Altri Sport
28 Giugno 2023

Non è giusto che l'Italia rinunci a Parisse

Sarebbe stata la sua sesta storica partecipazione ai massimi livelli del rugby mondiale.

Nel rugby – quantomeno in quello italiano – non abbiamo particolare esperienza di “staffette” mondiali o di esclusioni illustri dalle competizioni iridate. Per lungo tempo, alle nostre latitudini, il problema è stato quello della carenza, più che dell’abbondanza, di talenti. Quello rappresentato da Sergio Parisse è un vero precedente.

Non c’è mai stato, per dire, un dualismo Rivera-Mazzola. Allo stesso modo nessun “caso Baggio” è mai giunto a turbare la preparazione a un Mondiale, come invece capitò in ambito calcistico, nell’estate del 2002, con il Divin Codino guarito dalla rottura del crociato in un amen (81 giorni tra l’infortunio e il rientro in campo) ma nonostante questo venne estromesso dalla lista dei convocati dal Trap all’edizione estremo-orientale della fu Coppa Rimet.

Pare del resto che per tutto ci sia una prima volta e dunque eccoci qua a commentare se sia giusto o meno rinunciare a Sergio Parisse in vista della decima edizione della Coppa del Mondo di rugby, in programma a settembre oltralpe (a quando invece finalmente sul nostro versante?). Esattamente quel Sergio Parisse, inamovibile titolare nel Tolone, fresco vincitore della Challenge Cup, raggiunta per di più dopo aver liquidato in semifinale il Benetton Treviso, praticamente una Nazionale italiana camuffata. Quel Sergio Parisse che, dopo Diego Dominguez – a nostro avviso – rappresenta indubitabilmente il più forte rugbista italiano di tutti i tempi.



La risposta, piuttosto semplice invero da dare al quesito di cui sopra, è: no. Non è giusto, non ci facciamo un grande affare, ma proprio per niente. Siamo nell’ambito delle opinioni personali, certo, dell’opinabile e indimostrabile, mancando in conclusione – fatalmente – una controprova.

Ciò non pare frenare, del resto, dal dire che Parisse, con tutti i limiti atletici di un giocatore di 40 anni, abbia dimostrato ampiamente nel corso dell’intera stagione (non delle ultime partite soltanto) di poter garantire – oltre a una classe innata, immutabile e sfolgorante – anche una tenuta fisica decisamente all’altezza dei vertici del miglior campionato al mondo (Top 14) e della seconda competizione europea per club (Challenge Cup).

Fine, nient’altro da commentare. La vera discussione risiede piuttosto nelle ragioni che hanno condotto il gruppo tecnico dell’Italia a una simile scelta. E, in secondo luogo, se tale decisione possa influire negativamente sull’andamento degli Azzurri al prossimo Mondiale.

Le cose stanno più o meno così: a non volere Sergio ai Mondiali di Francia pare essere stato il commissario tecnico, Kieran Crowley.

I vertici federali erano generalmente d’accordo nel consegnare a Parisse la sesta partecipazione a una Coppa del Mondo. Un traguardo che avrebbe fatto di lui il giocatore con il maggior numero di partecipazioni iridate in carriera, iscrivendone il nome non tanto nella leggenda, quanto nel vero e proprio mito.

Il ct neozelandese è stato di diversa opinione, però, valutando che Parisse riuscisse a fare bene il suo gioco in una realtà particolare come quella di Tolone, ma fosse poco adatto al contrario a una squadra giovane, dinamica e “operaia” come quella Azzurra. Nonostante Crowley sia a fine contratto e destinato a non essere confermato in ogni caso proprio dopo i Mondiali, la Fir ha voluto rispettare la sua scelta.

Autonomia, questa, che venne riconosciuta all’allenatore anche in altra occasione: quella del primo Sei Nazioni della nuova gestione federale (2022: quello della storica vittoria a Cardiff, per intendersi). In quel caso a destare scalpore fu lo sbilanciamento fra le convocazioni dei giocatori di Treviso e delle Zebre, con quasi tutti gli Azzurri pescati dalla Benetton e solo una manciata dalla franchigia emiliana.



La domanda che, allora, Crowley sembra avesse rivolto alla nuova amministrazione FIR era stata se le convocazioni dovessero obbedire a logiche politiche (come successo evidentemente in passato) e dunque dover comprendere un numero pari di giocatori dalle due squadre, oppure se dovessero rispondere a ragioni unicamente di merito. L’avvallo alla seconda opzione diede il la all’evidente sbilanciamento delle liste.

Ecco che così si spiega il perché. Ma il percome?

Il percome è più difficile, ma ci si può giungere cercando di analizzare una figura come quella di Crowley, il quale – pur avendo indubbi meriti nella gestione di una squadra che negli ultimi tempi pare avere ritrovato identità, spirito e creatività – non sembra essersi mai veramente integrato nel Paese che sportivamente rappresenta, né averne compreso in fondo il popolo.

