopico al popolo blaugrana ribaltare lo scellerato 4 a 0 subito nella partita di andata degli ottavi al Parco dei Principi. L’impresa, già di per sé titanica per il risultato, era esacerbata dalla sfavillante prestazione degli avversari, che avevano finalmente dato prova di essere qualcosa di ben più apprezzabile della sconclusionata raccolta di figurine personale di Nasser Al-Khelaïfi, lo sceicco qatariota che ha ribaltato gli equilibri economici del calcio mondiale.

 

In quella notte di delirio calcistico, Neymar si è preso il palcoscenico e il firmamento del calcio mondiale, trascinando il Barcelona a una qualificazione impensabile, imponendo sul campo una prestazione mitologica per qualità e personalità. Una prova abbagliante, capace di oscurare anche la stella polare di Leo Messi, soverchiato dal talento e dalla straripanza atletica del suo compagno di squadra. È stato come se, in un interminabile istante, la blasfemia, ancor più che lesa maestà, con la quale il ragazzo di Santos è stato incoronato in patria erede di Pelè – più per spasmodica necessità che reale cognizione – all’improvviso fosse stata catalogata come: paragone calzante. Eppure, da quella vetta immacolata O’Ney è subito precipitato, e nel giro di due anni sembra opportuno chiedersi: dov’è finito Neymar?

 

Con Messi durante quella magica notte (foto di Laurence Griffiths/Getty Images)

 

In quella tumultuosa estate 2017, forse stregato dal suo talento in quella notte, lo sceicco Al-Khelaïfi ha preteso proprio il brasiliano come attrazione principale del suo circo itinerante, con un’operazione senza precedenti che ha fatto investire una somma superiore al valore complessivo delle rose di ognuna delle altre 19 squadre di Ligue1. Che sia stata ambizione, nel tentativo di affermarsi come violino solista e non membro d’onore dell’orchestra diretta da Leo, che sia stata brama di denaro, diventando il calciatore più costoso e pagato di sempre, rimane innegabile l’involuzione della carriera di Neymar da quel momento.

 

Un’involuzione prima di tutto tecnica: laddove il Barcelona, con il suo collettivo oliato, gli aveva imposto l’educazione tassativa del calciatore sistemico, a servizio di un’idea e un’impronta calcistica ben precisa, nella quale il talento celebra e arricchisce il lavoro di squadra, al PSG Neymar è tornato a essere un calciatore lezioso e immaturo, alla costante ricerca di giocate sensazionali, finalizzate alla vanagloria di un boato di stupore o di un video su Instagram.

 

Durante l’ultimo mondiale: da Oscar (foto di Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

 

Nel frattempo, le sue plateali simulazioni, risibili per forma e modo, hanno conquistato la ribalta molto più dei suoi successi in campo. I malumori, rigurgito di una consapevolezza occulta di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, gli hanno fatto periodicamente maturare l’idea di lasciare la gabbia dorata di cui è schiavo; così ecco comparire, puntuali, infortuni politici ad allungare la lista di partite soggette a indisponibilità. Anche in Brasile, a casa, dove è stato adorato oltre ogni ragionevole dubbio, quest’estate sono piombate accuse di stupro durante la preparazione per la Copa America: un polverone mediatico che ha fatto addirittura esporre i vertici della CBF, sostenendo che sarebbe stata opportuna una sua esclusione, almeno fino al chiarimento della vicenda. Una misura estrema che non è stata necessaria, visto che la caviglia di Neymar ha ceduto in amichevole e l’ha escluso necessariamente dalla lista di Tite.

 

Un Brasile che, in casa, ha saputo vincere anche senza il suo capitano (e serpeggia ormai l’idea che abbia trionfato soprattutto perché senza il suo capitano). Sebbene Tite si sia ampiamente prodigato a smentire la voce e riaffermare la centralità di Neymar nel progetto verdeoro, è apparso chiaro a tutti come la nazionale più titolata al mondo, libera dai personalismi e dalle scenate del suo numero 10, sia apparsa una squadra compatta, solida ed empatica per la prima volta dopo molto tempo. Priva forse del talento cristallino di Neymar, ma anche del suo magnetismo inevitabile sul gioco, il Brasile ha ripartito le responsabilità e distribuito gli oneri, alimentando le convinzioni degli altri interpreti e accrescendo la dimensione tecnica dell’intera squadra.

 

Oggi Neymar è un oggetto misterioso. L’ennesima indigestione del numero 10 verdeoro sembra aver condotto alla definitiva rottura con la società transalpina, arresasi all’idea di vedere la capigliatura improbabile di Neymar danzare su altri prati. Ma certo non intende svendere un asset societario così rilevante: ad ora O’Ney si trova al centro di complicate operazioni di mercato e prigioniero di uno stipendio faraonico. Che sia sotto la Mole, alla Casa Blanca, o ancora nella capitale catalana, in un back-to-back storico, quel che è certo è che il futuro di Neymar dovrà passare prima di tutto da una scelta personale forte. Ridimensionare un ingaggio proibitivo è la prima scelta obbligata; calarsi nella composizione egocentrica della sineddoche sportiva riducendosi così a essere parte integrante di un tutto superiore a lui stesso, sarà invece la chiave per la sua rinascita calcistica. Per riconciliarsi con quella notte catalana e risvegliarsi non più nel bel mezzo di un incubo, ma nella consapevolezza di essere il giocatore più forte del pianeta.