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11 Luglio

Finalmente Leo, finalmente Argentina!

L'Albiceleste vince la Copa America.

L’Argentina non aveva mai vinto in terra brasiliana, contro i verdeoro, in una partita ufficiale. Erano ventotto anni che l’Albiceleste non conquistava il massimo trofeo continentale subequatoriale: in mezzo quattro delusioni, due proprio contro i rivali di sempre. La statistica d’altra parte è materia delicata e la legge, quella dei grandi numeri, invoca un’inversione, prima o dopo.

Che fosse la serata giusta per il cambio di rotta storico si era intuito già dagli inni. È ancora fresco il ricordo dell’ultima edizione della Copa America, giocata sempre in Brasile e festeggiata dalla Selecāo al Maracanà. Così come l’edizione brasiliana del Mondiale 2014, quando la Marcia Triunfal sembrava non finire mai, protratta ad libitum e amplificata dalle scosse elettriche di Rio che entravano prima nella testa e poi nelle gambe dei giocatori.

Ieri, nella notte carioca l’inno brasiliano è sfumato nel silenzio di uno stadio celebre, ma ridotto a un cilindro di lamiera senz’anima. Un’edizione della competizione per nazionali più antica del mondo che era partita sotto nefasti presagi prima ancora di essere giocata, tra cambi di sede e polemiche vibranti, ed è finita forse in modo peggiore. La finale che tutti si aspettavano, la partita simbolo di questo sport, è stata, senza mezzi termini, una delusione.



La comprensibile importanza dell’evento ha bloccato sul nascere le gambe imballate dei protagonisti, ma niente è stato in grado di smuovere l’inerzia di una partita apatica. Nemmeno il gol di Ángel Di Maria al minuto 22, peraltro propiziato da un errore grave in ripiegamento di Renan Lodi, è riuscito a incendiare il match. Un episodio, uno solo, che ha orientato definitivamente l’esito di questa Copa America.

Doveva essere la finale dei due grandi protagonisti, i campioni, gli estremi di quella sigla presa a prestito da un social Microsoft, che hanno fatto davvero tremare il mondo, invece i fenomeni hanno deluso. Di quella MSN, l’apporto di Leo alla partita è stato pallido e persino parzialmente macchiato da un errore nel finale che invece di chiudere la partita ha consentito l’assalto conclusivo della Selecāo. Dall’altra parte, Neymar non è stato mai incisivo e, sebbene abbia mostrato una mirabile attitudine competitiva, ultimo a mollare dei suoi compagni, ha fatto troppo poco per meritare una sufficienza piena.

Sufficienza che francamente è difficile trovare per chiunque, a patto di non abbassare il coefficiente per convenzione. Chi invece merita una nota di lode, qualsiasi sia il parametro preso in considerazione, è Rodrigo De Paul. Il 10 dell’Udinese, oltre a essere stato in finale il migliore dei suoi per distacco, è anche stato per tutta la competizione il motore della squadra campione d’America: ha tamburellato ritmo, orlato gioco, comandato fisicamente con corsa e lotta il reparto più importante del campo. Nel disegnare agli sgoccioli l’assist prelibato sui piedi di Messi, ci scappa già un pensiero colmo di amarezza considerando che la Serie A si sia fatta scappare un talento di questo tipo il quale, destinato alla corte del Cholo, può davvero mettere in cantiere un futuro di dominatore del ruolo.



Il Brasile, che aveva perso solo due partite in casa nella storia della Copa America, esce dal Maracanà da vera delusa. E non tanto per un’esagerata rievocazione del Maracanazo, evento consegnato agli annali e difficilmente replicabile per contesto sociale e dinamiche storiche. Quanto per aver dovuto ingoiare il boccone amaro di una competizione persa al fotofinish da certa favorita. Ora il percorso che porta ai Mondiali quatarioti rischia di annuvolarsi di dubbi e incertezze che dovranno essere smarcate nel minor tempo possibile, per non rischiare, ancora, l’ennesimo passo falso che dai pentacampioni non sarebbe più ammesso.

L’Argentina, al contrario, può finalmente sperare di aver risolto il ricorrente destino di incompiutezza che ha minato gli ultimi vent’anni della propria storia calcistica. Una vittoria che suona di liberazione per tutta la federazione, che ha avuto il merito di credere nella ricostruzione a partire da un homo novus. Scaloni aveva il phisique du role del traghettatore, invece il carattere dimesso ha nascosto un’invidiabile cultura del lavoro, la stessa mostrata negli anni di carriera da buon difensore: è senza dubbio lui il profilo migliore per guidare questo gruppo.

