Altri Sport
09 Luglio 2025

Polisportiva Mediolanum, un sogno infranto

Non è un Paese per polisportivi.

Sono trascorsi trentacinque anni, era il 1990, da quando la Mediolanum (Gonzaga) Volley diventava campione del mondo. La squadra componeva la Polisportiva Mediolanum nata da appena un anno ma dai progetti ambiziosi, una società “poli” che doveva mettere insieme le varie discipline sportive meneghine sotto l’egida della Mediolanum, alias, Silvio Berlusconi e la sua Fininvest; dopo il calcio, egli infatti ci prese gusto e sognò di conquistare il mondo, oltre che con il Milan, anche nei palazzetti dello sport, sui campi di baseball, di rugby e così via.

Tutti all’ombra del Biscione, il “logo” della Polisportiva Mediolanum ma, soprattutto uno dei simboli storici della città di Milano, emblema della casata nobiliare dei Visconti.

E vale la pena di ricordare che “el bisson” (rigorosamente in lingua lombarda) pare che nasca dall’esigenza viscontea di legare la propria casata ad una leggenda eroica. Bonifacio, signore di Pavia che prese in sposa Bianca, figlia del duca di Milano, mentre combatte con i Saraceni subisce il rapimento del figlio, che viene divorato da un enorme serpente. Di rientro dalla guerra Bonifacio si mette quindi sulle tracce del serpente e, una volta scovato, lo uccide facendogli sputare dalla bocca il figlio ancora vivo. Dallo stemma di famiglia a simbolo dell’intera città di Milano ci vuole poco, il tempo che i Visconti diventino signori di Milano.

Da allora, anche con l’avvento degli Sforza – che, imparentatisi con i Visconti, succedettero loro ai vertici dello Stato meneghino – il biscione è sempre stato simbolo di Milano, anche dopo, sotto la monarchia spagnola e poi sino ad oggi. Silvio Berlusconi, scomparso proprio in questi giorni due anni fa, volle allora che il termine latino che in breve riporta a Milano (Mediolanum) e il simbolo della città (il biscione) fossero tratti simbolici e distintivi, oltre che delle sue aziende, anche della sua Polisportiva.


1990, dicevamo, e la Mediolanum solleva il titolo di campione del mondo di volley per club battendo al Palatrussardi il Banespa San Paolo. A difendere i colori del biscione c’era un dream team che vantava nomi del calibro di Zorzi, Lucchetta, Galli, Dvorak, Bertoli, Cvrtlik. La squadra, che recava la dicitura esatta di Mediolanum Gonzaga poiché nasceva originariamente dalla squadra di Mantova, componeva insieme ai Mediolanum Devils di hockey su ghiaccio, la Amatori Mediolanum di rugby e la Mediolanum baseball il sogno realizzato di Silvio Berluscono, anche se per poco, di un “Milan polivalente” che andasse oltre il calcio, sulla falsariga delle blasonate spagnole Real Madrid e Barcellona.

Ad onor del vero il patron dei rossoneri tentò in quegli anni anche l’acquisto dell’Olimpia Milano di pallacanestro, operazione che avrebbe chiuso il cerchio, ma la firma del contratto saltò proprio alla fine.

E a saltare, poi, in pochi anni, furono i progetti di Berlusconi, che aveva creduto molto nella Polisportiva Mediolanum, tanto che nell’organigramma figurava un dirigente sportivo di fiducia come Fabio Capello. Le rose di ognuna delle squadre della Polisportiva Mediolanum avevano i big di categoria, i Gullit e i Van Basten, oltre che del volley già citato, anche dell’hockey, del baseball e del rugby, tanto per intenderci. Gaetano Orlando, Tom Tilley e Mark Napier per la disciplina che utilizza il bastone ricurvo sul ghiaccio, Lino Capuozzo, Alex Neri e Alfredo Moia per mazze e palline sul diamante e David Ian Campese, miglior giocatore di quegli anni con la palla ovale.

Polisportiva Mediolanum
Capuozzo, Neri e Moia alla Mediolanum Milano nel 1992 / Foto Wikipedia tramite Milanobaseball.it

Scudetti vinti, titoli e soddisfazioni ma in pochi anni l’ambizioso piano finisce in un desolante naufragio. Ad “affondare” la nave Mediolanum furono, probabilmente, più fattori, a partire dalla mai superata cultura sportiva italiana, che vede il calcio rappresentare lo sport per antonomasia e le altre discipline archiviate al ruolo di complementari, prive di quel seguito e quella passione necessari a riempire palazzetti e stadi.

I pettegolezzi di quegli anni parlano addirittura di una Fininvest generosamente pronta a regalare biglietti e inviti per le gare delle squadre della sua Polisportiva, insomma il principio inverso rispetto alla ricerca spasmodica di un ticket di ingresso per una partita a San Siro, specialmente in quel periodo che vedeva proprio la compagine milanese, con Arrigo Sacchi prima e Fabio Capello poi, in cima all’Italia ed al mondo.

La Polisportiva Mediolanum, dunque, come “toccata e fuga”, e se quella di Johann Sebastian Bach era un’opera per organo in re minore, quella sportiva avrebbe voluto incoronare il suo re maggiore Silvio Berlusconi. Non tutte le ciambelle però riescono con il buco, e se la biografia del Cavaliere è costellata di tanti successi nei campi più svariati, nel caso della Polisportiva Milan o Mediolanum, già Mediolanum Sport e poi Milan Athletic Club, gli allori sfiorirono ben presto.


