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Storie
7 Luglio

Schillaci era un ragazzo come noi

Roberto Puglisi

2 articoli
Gli occhi ridenti di Totò, le sere d'estate e i profumi dei gelsomini.

Sette luglio, millenovecentonovanta, Caro Diario.
Sono tornato dal mare e dovrei studiare per l’esame di maturità, per gli orali. Ma non ne ho voglia. Stasera c’è Italia-Inghilterra, finale per il terzo e quarto posto del Mondiale. “Ninetta mia, crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio”. Ma anche mettersi davanti ai libri sul tavolo in estate è un atto di valore, specialmente a Palermo, dove abito io.

 

 

L’aria calda è un abbraccio che ti invita a uscire, a mettere i tuoi occhi negli occhi delle ragazze. Ci sono le onde di Mondello, la pizzeria, i gelati, il coccobello, la spiaggia con il suo olfatto sensuale di abbronzante. Ci sono i mondiali organizzati proprio in Italia. Quaggiù abbiamo visto squadre di secondo piano per il primo turno, ma è stato bello mescolarsi ai tifosi di idiomi sconosciuti e parlare l’identico linguaggio dell’allegria, con gli sguardi e con i sorrisi.

 

 

L’altra sera abbiamo subito il dolore sportivo più grande della nostra vita. Eravamo a casa mia, in formazione tipo. Al centro, a destra, a sinistra, secondo il posizionamento della scaramanzia. C’eravamo quasi in finale e sarebbe stato giusto per la faccia onesta di Azeglio Vicini. Italia-Argentina a Napoli, una città leale con gli azzurri, ma dal cuore spezzato, perché Diego è il mago che li ha presi per mano e li ha portati lassù. Come si fa a non amarlo?

 

Argentina v Italia riassunta in una foto

 

 

C’eravamo quasi, dicevo. Una cavalcata trionfale, come scriverebbero quelli bravi o gli appassionati di Wagner. Tutte vittorie fino a lì. All’esordio, con l’Austria, il gol di Totò Schillaci, un palermitano come noi. Il salto collettivo che ha mandato quasi in frantumi i lampadari. Mamma che preparava gli spaghetti in cucina, con le finestre aperte su una dolcissima serata estiva, con il profumo delle siepi di gelsomino mescolato ai profumini del cibo. Lei non se l’è presa per il casino. Nemmeno mio padre se l’è presa. Come avrebbe potuto. È morto da due anni ed era un’estate come questa.

 

 

Italia-Argentina, che dispiacere, che morso all’anima. Sembrava tutto così perfetto e così logico. Poi, il colpo di testa di Caniggia. Il pareggio e i rigori. I maledetti rigori. Io ai rigori perdo sempre. Anche la Coppa dei Campioni con il Liverpool. Un Paese intero indossava la maglietta giallorossa, la bandiera di noi romanisti. E fu una ferale sconfitta. Ai rigori. Franco Tancredi, che sapeva pararli, solo il giorno dopo si rese conto che i cecchini dei Reds, sapendo che lui sapeva e che li aveva studiati in video-cassetta da portiere scrupoloso, avevano calciato nell’angolo opposto al solito. Non è un’esperienza strana, almeno per quello che ho imparato, anche se ho soltanto diciotto anni. La soluzione corretta lampeggia sul display della mente quando è troppo tardi.

 

 

La semifinale tra Italia e Argentina, dunque, un’ustione che si cicatrizzerà. Sì, la finale dei Campionati del mondo sarebbe stata l’epilogo più giusto, per Vicini, per la sua figura impeccabile di uomo perbene, per i suoi magnifici eroi, per noi, per i nostri esami, per studiare meglio. Non è accaduto. La vita non è giusta. Comunque, non possiamo lamentarci troppo. Abbiamo già assistito a un Mondiale messo in tasca. Spagna Ottantadue. I voli di Zoff a quarant’anni. “Antonioooo! Antoniooooo!”. Il terzo gol di Altobelli contro la Germania. Il Presidente Pertini con le mani alzate in segno di giubilo.

 

La gioia del Presidente era quella di tutti gli Italiani

 

 

Ero un bambino, quindi niente caroselli in macchina, ma una sobria coppetta cioccolato e panna per festeggiare. Cartoline degli anni Ottanta allora appena iniziati. Il televisore in bianco e nero del soggiorno che conteneva i colori del mondo. La Ritmo di papà per correre sulla strada del mare. Le cabine di legno e la sabbia che scotta. La cena. Il televisore spostato sul balcone tra i gerani rossi per guardare un film come se fossimo all’arena. Abitavamo in una piazza di persone che si volevano bene. Era il tempo di due stipendi fissi, del duplex al telefono, per risparmiare, e di progetti meravigliosi. Le voci si intrecciavano, sopra la piazza, negli angoli dello scirocco. I sogni erano ancora d’oro.

 

Ecco gli anni Novanta. Anzi, il millenovecentonovanta. Al cinema danno Balla coi lupi.

 

Italia-Inghilterra. Caro Diario, ci siamo sistemati con l’identico schema della semifinale. Viva l’amicizia e abbasso la scaramanzia. Appena fuori dalle finestre c’è una dolcissima sera palermitana. In cucina schiumano d’olio e aromi le patatine fritte. Gli inglesi sono ruvidi. In porta hanno il vecchio Peter Shilton che saltella quanto basta e riesce a parare, anche se ha la faccia di un antico cartaginese che scruta, preoccupato, le legioni romane.

 

 

Saranno supplementari? Parapiglia in area. Calcio di rigore. Tira RobiBaggio. No, colpo di scena. Afferra il pallone e lo consegna a Schillaci: tira tu, così diventi capocannoniere con sei gol (come Pablito nell’Ottantadue). Robi e Totò sono amici. Tira tu, dai. Totò Schillaci piazza la sfera sul dischetto. Rincorsa da finta cicogna azzoppata. Shilton alla sua destra, palla nel lato opposto. Ci abbracciamo. La stanza comincia a girare vorticosamente su se stessa. Ogni particolare si deforma e si dissolve. La foto tutti insieme è una macchia rossastra in fondo al mio cuore. Ma facciamo in tempo a gridare.

Gol! Gool! Gooooooool!

Va bene, ora esco dalla macchina del tempo e torno in questo rovente giorno di luglio dell’anno di grazia duemilaeventi. Anno in mascherina, di speranze e paure. Confidando che non ci siano altri rigori. Maledetti.
Caro Diario, abito vicino al mare e non ho dimenticato niente dell’anno dei miei esami di maturità. La faccia dolce e perbene di Azeglio Vicini. L’odore delle patate fritte. Il profumo di gelsomini più insistente. Uno strano miscuglio di luce e buio rappreso nell’anima. E gli occhi spiritati e familiari di Totò Schilaci che rivedo come se fosse ieri. Nessuno di noi ha dimenticato. Totò, Totò, eri un ragazzo. Come noi.

 

 

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