Crowley è in Italia infatti dal 2016, ma con i propri giocatori e nelle interviste pubbliche si esprime sempre, regolarmente in inglese. Una barriera culturale che ha dato vita a più di un fraintendimento, durante il tempo. Si pensi alla sfida persa a Tblisi, contro la Georgia, nell’estate 2022. In quel caso la scelta di Crowley fu di impostare l’incontro come una partita normale, senza mai affrontare direttamente con giocatori e stampa l’importanza di una vittoria contro la squadra che rivendicava un posto al Sei Nazioni, in vece proprio dell’Italia. Questo per sgravare gli Azzurri dalla inevitabile, conseguente pressione.

Atteggiamento tipicamente anglosassone e buono forse per una selezione di madrelingua inglese, ma potenzialmente inefficace e anzi controproducente per una Nazionale latina, che fa della passione e della retorica del “Davide contro Golia” la propria cifra esistenziale, esaltandosi quando c’è da rincorrere e faticando invece tipicamente a gestire le partite in cui parte favorita sulla carta (si pensi, soltanto nell’ultimo anno e mezzo, alle sfide con Uruguay, Portogallo e appunto Georgia).

Crowley va all’appuntamento del Mondiale francese con la testa, ma non con il cuore.

Il ragionamento che fa è legato all’efficienza, a quanti placcaggi-recuperi di palla-corse ciascun giocatore possa fare. E sul fatto che la somma di tutti quei placcaggi, recuperi di palla e corse conduca a un risultato che dovrà avere necessariamente saldo positivo, dare accesso ai benedetti quarti di finale, sinora solamente sfiorati dagli Azzurri (in particolare) alle edizioni 1987 e 2007.

Sergio Parisse, un grande leader

Tutto bene, tutto giusto, ma la matematica resta certe volte un’opinione nello sport, ancora oggi, e grazie a Dio! Qualche volta servono ancora bandiere insanguinate da sventolare e vecchi, stanchi eroi a cui aggrapparsi. Figure che possano esaltare un ambiente intero, ispirare una squadra straordinariamente giovane, insegnare come si vanno a vincere certe partite. Anche quelle in cui le statistiche, prima del fischio d’inizio, giurano non esistere speranza.

Tanto tempo fa, all’inizio di questa storia, Sergio Parisse era un ragazzo di La Plata, figlio di un abruzzese emigrato in Sud America, che a casa parlava in italiano e che scelse (per molte ragioni, inizialmente forse anche per convenienza) di giocare per l’Italia. Esordì in una fredda serata del 2002, a Dunedin, a 19 anni, in una sfida impossibile contro gli All Blacks, segnando una meta di intercetto da predestinato.

Ha indossato la casacca azzurra per altre 141 volte, diventando il giocatore con più presenze in assoluto nella storia del rugby italiano.

È divenuto nel tempo un numero 8 iconico, iper-tecnico e carismatico, fissamente nelle formazioni ideali del Sei Nazioni di turno come in quelle di tutti i tempi, incoronato di recente – solo ultima in ordine cronologico – dall’ineffabile Chat Gpt, sorta di odierna Pizia. Di lui disse Ritchie McCaw – decisamente non l’ultimo arrivato – che se fosse nato da quella parte di mondo nessuno gli avrebbe tolto la maglia nera e i gradi di capitano.

Dopo aver sollevato la Challenge Cup, un paio di settimane fa, in finale contro Glasgow (segnando una meta, ça va sans dire) Parisse si è cinto di una bandiera italiana e ha fatto il suo giro d’onore. Se quel giro di campo fosse stato procrastinato di qualche mese, gli Azzurri avrebbero avuto un numero 8 decisamente atipico, di enorme fisicità e mestiere, da schierare in campo diciamo gli ultimi venti minuti di ogni partita, quelli in cui tanto spesso la squadra sfavorita esce dalla gara per non rientrarci più. Talvolta per fiato corto, altre per inesperienza nel gestire quei delicati momenti quando alla fatica e ai colpi subiti si sommano giri d’orologio sempre più brevi, ma così è.

L’ultimo ballo di Sergio Parisse

A parlare sarà il campo ma non vedere un’ultima volta in azzurro l’uomo che ne è stato il simbolo ovale negli ultimi vent’anni fa male. Fa male perché lo sport, che va diventando sempre più spettacolo, intrattenimento ed evasione, regge solamente se si mantiene ancorato a certe basi valoriali, a certi codici, anche a una certa base di sana retorica.

Non sappiamo se l’Italia raggiungerà i quarti di finale alla prossima Coppa del Mondo. Lo speriamo con tutto il cuore. Ma non possiamo non pensare a quanto sarebbe stato bello se ci fosse riuscita con Sergio Parisse cinto dal Tricolore, al fischio finale, nel suo meritato e azzurrissimo giro d’onore.

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