Tifo
25 Luglio 2023

Podgorica, dove il tifo è cultura

Reportage dal Montenegro.

18 agosto. Dopo un viaggio di oltre tre ore su una navetta spacciata per autobus, stracolma di gente e sempre più piena ad ogni fermata, grondante di sudore arrivo a destinazione: Podgorica, o Titograd per i più nostalgici. Per rendere l’idea della temperatura interna durante il percorso userò le parole di un ragazzo inglese salito a Tivat, pronto ad una vacanza ad alto tasso alcolico: “I’m sweating Malibu”.

Fuori dalla stazione, alla vista dei turisti, i tassisti montenegrini sgranano gli occhi per la felicità, in una capitale semideserta per via dell’esodo balneare verso la costa. Nel tragitto verso l’appartamento, mentre l’autista con la sigaretta in mano ci intima di non aprire i finestrini, guardo attraverso la coltre di fumo e la vista conferma le mie aspettative sulla città, relativamente giovane e centro politico e amministrativo del Paese solo dal secondo dopoguerra. In un susseguirsi di palazzoni costruiti secondo lo stile che noi occidentali definiamo brutalista, i miei occhi vengono rapiti da altro; i muri danno voce a chi è fuggito al mare e sembrano chiederti perché sei da quelle parti.

Essenzialmente la cifra di lettura di Podgorica è l’estraneità: è straniera per chi la guarda e fa sentire straniero chi la osserva. Il fatto che tra le sue principali attrazioni turistiche annoveri un ristorante (vivamente consigliato) dovrebbe rendere sufficientemente l’idea di quanto chi si trovi per caso nella capitale montenegrina sia, generalmente, di passaggio verso le più rinomate località di mare del paese. A ribadirti di non essere il benvenuto ci pensano proprio i murales, perché Podgorica è in mano ai Barbari (Varvari), conosce solo due colori, il bianco e il blu, e per i suoi abitanti c’è un solo passatempo: la società sportiva Budućnost.

TAMO ĐE MI STOJIMO NEMA MJESTA ZA DRUGE! Ovvero, Dove siamo noi non c’è posto per gli altri!

Il motto dei Varvari esemplifica la sofferenza verso tutto ciò che è estraneo al loro mondo, che sia un turista o l’autorità. La scritta “Merda Policia” che mi si para davanti appena giro l’angolo spazza via ogni dubbio.

podgorica
Foto di L. Serafinelli

Sospinto da un vortice d’aria rovente che rende Podgorica ancora più ostile verso il malcapitato viaggiatore, e che soffia sulla città direttamente dai rilievi montuosi della Gorica dai quali è circondata e prende il nome, mi avventuro per un rapido giro di perlustrazione. Attraversando il Millennium Bridge per superare una Moraća semi asciutta a causa del caldo, noto tre cattedrali nel deserto: la moschea Starodoganjska, la Cattedrale della Resurrezione ortodossa e lo Stadion Pod Goricom. La riconciliazione nazionale tra le varie anime religiose, nazionali e politiche di un Montenegro diviso passa anche attraverso la Budućnost.

La sensazione di Gianni Galleri, autore del libro Curva Est, condivisa dal sottoscritto, è che il tifo per ogni sezione della polisportiva funga da collante ideologico di una città strana e senza una storia consolidata, in cui si fatica persino a comprendere quale sia il centro storico. Sin dall’autunno del 1987 allora, gli abitanti di Podgorica eleggono il proprio centro storico interiore e si radunano fuori dalla tribuna nord dello stadio. La polisportiva viene fondata nel 1945, ma la sezione calcistica è erede dell’FK Zora Podgorica, sorta già nel 1925. Il tifo organizzato dei Varvari nasce invece ufficialmente nell’aprile del 1987 quando, in occasione di un match con il Rijeka, i biancoblu sottraggono lo striscione alla più celebre Armada.

podgorica
Foto di L. Serafinelli

A uno dei numerosi fondatori, Dražen Vusojević, è stato dedicato poco tempo fa un graffito nel suo quartiere natale. In poco tempo l’entusiasmo coinvolge i giovani e il movimento cresce numericamente domenica dopo domenica. Nei quartieri della capitale nascono le note dell’inno Duboka Je Moraća (la Moraća è profonda). I primi 5 anni di vita del gruppo fanno registrare una costante ascesa tanto da renderlo uno dei più rispettabili del SFRY, il campionato jugoslavo dell’epoca.

Proprio negli anni in cui la federazione è sotto la pressione delle spinte separatiste e in piena dissoluzione, i Barbari nel 1992 subiscono una battuta d’arresto e si disgregano. La “rifondazione” avverrà nel 1994 in un match contro la Vojvodina, nel campionato della neonata Repubblica Federale di Jugoslavia, sorta il 27 aprile 1992 sulla base dell’accordo tra Milosevic e il governo montenegrino. Grazie all’opera di una nuova generazione capitanata da Čaka, Skočko e Sekula, i giovani ritrovano l’entusiasmo necessario per far riprendere il movimento, incentrato sempre sullo spirito originario del gruppo, cioè il disprezzo verso qualunque altro simbolo di aggregazione che non fossero i Varvari o la Budućnost. Sin dal 1987, infatti, quest’ultimi rifiutano qualunque forma di leadership, come si evince dalla dichiarazione di alcuni loro esponenti al giornale ‘Tifu’, nella quale affermano:

“Non vediamo il motivo per cui debba esserci qualcuno da adorare nel nostro paese”.

