Scott Brown è una persona semplice. Al termine di una delle due semifinali di Tennent’s Cup disputate ad Hampden Park nell’aprile del 2007, un giornalista della BBC ha provato, con un interrogatorio più che con un’intervista, a capire cosa fosse successo in settimana: lui, una sfinge.

 

 

«I don’t know»: una, due, tre volte. «I didn’t tell you»: nelle ore precedenti alla gara terminata per 0-0 che costrinse Hibernian e Dunfermline al replay, alcuni giocatori non troppo contenti del proprio allenatore, tale John Collins, provarono a far visita al presidente Rod Petrie per esternare il loro disappunto. Chi non vorrebbe affrontare una semifinale con un po’ di sana adrenalina da rivolta?

 

 

«How did you feel about John Collins and how he trained you?», incalza il giornalista: «Good, very good». Ma no, non era mica vero. Lui e l’Hibernian avevano appena perso la seconda delle due partite, con un rigore concesso a tre minuti e mezzo dalla fine e un pre replay-match caratterizzato da un incontro formale con il presidente. Ah: chiaramente, Scott faceva parte della delegazione dei giocatori scontenti.

 

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Con la maglia e la fascia di capitano della Scozia, nel 2014 (Adam Nurkiewicz/Getty Images)

 

 

Sangue negli occhi: ma non era l’unica cosa bizzarra capitata tra il 17 e il 24 di aprile. Quella sera, mentre ad Hampden Park si consumava l’epilogo di una stagione stranissima per gli Hibs (nello stesso stadio avevano vinto, a marzo, una Coppa di Lega battendo il Kilmarnock per 5-1), Brown ebbe sui piedi la palla del momentaneo vantaggio: si inventa un’azione, supera un avversario intervenuto in scivolata, ne dribbla un altro e prova un tocco sotto che sì, supera il portiere, ma no, si ferma sulla punta del piede di Shields, sulla linea.

 

 

Aveva perso contro la sua città d’origine, Dunfermline, aveva perso contro se stesso. Ciò che nessuno avrebbe potuto immaginare è che quella notte Scott avrebbe venduto l’anima al diavolo pur di riavvolgere il nastro e cambiare le sorti di quel pallonetto. E in un certo senso, lo fece anche.

 

 

 


QUESTIONE DI ESTETICA


 

Dalle parti di Edimburgo, d’altronde, o sei degli Hibs o dei Jambos: il dualismo ce l’hai nel sangue. Scegliere una strada, una via, diventa obbligatorio per continuare a vivere: deve averci pensato una o due volte, ancora minorenne, durante l’ora (poco più, poco meno) trascorsa in auto da Dunfermline a Easter Road, guardando il Mare del Nord da Forth Road Bridge. Ma se scegli gli Hibs, scegli la sofferenza, la lotta interiore, la metamorfosi.

 

 

Quando “Franco” Begbie, in Trainspotting, scopre di aver intrecciato la propria lingua a quella di un trans, impazzisce. Esce dalla macchina con viso stupefatto, scavato dalla confusione e intagliato dalla rabbia. «Siamo eterosessuali per approssimazione, non per scelta. È solo una questione di chi ci tira. È solo una faccenda di estetica, non c’entra una mazza la moralità», sciorina in sottofondo Mark Renton.

 

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Un giocatore viscerale come le sue esultanze, qui al Kilmarnock nel 2019 (Ian MacNicol/Getty Images)

 

 

È lì che sta il cuore del problema: anche quando vince, l’Hibernian perde qualcosa. Anche quando perde, l’Hibernian si prende una rivincita. Ma al di là dei conflitti e dei dualismi religiosi, spiritualismo ed epica, anche il calcio in Scozia può essere una faccenda di estetica: e anche in questo caso no, non c’entra una mazza la moralità.

