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11 Dicembre

River Plate, El más grande

Il nostro reportage sulla Gran Final del Bernabéu.

Il sole incendia Madrid come un anomalo giorno di verano latino nel dicembre mediterraneo. I raggi caldi si riflettono sugli alti edifici specchiati della Castellana, proiettando sul Paseo una luce rassicurante che scaccia tutte le paure di ordine pubblico che la Gran Final porta con sé. L’impressionante dispiegamento di forze messo a disposizione dalla municipalità di Madrid stona decisamente con la pacifica sfilata delle due tifoserie confuse tra loro, mentre osservano incuriositi i cingolati corazzati che li sorvegliano. Una ragazza con la maglia Millionaria stringe la mano del fidanzato Xeneize, due amici si abbracciano e le due bande, quella diagonale rossa e quella orizzontale gialla, si sfiorano prima di salutarsi e raggiungere ognuno la propria hinchada.

 

I fumi del Boca colorano l’aria (foto V. A. Amendolara)

 

Il Paseo de la Castellana è spezzato al centro dalla verticalità dell’Estadio Santiago Bernabéu, come ideale punto di incontro di questa festa mobile. A Sud del tempio madridista i tifosi Xenezies colorano l’aria di fumogeni gialloblu, scandendo i cori di una ideale Doce itinerante. A Nord i Millonarios sventolano i vessilli biancorossi mentre detonano fuochi d’artificio premonitori. I canti delle due tifoserie esplodono fragorosi nell’aria, unica vera minaccia fatale al silenzio immobile del quartiere, reso per l’occasione fantasma. Quando anche l’oscurità si prende la capitale spagnola e le luci del Bernabéu caricano la sfida del peso della storia, l’ordinato flusso continua a ondeggiare regolare come si conviene a una festa che assume sempre più i contorni di una celebrazione del calcio globale, testimoniata anche dalle presenze illustri del gotha del calcio mondiale che popolano i palchi del Bernabéu.

 

La passione River, a Nord del Bernabéu (foto V. A. Amendolara)

 

In questo clima di gioia, gli scontri, le pietre e i gas lacrimogeni sembrano più lontani perfino degli oltre 10 mila chilometri che separano Madrid da Baires. Tutto intorno i tifosi prendono posto sui seggiolini blu, freddi e ordinati, impreziositi dall’effige della Casa Blanca, così diversi dalle panche di legno scrostato e bruciato dal sole del Monumental, dove questa partita doveva giocarsi. La tensione dello stadio cresce al ritmo delle mani dei tifosi che sgranano pipas in un rito latino che accompagna i cori spaesati di un popolo senza casa, ambizioso di affermare una superiorità cittadina negata dalla trasferta transoceanica, ma che vuol al tempo stesso dimostrare al mondo la grandezza di un calcio considerato troppo spesso minore.

 

Non manca, com’è ovvio, lo sfottò (foto V. A. Amendolara)

 

In questo clima straordinario sembra quasi che l’attesa sia lo spettacolo stesso e che il peccato originale di questa partita sia che alla fine si debba giocare davvero. E quando la finale più attesa della storia inizia, il peso delle aspettative gravano decisamente sul contenuto tecnico di un match che per il primo quarto d’ora vive una mediocrità in mondovisione che non rende giustizia al palcoscenico allestito. Con il rincorrersi delle lancette anche la tensione si allontana gradualmente e le squadre cominciano a fare quello che ci si aspetterebbe: cercare di vincere la Gran Final.