«Es una locura, inexplicable la felicidad que siento, muchas veces me había tocado irme triste, sabía que una vez se me iba a dar, no había mejor momento».

«Soy un agradecido a Dios por darme este momento, en Brasil y a Brasil. Creo que estaba guardando este momento para mí».

Leo Messi nel post-partita di Argentina-Brasile

A margine del torneo, è impossibile non dedicare una riflessione alla differenza marcata emersa nel parallelismo obbligato tra le squadre latine (persino le migliori) e quelle europee (anche le più modeste) che hanno entusiasmato ad Euro 2020. In vista di Qatar 2022, il disequilibrio è parso evidente. Da una parte, in Europa, c’è stato un consolidamento di realtà note e blasonate alle quali si è affiancato un netto miglioramento del ceto medio-basso delle formazioni europee.

Le sorprese sono state tante, infatti, e hanno alzato l’asticella di una competizione che si conferma la migliore per qualità del panorama calcistico mondiale. Dall’altra, in Sud America, abbiamo assistito ad un peggioramento generale della qualità delle formazioni. A Sud del Tropico del Capricorno, l’involuzione tecnico-tattica delle squadre coinvolte ha lasciato la chiara sensazione che la forbice tra Europa e America Latina si sia allargata ancor di più. Purtroppo la finale ci ha solo confermato questo sentore. Le due squadre, involute e bloccate in una guerra di nervi e botte, con tanto di sangue abbondante sulla caviglia di Montiel, hanno mostrato davvero pochi contenuti.


argentina messi
Finalmente, Leo

E poi lui. Perché in fondo è quello che tutti si aspettano di leggere e per una volta è giusto così. È stata emblematica la reazione dell’albiceleste al triplice fischio. Di solito vediamo scene di giubilo poco ordinate, anzi disparate, tra chi corre verso amici, chi cerca lo sguardo della famiglia in tribuna, chi si piega riverso sul campo piangendo o pregando. Ieri invece sono corsi tutti da Leo Messi.

A vederli festeggiare e a vedere esultare lui, si capiscono molte cose. Si capisce il dramma di essere il più grande di tutti, ma di doverlo sempre dimostrare. Non essere mai abbastanza, e soprattutto non esserlo a sufficienza per la tua terra, la tua patria. Quella da cui la Pulce è dovuto emigrare troppo presto, ma che non ha mai dimenticato. Che ha portato sempre fieramente nella bocca, in un accento rioplatense sempre sfoggiato anche dopo vent’anni di Catalogna. Nei riti, come quel mate con cui è ritratto ad ogni occasione.

Quasi un’ostentazione forzata a ricordare a tutto il mondo che lui è argentino, a urlarlo soprattutto al suo stesso paese, che gli ha preferito negli anni altri idoli (Tevez ma anche Angel Di Maria, ieri come spesso è capitato decisivo). Oggi Leo ha finalmente vinto, più che la Copa, la resistenza di tutti. Lo ha fatto da leader tecnico nonostante una finale opaca, perché portare in dote 4 gol e 5 assist, mettendo il sigillo così in 9 dei 12 gol segnati dall’Argentina nella competizione, vuol dire letteralmente caricarsi la squadra sulle spalle.



Dopo tre finali di Copa America perse, si prende la rivincita nello stesso stadio che gli aveva negato al Mondiale 2014 la gioia più grande. Lo fa con l’aiuto di un sodale e un amico, a suo modo ripagato anch’esso della sfortuna infinita che l’ha colpito in questo ciclo, se è vero che il Fideo ha dovuto rinunciare alla finale Mondiale per infortunio e uscire in entrambi gli scontri con il Cile sempre per problemi fisici.

Leo vince con Leo. Stesso nome e stessa casa di adozione per Messi e Scaloni, allievi illuminati del Newell’s Old Boys. Rosarini come Angel Di Maria, che però il cuore ha deciso di spostarlo più a Nord con vista sul Gigante de Arroyito, coperto dei colori gialli e blu del Central. Così, per una volta, il bacio tra due Leprosos e una Canalla non ha il sapore del tradimento, ma solo quello dolce della vittoria.


Foto da twitter/@Argentina

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