 

 

Scott Brown si trova esattamente in mezzo, tra le due cose: da qualche mese, nel 2007, lo volevano i Rangers (dopo averlo respinto a dodici anni, perché troppo gracile), e invece va al Celtic. Sarebbe potuto diventare una mezzala con buoni tempi di inserimento (ciò che non può fare con la tecnica, può farlo con l’intelligenza), con gli anni si trasformerà in un centrocampista prettamente difensivo.

 

 

L’estetica dei movimenti l’ha messa via da un po’, quella delle reazioni emotive un po’ meno: se non conoscete l’episodio, e ne dubitiamo, si tratta di uno tra i più iconici relativi a Broony. Mantello e lanternino, raccoglie un passaggio da Wilson e scarica un mancino a giro (lui che è destrorso) che batte McGregor: «Dio è morto». Allarga le braccia e urla in faccia a El Hadji Diouf. «E voi (mica noi) l’avete ucciso».

 

Sì, ecco: non è andata proprio così, ma abbiamo provato a rendere l’epica del momento. In quella reazione che spaccò in due Ibrox (Old Firm, figuriamoci), c’è chi ha voluto vederci solo scorrettezza. Nel suo essere, nel suo stare nel mondo. Non siamo così ingenui: riguarda un po’ tutti.

 

«Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte, tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà. Io cambierò. È l’ultima volta che faccio cose come questa. Metto la testa a posto. Vado avanti. Rigo dritto. Scelgo la vita».

 

Nel mondo della “guardia d’onore” ai vincitori dei titoli (il Celtic, pochi giorni fa, ha rinunciato a concederla ai Rangers, dopo la vittoria del campionato), preferiamo allargare le braccia. Estetica allo stato puro.

 

 

 


BIRRA, NOCCIOLINE E ZARATHUSTRA


 

Scott non è un tipo da Garra Charrùa (fortunatamente): semmai è un tipo da birra e noccioline, mentre il giorno vola via, e con questo un’altra partita. Just can’t get enough: al Paradise, in certi weekend e quando le cose vanno bene (quando il calcio può essere definito uno sport), è tutto un crogiolarsi nel sentimento ultimo della realizzazione dell’istante. Sei lì e desidereresti non finisse mai.

 

 

Alcuni provano lo stesso leggendo Ernest Hemingway: altri, più semplicemente, lo considerano solo un espediente come un altro per rimorchiare sui social. «But man is not made for defeat» (l’uomo non è fatto per la sconfitta, scrive Hemingway ne “Il vecchio e il mare”): «That’s my boy», risponde la madre di Brown, la signora Heather, che poco dopo il suo trasferimento al Celtic ha raccontato al Daily Record & Sunday i primi ventuno anni del figlio, atteso con un sacco a pelo in macchina durante gli allenamenti, scartato per il fisico e con diversi problemi di dislessia. «But he refused to be beaten», scrive invece il giornalista. Quadra tutto.

 

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Scott Brown, anima dei Celtic Glasgow (Mark Runnacles/Getty Images)

 

 

Scott Brown è uno dei tre capitani (dopo Billy McNeill, capitano del Celtic, con una striscia dalla stagione 1965/66 a quella 1973/74, e Richard Gough, capitano dei Rangers, che vanta una striscia dalla stagione 1988/89 a quella 1996/97) ad aver vinto nove titoli scozzesi consecutivi con lo stesso club, ma il suo nome verrà letto in futuro come quello del capitano che ha vinto quattro “treble” nazionali consecutivi.

 

 

A differenza di McNeill non avrà una statua appena fuori Celtic Park, ma le sue seicentotredici presenze (quarantasei reti) e i suoi ventidue trofei vinti (dieci campionati, sei Coppe di Scozia e sei Coppe di Lega) con gli Hoops gli garantiscono un posto nella storia biancoverde (solo sei giocatori hanno giocato più di lui nei centotrentatré anni di storia del Celtic).