 

Una maglia che non ha bisogno di essere nominata (foto V. A. Amendolara)

 

In un primo tempo a tinte prevalentemente gialloblu, proprio allo scadere, il filtrante preciso del Leon Nandez (migliore in campo Xeneize) trova lo spunto del solito Benedetto che davanti ad Armani scaccia i fantasmi dell’andata e questa volta con un destro preciso buca il portierone della Banda sotto la curva Xeneize, facendo esplodere definitivamente la partita. Ma il Millo è squadra mai doma. La Norte chiede a gran voce de poner los huevos in campo; non deve essere stato difficile per las Gallinas rispondere all’invito. Con pazienza, la Banda lavora le sue azioni offensive sfruttando l’ispirazione di Nacho Fernandez che, sulla corsia di destra, trova sempre lo spazio di inserimento per far male alla difesa Xeneize. Proprio l’ennesima sgroppata del 26 trova puntuale Pratto e l’Oso segna ancora alla squadra in cui è cresciuto, siglando il definitivo pareggio. La finale, in una preghiera di immortalità, si protrae fino ai tempi supplementari e il pareggio alla fine primi 15’ di extra time sembra portarla verso un equilibrio inviolabile.

 

Pronti a iniziare, nel frattempo felici di cantare (foto V. A. Amendolara)

Non è così. La parità si spezza sull’entrata scomposta e inutile di Barrios, che lascia il Boca in 10 e consegna la finale alla Banda. Pochi minuti dopo, il tracciante splendido di Quintero, ancora costruito sull’asse di destra, iscrive definitivamente il nome del River Plate sulla Copa Libertadores. Le speranze del Boca di rimettere le mani sul trofeo, in un ultimo disperato assalto disordinato, si spengono al 122’ sul palo colpito in conclusione volante da Jara. Il gol del Pity Martinez in ripartenza a porta sguarnita offre solo il punto esclamativo alla definizione finale. Il Boca Juniors lascia Madrid poco prima che i coriandoli dorati invadano il campo del Santiago Bernabéu, con l’imperdonabile rimpianto di aver sprecato ben 3 vantaggi in questa doppia finale, senza mai riuscire ad arginare la voglia di rivalsa della Banda, più brava nella gestione dei momenti chiave.

 

Passione Millo (foto V. A. Amendolara)

 

Il Mellizo Schelotto lascerà la Boca avendo mancato l’appuntamento con la storia che da calciatore Xeneize aveva spesso centrato; porterà il fardello di non aver saputo gestire il grande potenziale azul y oro, imbottito di soluzioni offensive stellari come Zarate, Tevez e Cardona che hanno assistito alla doppia sfida affondando nelle panchine della Bombonera e del Bernabéu. Una finale maledetta per il Boca Juniors che si confonde con le lacrime di dolore del suo capitano, la cui storia assume i tratti della tragedia. A tre minuti dalla fine della partita Fernando Gago per la terza volta in carriera e sempre contro il River Plate, si spezza il tendine d’Achille, per un finale drammatico. Sarà difficile ritrovare il campo per il capitano Xeneize, così come sarà dura rialzarsi per il Boca Juniors, ma dovrà farlo perché una storia di successi non contempla la resa. I Millionarios di Gallardo, ora più che mai Napoleón, scrivono la pagina più gloriosa della propria storia, riprendendosi con gli interessi anni di delusioni internazionali e festeggiando la quarta Copa Libertadores della loro storia, la più dolce e insieme la più amara, così lontana dal cuore della propria terra.

 

All’interno del tempio dei Galacticos, luogo sacro del trionfo Millionarios (foto V. A. Amendolara)

 

Il Muñeco ha annientato ancora il rivale giocando al momento giusto la carta vincente che questa volta ha le sembianze di Juanfer Quintero, un piccolo colombiano che Gallardo ha saputo far tornare grande, e che ora è un gigante della Banda. È la Copa di una squadra modesta, a tratti operaia, dove il talento del Pity Martinez si nasconde dietro i muscoli titanici di Pratto e Maidana, la concretezza di Armani, la leadership di Ponzio. È una vittoria di sistema, un ciclo che cambia, ma non si estingue mai, evolve come la storia del suo allenatore, sempre diverso ma ugualmente vincente. La notte avvolge Madrid, ora fa freddo, ma la festa continuerà tra le strade della capitale e lascia intorno allo stadio solo palloncini rossi e bianchi sgonfi sulla strada. Cala il sipario su questa storia argentina in due atti e due continenti tra estate e inverno, tra controsensi e polemiche, e un solo possibile epilogo. Anche nel tempio dei Galacticos, il River Plate è ora e per sempre El más grande.

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