Insomma non importa se tu sia un turista, un’autorità o un tifoso di un’altra squadra, a Podgorica sei fuori luogo a meno che tu non sia un Barbaro. Per ottenere conferme di ciò basta notare le differenze che intercorrono tra la capitale e i principali centri del Montenegro. Camminando per Niksić, Budva o Bar, ad esempio, non è raro trovare delle scritte appartenenti ai Delije e ai Grobari, o gadget della Stella Rossa e del Partizan Belgrado nei negozi, ma a Podgorica neanche l’ombra.

Questo non significa che non vi siano tifosi delle due squadre di Belgrado, specialmente tra i più anziani, ma la presenza dei serbi non trova sfogo nella fondazione di gruppi organizzati, come invece è avvenuto a Bar dove troviamo i “Grobari Bar”, recentemente coinvolti in uno scontro con i Varvari dopo una partita di basket. Anche a Niksić era presente una rappresentanza biancorossa, i “Delije Niksić”, almeno fino al 2020 quando, di ritorno da un viaggio in Grecia, venne loro sottratta la pezza proprio dai Varvari che li attendevano alla stazione di Podgorica dopo aver monitorato i loro spostamenti e aver riconosciuto i volti dei membri da una foto postata sui social.

Foto di L. Serafinelli

Il rapporto tra i Biancoblu e i Delije è nato sotto il segno dell’amicizia, ma dalla morte della federazione jugoslava all’indipendenza montenegrina ha subito delle ripercussioni ed è spesso sfociato in scontri violenti, prettamente dovuti alla rivalità “sportiva” più che politica, dato che non è raro trovare nella tribuna nord dei montenegrini la bandiera “Kosovo Je Srbija” e ambo le parti non mancano di rimarcare il loro legame religioso. Da un racconto di Čaka Ivanović, una delle figure che ha rivitalizzato i Varvari nel ‘94, affiorano i ricordi di una quasi leggendaria trasferta di 250 montenegrini a Belgrado nel ‘98, in occasione di una partita di Basket con la Zvezda fatta di scontri nei punti nevralgici della capitale serba e nottate in cui i Varvari hanno dato rifugio ad una 60enne contrabbandiera di sigari. Insomma una di quelle storie che meriterebbe di essere approfondita in un articolo a parte.

Di lì a poco, il 24 Marzo 1999, sarebbe iniziato il bombardamento dei territori di Serbia e Montenegro da parte della NATO, e sui muri delle due capitali i pensieri per l’Occidente democratico non mancano mai. Lo sa bene Matteo, ragazzo che gestisce The Begbie Inside, ovvero la pagina che mi fa desistere dal disattivare il mio account Instagram. In fuga, chissà da chi o da cosa, decide anche lui di atterrare nella ridente Podgorica ad agosto, per poi proseguire verso Belgrado. La sua esperienza conferma quanto il modo migliore per comprendere una città altrimenti incomprensibile ai nostri occhi sia perdersi per le sue vie, diffidare dai media e leggere sui muri.

Camminando verso Stara Varoš, un agglomerato di costruzioni di stili diversi che rappresentano, sulla carta, la Stari Grad (città vecchia) meno caratteristica del Montenegro, ci si rende conto dagli adesivi e dai graffiti di quanto la Budućnost sia l’antidoto ad un’evidente eterogeneità sociale. Un sociale per il quale gli stessi Varvari, come la maggior parte dei gruppi ultras europei, propongono delle iniziative in modo da rafforzare l’identità tra Podgorica e la polisportiva. Quell’impegno sociale al quale era dedito anche Milan Mladenović, frontman degli Ekatarina Velika, una delle band new wave anni ‘80 più apprezzate della Jugosfera, nel cui ritratto, splendidamente realizzato dai Varvari, si imbatte Matteo mentre passeggia nei pressi dello stadio.

Budućnost significa Futuro, e forse proprio l’impianto dello Stadion Pod Goricom è la rappresentazione plastica di una modernizzazione affrettata in una città senza un passato solido e con un futuro che tarda ad arrivare, ammesso che sia il benvenuto. Il modello inglese, con negozi e ristoranti incorporati nell’impianto, ha infatti lasciato presto spazio alla decadenza fatta di vetrine rotte.

Ma sei mai un giorno vi ritroverete inconsapevolmente a girare a piedi Podgorica, lasciatevi trasportare da quella che noi con occhi giudicanti chiamiamo decadenza, dai lavori dei Blue and White Vandals che colorano le pareti grigie degli edifici. In tal caso tornerete con un ricordo da conservare, per Matteo è stato il bar più bello di tutto il Montenegro, incastonato in un edificio diroccato sulla via della stazione dei bus, ma forse non regge il confronto con il mio freezer per i gelati, buttato per strada a Stara Varoš, collegato alla corrente di casa del gestore del bar seduto su una sedia di plastica. Ricordatevi, però, che probabilmente se vi trovate a Podgorica siete solo di passaggio, e se siete di passaggio non siete Barbari, e se non siete Barbari per voi non c’è posto.

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