La Super Champions è il trionfo della UEFA.
“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi“, recita una famosa citazione de ‘Il Gattopardo’, intramontabile opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Una regola che vale non solo nel racconto ma anche nella vita, incluso il mondo del calcio. La UEFA, per esempio, sembra aver fatto proprio il celebre detto nell’ideare la nuova versione della Champions League, inaugurata per dare nuova linfa alla competizione ma servita, più che altro, a mantenere lo status quo minacciato dalla “ribellione” di numerosi grandi club e dalla nascita della Superlega.
La nuova formula che ha introdotto il maxi girone, giunta ormai alla seconda annata, ha confermato quanto si era già notato lo scorso anno: l’ultima giornata della fase iniziale del torneo ha visto praticamente tutte le squadre ancora in corsa per la qualificazione agli ottavi o ai playoff (all’inizio dell’ultima partita ben 32 squadre sulle 36 in gara avevano ancora un obbiettivo da dover centrare, e solo quattro conoscevano già quale sarebbe stato il loro destino). Partite dunque combattute sino all’ultimo e una serata europea ricca di ribaltoni e colpi di scena, accompagnata ovviamente dall’entusiasmo dei tanti tifosi da ogni parte del continente.
Ma la nuova Champions League è davvero un successo? Al secondo banco di prova, è possibile fare un primo bilancio.
L’idea di rivoluzionare la fase a gironi si è rivelata certamente vincente dal punto di vista della suspense, rendendo più avvincente la fase iniziale e aumentando l’interesse del pubblico sin dalle prime battute del torneo (a testimonianza di questo, Sky Sport Italia ha annunciato di avere ottenuto 1 milione 777 mila spettatori medi complessivi per la giornata finale della fase a gironi di questa edizione). Ad essere apprezzata non è tanto la possibilità di incontrare più squadre nel percorso, fattore che può rivelarsi comunque affascinante, quanto invece la formula della classifica unica, con la possibilità di avere tantissime squadre nel giro di pochissimi punti.
L’ultima giornata del nuovo “gruppone”, in particolare, ha il sapore del calcio vecchio stile, quello delle gare tutte alla stessa ora, degli aggiornamenti improvvisi dai diversi campi e della sensazione che qualsiasi sogno sportivo potesse realizzarsi. Seguire la partita della propria squadra con un orecchio agli altri incontri, con la calcolatrice in mano, e la palpabile tensione data dall’incertezza dei risultati e da una classifica ristretta e confusa, è certamente emozionante da vivere da spettatori (di ciò è manifesto il gol del portiere Trubin al 97’ che ha qualificato l’ormai praticamente eliminato Benfica di José Mourinho).
Da questo punto di vista non si può che essere contenti. Ma, appunto, si tratta di una giornata. Il resto procede, bene o male, come è sempre stato. È sufficiente questo perché la nuova Champions League sia un successo per i tifosi? Perché poi c’è anche altro. Partiamo dalle squadre partecipanti. In questo caso, la grande novità sono il numero maggiore di match (non certo un vantaggio visto il dispendio maggiore di energie nel corso di una stagione già impegnativa) e i maggiori introiti (questi si, invece ben graditi e a lungo richiesti dai club, alle prese con costi sempre più importanti).
Ogni squadra adesso gioca 8 partite contro avversari sempre diversi (a cui si aggiungono i playoff), contro le 6 gare della precedente formula. Naturalmente, gli introiti sono ben più elevati: quest’anno la UEFA ha messo a disposizione 2,437 miliardi di euro, divisi in 670 milioni di euro di quote di partenza (l’accesso ai gironi vale per un club 18,1 milioni, mentre prima della riforma la cifra era stimata in circa 15 milioni), 914 milioni divisi per risultati e i passaggi dei turni, mentre 853 milioni di euro sono per market pool e ranking storico. Nel 2023-2024, ultima stagione a 32 squadre, il montepremi della competizione era stato invece di 2,1 miliardi di euro.
