Alla fine ce l’ha fatta anche lui. Non tanto a vincere un torneo del Grande Slam quanto a strapparsi di dosso quella terrificante etichetta di ‘migliore giocatore a non avere mai vinto uno Slam’. Aveva provato anche ad allontanare la pressione i giorni scorsi, Zverev, dichiarando come “non scambierebbe il suo oro olimpico per uno Slam”, quasi a volerci convincere che sia più importante un alloro a Cinque Cerchi di un Major: operazione fallita, Sascha.
Ad ogni modo, da oggi anche il ragazzotto di Amburgo si potrà sedere al tavolo dei Grandi, pur avendo vinto uno dei tornei più deludenti dell’ultimo decennio. Non è certo responsabilità dei vincitori assorbire la mediocrità dei vinti, ma a dodici mesi di distanza dall’ultimo atto memorabile del Sincaraz del 2025, l’edizione 2026 del Roland Garros ne è stata uno sbiaditissimo parente.
La coscienza Nazionale azzurra la ricorderà a lungo, ne siamo consapevoli. Noi non ne abbiamo parlato molto, un po’ per pigrizia (concedetecela ogni tanto, specie in questo flirt improvviso con l’Estate Italiana e nei preparativi per il nostro decennale), molto per onestà intellettuale. È giusto celebrare le imprese dei quarti di finale raggiunti da Berrettini e della semifinale storica conquistata da Arnaldi, tuttavia sarebbe scorretto fermarsi qui. Vi risparmiamo la metafora del bicchiere e dell’acqua, ma insomma ci siamo capiti.
Perché se i giocatori numero 105 e 104 raggiungono gli atti finali di uno dei tornei più importanti al mondo è normale porsi delle domande sulla qualità della manifestazione e forse, in modo più ampio, sullo stato di salute del tennis mondiale.
Il gap enorme che Sinner e Alcaraz hanno scavato con gli altri, forse, ha mascherato la modestia degli inseguitori, quasi che il loro talento cristallino – indubbio – fosse sufficiente a giustificare la distanza degli altri. L’abitudine a vederli separati dalla rete negli ultimi atti dei tornei era la nostra dose periodica di routine volta all’eccellenza del tennis. Sono serviti i problemi al polso di Carlitos e gli strani acciacchi di Jannik a porci di fronte alla scomoda realtà. La comparsata di Nole, con la testa sui prati dei Championship, in una stagione ben oltre il deludente sul rosso, speriamo l’ultima a questo punto, ha fatto il resto.
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meglio di Contrasti.
I diretti contendenti sono spariti all’ombra della Tour Eiffel: ci si poteva aspettare un exploit del super specialista Ruud, schiantatosi all’alba della seconda settimana in cerca della continuità perduta – e per un giocatore, perdere quella dote e farlo sulla sua amata polvere di mattone vuol dire avere un problema grave. Lo stesso Fonseca, mattatore del norvegese stesso, ha manifestato tutta la sua immaturità nel teen movie con Mensik, a sua volta inadatto nella semifinale che ha lanciato Sascha verso la finale.
Inutile chiedersi dove sia sparito il greco Tsitsipas, il cui lontano parente fu nel 2021 a un solo set dalla vittoria del torneo parigino – e ora apparentemente più vicino alle isole greche che ai tornei di tennis. A Medvedev la terra rossa non è mai piaciuta, e si fa sempre più fatica a capire perché sia iscritto il suo nome nell’Albo d’Oro degli Internazionali. Sfortunatamente anche il nostro Lorenzo Musetti, dalla partita quasi vinta a Melbourne contro Nole e poi compromessa per i soliti acciacchi, non è più Magnifico.
Quindi Flavio.
Il tennista romano ha tutto per stare dove sta. Il futuro ci dirà se questa sia stata la sua unica occasione, o se lo spirito battagliero e la vocazione ai colpi esplosivi saranno la ricetta per costruirsi altre chance in futuro. John McEnroe gli aveva dato il 30% di possibilità di successo ma, siamo onesti, era più che altro un 30% che perdesse Zverev; la ragione per cui la finale di Parigi è arrivata al quinto set è principalmente imputabile ai demoni del tedesco, che a vincere le finali degli Slam fa una fatica mostruosa.
A un certo punto deve aver visto i fantasmi di New York, Sascha, quando in finale con un Thiem in preda ai crampi iniziò a sfoderare seconde sotto i 120 km/h degne di mestieranti di terza categoria. Alla fine però, nonostante un quarto set compromesso, la differente caratura tra Zverev e Cobolli ha presentato il conto in un quinto set mai realmente combattuto.
Flavio si gode l’ingresso della top ten, che però ora dovrà difendere evitando le alternanze di grandi risultati e uscite premature: una consolazione che potrà diventare magra quando si tireranno le somme della carriera di Cobolli. Pur ampiamente sfavorito, infatti, la sensazione è che alcuni astri si fossero allineati e che si trattasse di una finale molto più alla portata di quelle che, anche con un filo di ottimismo, gli riserverà il futuro.
Zverev ha dichiarato che “non gli importa se ora da migliore giocatore a non aver vinto uno Slam, diventerà il peggiore giocatore ad aver vinto uno Slam” e fa bene anche perché, lo consoliamo da subito, non è così. In una pletora di occasionali come Gaudio, Gomez, Johansson, Costa, massì pure Cilic, il suo nome non sfigura di certo, anzi. Sicuramente è stata una vittoria facilitata dalle circostanze, un torneo vinto senza battere un top 10 in tutto il torneo: cose che capitano, l’ultima volta successe a Djokovic a Wimbledon, dove però le sorprese non mancano mai agevolate dal fatto che, sui prati, si gioca solo 4 settimane all’anno.
E così anche la premiazione resta indigesta a Parigi, laddove incoronare un tedesco vincitore non sarebbe mai la scelta preferita – e infatti, è la prima volta che succede.
E sì che i vicini d’oltralpe si erano preparati pure a celebrare noi, dovendo scegliere qualcun altro diverso dal fatiscente movimento francese degli ultimi anni. Si preparavano alla consegna della Coppa dei Moschettieri, 50 anni dopo, dalle mani di Panatta a quelle di Sinner; poi l’epica si era anche rinvigorita, sperando che il Roland Garros venisse affidato da un romano a un romano. Nel tennis, però, le storie lasciano il tempo che trovano. E a volte, specie in un contesto di vuoto, capita che in copertina ci sia semplicemente il primo dei normali.
Immagine copertina Michael Baucher / PSNewz / Insidefoto
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