Tifo
11 Marzo 2026

Per un calcio giusto e popolare

L'utopia ora è petizione al Senato.

Se il cosiddetto calcio moderno è riuscito negli anni ad imporsi con le sue regole tutte votate alle leggi di mercato, è stato forse anche per l’incapacità del movimento ultras di farsi trovare pronto e compatto in alcuni momenti decisivi della sua recente storia. Eppure, non tutto è perduto. La sera del 10 marzo, a Vicenza, nella suggestiva cornice della sala del Monte di Pietà, qualcosa di significativo si è messo in moto. È lì, infatti, che ha avuto luogo una conferenza stampa volta a presentare una petizione al Senato della Repubblica che sa di resistenza e buonsenso, intitolata “Per un calcio giusto e popolare”.

A parlarne, difronte alla platea raccoltasi nei pressi di Piazza dei Signori, l’avvocato Federico Pesavento, il presidente del Centro Coordinamento Club Biancorossi Emanuele Arena e due rappresentati della Curva Sud berica, Carlo Florio e Christian Brojanigo. Sarebbe tuttavia un errore pensare che si tratti di un’iniziativa isolata e locale, perché le piazze promotrici sono molte, da Salerno a Parma, passando per Genova e coinvolgono oltre 120 tifoserie, dalla Serie A alla D, che hanno avuto la capacità di mettere da parte le proprie divergenze di prospettiva per dare vita ad un progetto a difesa non tanto del mondo ultras in sé, ma del tifo in generale. Poiché, com’è ovvio, senza l’apporto umano degli appassionati la partita si riduce ad uno sterile soliloquio di gesti atletici, si rivela necessario sottrarla alle mere logiche degli interessi economici e riportare, come si è detto, «il tifoso al centro».



Quindici anni fa ci raccontavano che la Tessera del Tifoso sarebbe stata la panacea di ogni male; oggi ci ritroviamo con stadi spesso svuotati dal caro prezzi, calendari che ignorano chi lavora e restrizioni che colpiscono la collettività per le colpe del singolo, rendendo di fatto il divieto di trasferta la norma, come se lo Stato avesse deciso tout court di abdicare ad una propria responsabilità.

Non si tratta di difendere l’indifendibile, sia chiaro. In quel di Vicenza lo si è detto con chiarezza: «Chi sbaglia paga, ma la responsabilità è personale». Proprio per questo, si chiede che lo stadio torni a essere un luogo di espressione e creatività, uno spazio in grado di sottrarci ai meccanismi biechi della coazione a ripetere, e non un laboratorio di sorveglianza speciale, un sottoprodotto burocratico capace solo di rispondere all’errore del singolo con chiusure generalizzate e preventive.

Le richieste presentate nella petizione sono dunque le seguenti:

Meritocrazia contro le Squadre B: il rifiuto di un calcio “incubatore” per i club più ricchi, che toglie spazio alle piazze storiche in nome del profitto, e introduzione di un apposito campionato per le suddette compagini.

Prezzi popolari: un tetto massimo nelle curve (20€ per la A, 15€ per la B, 10€ per la C) per far sì che esse restino il cuore pulsante del tifo, non un privilegio per pochi.

Uno stadio a misura di tifoso, con il ritorno a calendari rispettosi dei ritmi di vita della gente comune, e la rimozione di quei vincoli burocratici che impediscono l’ingresso di tamburi e bandiere, «restituendo [così] ai tifosi la possibilità di dare voce e colore agli spalti e riconoscendo il valore culturale di un tifo apprezzato e riconosciuto come uno tra i migliori al mondo». Si chiede inoltre l’abolizione del cosiddetto Codice etico, che permette di fatto alle società sportive di allontanare persone non gradite in maniera del tutto discrezionale; nonché la predisposizione di aree dedicate a tifosi con disabilità e a quelli che intendano vedere la partita in piedi, esattamente come accade per esempio in Germania.

Tutela delle trasferte e dei tifosi ospiti: va definita una serie di procedure certe e tempestive, che consentano ai tifosi ospiti «di programmare le trasferte con adeguato anticipo, tutelando la libertà di movimento, costituzionalmente garantita, l’acquisto dei titoli di ingresso agli stadi anche con modalità analogiche, al fine di garantire la massima fruibilità delle manifestazioni sportive, anche attraverso il superamento di limitazioni e divieti generalizzati, che da eccezione sono diventati regola, e abolendo ogni programma obbligatorio di fidelizzazione».

Stop a misure ingiuste: si chiede «che ogni forma di D.A.SPO. sia sottoposta al vaglio del Giudice, al pari delle altre misure di prevenzione previste dalla legge, per poter garantire un concreto diritto di difesa, non solo cartolare, a chiunque vi sia sottoposto», oltre all’immediata «disapplicazione del cosiddetto “Daspo fuori contesto”».

Trasparenza e stop alle Multiproprietà: da una parte, ci si auspica l’introduzione di criteri rigorosi di affidabilità e solidità economica per chi assume il controllo dei club; dall’altra si rifiuta con decisione l’esistenza delle multiproprietà, che generano conflitti di interesse e calpestano la storia, l’identità e il legame con il territorio di piazze che non possono essere ridotte a semplici succursali, come Salerno e Bari.

L’obiettivo è ambizioso: portare al Senato, entro fine maggio, la voce di chi il calcio lo vive da dentro. Si punta almeno alle 50 mila firme, si spera però di poterne raccogliere anche 200 mila.

Noi ce ne auguriamo molte di più. Del resto, con quest’iniziativa il tifo nostrano ha dimostrato una maturità che spesso manca alle leghe professionistiche e a chi avrebbe il compito di gestire il sistema calcio del nostro Paese. Le rivalità restano, certo, ma il diritto di esistere come tifosi viene prima. Ancora una volta, laddove non si muovono i legislatori e le istituzioni restano arroccate nei propri uffici, arriva l’iniziativa delle comunità. Perché il calcio, prima di essere un business o una questione di ordine pubblico, è – e deve tornare a essere – un bene comune.


in copertina: giovani tifosi ad Anfield Road (Pinterest)

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