 

Esaltazione agonistica, ironia pungente, grinta da capitano. Tutto questo è Scott Brown

 

 

C’è un altro episodio che vale la pena raccontare, in questo elogio senza fine. Brown dopo quattordici stagioni lascerà il Celtic (per ricoprire il ruolo da giocatore-allenatore all’Aberdeen), e con il club lascia anche una serie di ricordi che senza caratterizzazione sarebbero privi di accento. Nel febbraio del 2018 gli Hoops sono il miglior club in Scozia da sei stagioni consecutive, ma l’Aberdeen non scherza mica: Broony si trova a lottare a centrocampo per un pallone privo di contesto, steso insieme a un avversario mentre arriva Cosgrove che vuole metterci del suo.

 

 

Si rialza. Cosgrove in quel momento deve aver pensato che fosse lecito entrare a gamba tesa ad altezza ginocchio, guadagnandosi un rosso sacrosanto proprio quando Logan scarica addosso a Brown, a terra, una pallonata sulla schiena. Da quelle parti passa pure Adam Rooney, che con Wazza non ha nulla da dividere, che spalanca gli occhi di fronte al redivivo Scott che salta su come una molla, allarga le braccia e si mette a urlare, ridendo. Concedendosi pure un balletto, mentre alle sue spalle scoppia la rissa. Neymar, tutto bene?

 

Un episodio memorabile per un giocatore unico

 

 

Sembra una scena uscita direttamente dallo Zarathustra, ma è solo un pezzo d’epica trasferita su un campo da gioco. Oltre la corazza si cela una vita tormentata da lutti familiari: serpe scivolata in gola nel bel mezzo della siesta, mentre i tifosi intonano il tuo nome. Vorresti morire, e invece devi proseguire: «non più pastore, non più uomo».

 

 

Per il Celtic, che per confermare l’annuncio del trasferimento all’Aberdeen come “player-manager” ha impegnato più di una pagina del proprio sito ufficiale, è semplicemente «Captain. Leader. Legend.» Portando via un po’ di melassa e retorica, quel che resta è il commento del Ceo degli Hoops, Peter Lawwell: «è stato senza dubbio la figura più influente nel calcio scozzese negli ultimi quindici anni».

 

 

 


IL CERCHIO SI CHIUDE


 

Il fuso confonde un po’ le idee, ma quella del 3 maggio 2003 è una data che i tifosi laziali e degli Hibs non scorderanno mai: nella sintesi di robustezza e fermezza d’animo tradotta nel pari che costrinse la Juventus a rimandare la festa Scudetto, fermata sullo 0-0 all’Olimpico da una Lazio ordinata, quella di Mancini, c’è un po’ di ciò che sarà quel ragazzino di diciassette anni che, subentrato a O’Connor, a Easter Road nello stesso giorno inizierà la sua carriera da giocatore professionista con una vittoria contro l’Aberdeen.

 

 

L’ufficialità del suo trasferimento ai Dons consegna diversi spunti da eterno ritorno, che maneggiati con cura possono evitare inondazioni di retorica: dall’Old Firm al New Firm, il derby contro il Dundee United, ma questa volta a metà tra il campo e la panchina. Non riusciamo ancora a immaginare uno Scott Brown allenatore (a differenza di Steven Gerrard, non è certo cresciuto sotto la buona stella della classe calcistica): poco importa.

 

 

Porterà con sé la durezza delle stagioni e la solita controtendenza che ben si sposa con “l’altra parte della barricata”: quella di chi non vince (spesso, nel caso dell’Aberdeen, con buona pace di Sir Alex Ferguson). Gli Hibs insegnano. Ha un’ultima grande sfida da affrontare con la maglia del Celtic, prima di lasciare il Paradise per approdare a Pittodrie: alzare in faccia agli altri la Scottish Cup, riprendersi l’anima che ha venduto al diavolo quella notte del 24 aprile del 2007 proprio a Hampden Park e salutare, a modo suo, i tifosi che di lui hanno fatto un idolo. Sul futuro, e sul resto, sappiamo già cosa dirà: «I don’t know». In tutta semplicità. Così parlò Scott Brown.

 


Copertina Rivista Contrasti