Li avevamo lasciati a Kazan, stesi dalla velocità supersonica di Mbappè. Li avevamo lasciati con il loro capitano, il giocatore più forte del mondo, con il capo chino e lo sguardo perso nell’ennesimo sogno infranto, la maledizione costante di una carriera straripante, ma priva della benedizione più sacra di questo sport. Lionel Messi come un personaggio di Soriano: triste, solitario y final.

 

Una debacle, quella russa, che aveva lasciato la consapevolezza della fine di un ciclo, un binario morto che avrebbe portato a una rivoluzione intestina sofferta quanto necessaria. L’intera spedizione era stata un fallimento gestionale e mediatico di proporzioni galattiche, con uno spogliatoio dittatoriale che avrebbe chiesto la testa del pur colpevole Sampaoli addirittura durante la manifestazione. Una polveriera che avrebbe meritato un repulisti dalle fondamenta, a partire da quel vertice federale, il presidente Claudio Tapia, mai eletto ma imposto dal presidente argentino Macri.

 

Scaloni a colloquio coi suoi durante l’ultimo allenamento (foto Marcelo Endelli/Getty Images)

 

Una vicenda sin troppo sudamericana nel momento più inadatto della gloriosa storia del calcio argentino, in cui la morte del gran visir Julio Grondona, cresciuto sotto la guida di Havelange, presidente della AFA ininterrottamente dal 1979 al 2014, aveva lasciato dietro di sé solo le ceneri del nulla. Eppure Claudio Tapia è ancora il vertice del calcio argentino, nonostante sotto la sua guida si siano avvicendati 4 allenatori in 4 anni e un boicottaggio da parte dei calciatori, in occasione delle Olimpiadi brasiliane, che forzarono alle dimissioni il Tata Martino.

 

Oggi, un anno dopo il fallimento mondiale, la facciata è stata restaurata ma la sostanza non è mutata, il volto rassicurante di un uomo amato come Cesar Luis Menotti, nel ruolo di direttore tecnico delle nazionali argentine, il perfetto parafulmine per il presidente. Esonerato repentinamente Sampaoli, la panchina affidata all’esordiente Scaloni doveva essere una parentesi passeggera nell’attesa di un profilo adatto alla sfida di riportare il Sol de Mayo sul tetto del mondo. L’incapacità gestionale e la mancanza di alternative valide, molto più che i risultati, tutt’altro che soddisfacenti, hanno rinsaldato la panchina dell’ex Atalantino sotto la falsa ventata di rinnovamento del calcio albiceleste. Scaloni guiderà l’Argentina alla prossima edizione della Copa America in Brasile.

 

Valzer di idee tattiche: Ozorio, Paraguay, Tabarez, Uruguay, Scaloni e Tite, Brasile (foto Buda Mendes / Getty Images)

 

A vederli entrare insieme nella sala conferenza del magnifico centro sportivo di Ezeiza, Scaloni e Menotti, sembra, con maliziosa intenzione, far intendere che il primo sia il braccio, il secondo la mente della nuova Seleccion. Ad ogni modo sarà proprio sulle spalle di Scaloni che ricadrà il peso delle scelte più attese da un decennio a questa parte per la albiceleste. Ci si aspettava una selezione giovane e fresca, dopo la fine di un ciclo fortissimo ma perdente, e Scaloni non ha deluso le attese. In Brasile, nella prossima Copa America, scenderanno in campo solo 9 dei 23 protagonisti di Russia 2018, molti dei quali non hanno mai fatto parte delle rotazioni finora proposte da Scaloni.

 

L’imprescindibile Pulga ritrova il Kun come compagno di stanza, autore di una stagione superlativa a Manchester e finalmente rientrato in gruppo per l’atto decisivo, così come Di Maria. Il quarto moschettiere delle superstar sarà la Joya Dybala, che ora non potrà più nascondersi sotto l’ala di altri leader, ma dovrà diventare lui stesso trascinatore di una squadra che ha bisogno della sua esplosione definitiva. Convince la scelta di preferire il prossimo finalista di Champions Foyth, giovane di grande prospettiva, al posto dell’attempato Mercado, la freschezza di Mati Suarez e Lautaro Martinez in attacco, entrambi pronti a inaugurare la loro prima grande competizione internazionale.

 

Scaloni a fianco di Menotti

 

La linea a 4 difensiva, puntellata dall’esperienza di Otamendi, Funes Mori e Pezzella, premia la duttilità sulle corsie di Tagliafico e di Milton Casco, vero colpo di coda della lista di Scaloni. Se tra i pali la solidità di Armani e il talento di Andrada, assicurano il reparto più completo, è probabilmente il cuore del campo a destare sospetto e curiosità. Da Leandro Paredes ci si aspetta la consacrazione definitiva come volante di livello mondiale, Lo Celso rappresenta il genio squilibrante mentre Roberto Pereyra la solidità necessaria. La stagione fantasmagorica di De Paul non poteva essere ignorata, ma la collocazione nello scacchiere tattico del giocatore dell’Udinese resta un rebus che potrebbe costringerlo a iniziare la manifestazione indietro nelle gerarchie.Guido Rodriguez e Palacios dovrebbero rappresentare gli elementi equilibratori di un centrocampo che sembra troppo improvvisato per essere credibile.

 

Se è sempre difficile stilare le liste dei 23 è anche vero che in questo caso Scaloni è stato aiutato dalla scarsa vena dei contendenti nel momento decisivo. Il folle cortocircuito invernale di Icardi ha di fatto tolto l’interista dai radar del selezionatore, che pure aveva dimostrato grande fiducia in Maurito. Qualche rammarico dalle parti della Boca si è levato, non vedendo né Zarate, né Benedetto indossare una maglia ricaduta sull’altra sponda della città, sulle spalle di un Suarez che la carta d’identità premia come prospetto. I due Correa, Angelito e il Tucu, se avessero avuto più continuità avrebbero forse potuto sperare in una telefonata, mentre il Papu sembra aver perso ormai il treno albiceleste. Tutto sommato, come la storia insegna, anche questa volta l’Argentina si presenta ai nastri della competizione per nazionali più antica al mondo con una squadra competitiva.

 

 

Altro giro, altra corsa

 

 

La differenza è che per la prima volta dopo tanti anni non si sa cosa aspettarsi da un gruppo praticamente esordiente, che lascerà il favore dei pronostici ai rivali verdeoro e atterrerà in Brasile con l’obiettivo fondamentale di riavvicinare il popolo argentino al suo più grande amore e gettare le basi, di gioco e di uomini, per poter forgiare un ciclo credibile con destinazione Qatar 2022. E chissà che non sia proprio questo scarico di responsabilità la pozione magica per superare i limiti delle ultime manifestazioni. D’altronde l’Ajax ha insegnato al mondo che idee, spensieratezza ed entusiasmo a volte possono anche sovvertire i pronostici più avversi. Tagliafico ne sa qualcosa, chissà che non lo racconti anche a Messi questa estate.