Prendendo ad esempio le italiane, secondo le stime di Calcio e Finanza l’Inter in questa edizione ha già guadagnato 71,27 milioni di euro, la Juventus 64,05 milioni di euro, l’Atalanta 59,4 milioni di euro, e il Napoli non qualificato 48,55 milioni di euro. Un contributo fondamentale per le casse dei club italiani. La crescita degli introiti è ancora più evidente se si analizzano i ricavi dell’Inter nelle due stagioni in cui i nerazzurri sono arrivati in fondo al torneo: nella stagione 2022/2023, quella della finale con il City, l’Inter ha incassato 101 milioni e 289mila euro (dati UEFA), mentre lo scorso anno, con la nuova formula, l’atto conclusivo è valso ai nerazzurri 136,6 milioni.
Un boost non indifferente al fatturato.
Per il resto, anche dal punto di vista dei risultati finali non è cambiato poi molto rispetto al passato. Sì, inizialmente c’è un po’ di colore in più, ma le tanto decantate ‘sorprese’ vengono presto assorbite e ridimensionate, mentre la fase eliminatoria resta il terreno dei soliti noti. Chi lottava per la vittoria prima lo fa anche ora, chi si qualificava prima, in linea di massima, lo fa anche ora. Gli altri, al massimo, possono ambire a qualche sporadico sgambetto. Tutto nella norma, sia chiaro: è il calcio, e se è vero che spesso il pallone è rotondo la legge del più forte la fa giustamente da padrone.
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Ai fini dell’essenza stessa della Champions League, insomma, nei fatti a cambiare è solo una qualificazione con qualche brivido in più, un “contentino” dal punto di vista dello spettacolo per il pubblico, e un maggiore ricavo – comunque a caro prezzo, visto l’alto numero di partite e il maggiore tasso di infortuni, con stagioni sempre più difficili da gestire per i tecnici. Chi vince su tutta la linea, invece, è proprio la UEFA, che gongola dall’alto del suo fatturato di 4,4 miliardi di euro fatto registrare nella passata stagione grazie a Champions League, Europa League, Conference e Supercoppa Europea.
Rendere la competizione più avvincente era una necessità, così come trovare il modo di aumentare l’interesse, rinnovare, e avere di conseguenza maggiori ricavi. E la missione, in questo senso, può dirsi compiuta. Ormai d’altronde questo sport non può prescindere dalle logiche economico-industriali, seppure a tratti sembra che siano non anche queste ma solo queste a determinare il tutto. È il grande calcio di oggi, il gioco dei ricchi, non quello “del popolo” tirato in ballo più volte per scongiurare l’ipotesi Superlega, accusando i grandi club di volere un monopolio che è comunque nei fatti. Questa nuova Champions League è poi così diversa?
Qualsiasi sia l’opinione a riguardo, l’obiettivo principale di questa riforma è stato raggiunto. Tra i grandi club che hanno i maggiori introiti richiesti (scongiurando così l’ipotesi di nuovi tentativi in quella direzione), e i tifosi accontentati nell’avere una prima parte di torneo più interessante e uno spettacolo maggiore in quella fase, a trionfare è stata la UEFA, che dando l’illusione di cambiare tutto è riuscita a non cambiare niente, a mantenere saldi gli equilibri organizzativi del calcio europeo e a respingere, almeno per il momento, le lamentele che arrivavano da più fronti.
Con buona pace di chi sognava grandi ribaltoni, o misure che mettessero un freno e limitassero il gap tra le grandi del continente (Premier League su tutti) e i club più piccoli, aumentando così la competitività su larga scala.
E anche (e soprattutto) con buona pace della Superlega che, con questa nuova formula, ha un terreno molto meno fertile. Tutto sembra essere cambiato, insomma, ma alla fine nulla lo è davvero. La nuova Champions League ha ridato stabilità a un sistema che iniziava a mostrare crepe strutturali, compiendo un ritocchino che (per ora) va bene a tutti.
Eppure, con simili fondamenta – da club ultra indebitati costretti a rilanciare sempre perché incapaci di stabilizzarsi, a un pubblico via via meno ‘affezionato’ – e con una simile logica alla base, quella di spremere gli eventi il più possibile fino a causare un’inflazione degli appuntamenti stessi (big match troppo frequenti che ridimensionano l’attesa e il peso di una partita ‘speciale’) è solo questione di tempo affinché quelle crepe si ripresentino, magari anche più profonde.
Photo William Cannarella / PSNewZ / Insidefoto