Con la Treccani, l’essenza della Polisportiva è quella di “favorire la diffusione dello sport e organizzare diverse attività sportive, attinenti a diverse discipline e sezioni”. Un modello che nel nostro Paese non ha mai davvero attecchito.

Oggi, a mantenere la dicitura di Polisportiva è la Società Sportiva Lazio. Il sodalizio capitolino, che si presenta come la “più antica e grande Polisportiva d’Europa”, fondato a Roma, da nove ragazzi (i fratelli Bigiarelli, Aloisi, Lefevre, Balestrieri, Mesones, Grifoni, Venier e Massa) il 9 gennaio 1900, continua dopo centoquindici anni ad affiancare alla squadra di calcio altre discipline. Un network in cui si praticano circa settanta attività sportive e che sotto l’egida dell’aquila, in più di un secolo di storia, ha visto passare tra gli altri anche Fausto Coppi (per un breve periodo), Carlo Pedersoli (alias Bud Spencer al cinema) campione di nuoto e pallanuoto, e Renzo Nostini, pluridecorato campione di scherma (quindi a lungo presidente della Lazio Nuoto).

E girando in Europa, le polisportive che hanno nel calcio il “parente nobile”, oltre alle sopracitate Real Madrid e Barcellona, sono numerose.

In Portogallo, per esempio ci sono Porto, Benfica e Sporting, e le tre grandi del football lo sono anche nel basket, nella pallamano sino all’hockey ed all’atletica. Particolare menzione la merita il Benfica che vanta nella sua polisportiva anche arti marziali, biliardo, canoa, ginnastica, pugilato, golf, karting, kickboxing, judo. In Turchia le big Fenerbahce, Galatasaray e Besiktas primeggiano anche con le loro polisportive. In Germania il pluridecorato e scudettato Bayern Monaco ha altre sezioni sportive e, insieme al più che noto basket, anche bowling e scacchi. Mentre in Francia il Paris Saint Germain è molto attivo nella pallamano ma anche, da qualche anno, negli eSports.

Quindi l’Olympiakos e il Panathinaikos in Grecia. E non è casuale che le due squadre di Atene dispongano, oggi come ieri, di una polisportiva. Atene d’altronde è la patria dello sport e dei giochi, ma non solo dalle Olimpiadi moderne. Basti pensare alle “Panatenee”, la maggiore festa religiosa e civile dell’antica Atene che si celebrava in quelli che oggi per noi sono i mesi estivi (luglio-agosto) in onore di Atena Poliade. Una festa istituita, secondo il mito, dall’eroe nazionale, anche se per gli storici le date fanno riferimento all’arcontato di Ippocleide e alle gare ginniche dell’epoca.


Insomma, ad essere troppo calciofili e poco aperti agli altri sport sono soprattutto gli italiani, pronti a cimentarsi nel football in tutte le sue forme e categorie, partite e partitelle per tutti, a tutte le età, ma no, gli altri sport non fanno per noi nela patria di Mameli.

Gli eventi sportivi e le gare atletiche ricoprono un ruolo fondamentale all’interno della vita sociale del mondo greco, i giochi panellenici hanno origine mitica e un carattere sacro, avvengono periodicamente in diverse località della Grecia, richiamando un vastissimo pubblico e numerosi campioni impegnati in specialità e competizioni diverse tra loro. Agonismo e competitività, ma anche astuzia e superiorità intellettiva sono gli ingredienti delle sfide fra gli atleti che gareggiano per la gloria imperitura”. Parole e ricerca a cura di Umberto Eco in “Storia della civiltà europea”.

Eco, Maestro assoluto, fa piacere ricordarlo, amava il calcio, e rispediva al mittente il peloso cliché dell’intellettuale che snobbava lo sport; al contrario Umberto Eco sosteneva che “il pallone è cultura”. Nato ad Alessandria, era tifoso del Torino, come tanti, per l’innamoramento giovanile riservato al Grande Torino, rubato al mondo dalla tragedia di Superga. E in età adulta, per mantenere in forma la sua memoria, ripeteva almeno una volta al giorno in silenzio nella sua testa non i nomi degli storici o dei filosofi, bensì quelli della rosa granata, da Bacigalupo a Valentino Mazzola. Aneddoti e storie straordinarie di sport e cultura, che meritano di essere raccontati a parte, ma sempre in “Contrasti”.

Ti potrebbe interessare

Arrigo Sacchi non è stato un profeta
Ultra
Gabriele Tassin
01 Aprile 2025

Arrigo Sacchi non è stato un profeta

Sulla pietra del suo Milan ha costruito una chiesa.
Hernán Crespo
Ritratti
Marco Metelli
28 Settembre 2018

Hernán Crespo

Innamorarsi a Parma.
Nereo Rocco, il Paròn degli italiani
Ritratti
Pierfilippo Saviotti
20 Febbraio 2024

Nereo Rocco, il Paròn degli italiani

A lui il nostro calcio deve successi e identità.
L'importanza del simbolo
Calcio
Gianluca Palamidessi
12 Luglio 2017

L'importanza del simbolo

Ricordare se stessi.
Serie A, c'è solo la Juventus
Papelitos
Gianluca Palamidessi
16 Aprile 2018

Serie A, c'è solo la Juventus

In una scialba giornata di campionato, la Juventus mette una seria ipoteca sul settimo scudetto consecutivo.