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Storie
20 Giugno

La favola di Baggio ai tempi del Brescia

Marco Metelli

21 articoli
Amarcord del celebre matrimonio tra la Leonessa e il Divin Codino.

Nel settembre del 2000 Roberto Baggio si allena da solo, isolato, nel campo di casa sua a Caldogno, nel cuore della provincia vicentina. Com’è possibile che il Divin Codino, il fuoriclasse italiano più conosciuto nel mondo, si ritrovi al via della nuova stagione senza squadra, neanche fosse l’ultimo degli svincolati dei gradini più bassi del calcio professionistico?

 

E pensare che solo qualche mese prima, nella notte del Bentegodi, il popolo interista lo aveva portato in trionfo per la fantastica doppietta contro il Parma, nello spareggio in campo neutro per accedere ai preliminari di Champions League. L’obiettivo minimo sindacale raggiunto dai nerazzurri valeva per il tecnico Marcello Lippi una conferma a scapito di Baggio.

 

Le azioni salienti di quel match

 

Il rapporto tra i due era logoro dai tempi della Juventus, a metà anni Novanta, e un ulteriore anno insieme a Milano è stato sufficiente a entrambi per aver voglia di perdersi di vista. Così a 33 anni Roberto viene gentilmente accompagnato all’uscita del calcio che conta.

 

Intanto al via del nuovo campionato di Serie A è presente anche un Brescia fresco di promozione e reduce da decenni di altalena tra la massima serie e quella cadetta. Il Presidente Gino Corioni ha grandi ambizioni per la sua creatura e come allenatore ha scelto Carlo Mazzone, strappato al Perugia.

 

Nella testa del presidente le ambizioni di grandezza non sono mai mancate, basti vedere l’acquisto del campione rumeno Gheorge Hagi, il Maradona dei Carpazi, acquistato nel 1992 dal Real Madrid. Neanche allora però le Rondinelle riuscirono a salvarsi e a rimanere stabilmente in serie A, condannate a un continuo saliscendi, a differenza dei cugini bergamaschi che hanno saputo rendere la massima serie il loro habitat naturale.

 

Hagi con la maglia del Brescia, stagione 92/93

 

Il corso degli eventi prende una strada inattesa quando Corioni fiuta la possibilità di portare Roberto Baggio nella provincia bresciana e affida a Mazzone il compito di primo interlocutore tra il Divin Codino e la Leonessa. Con un semplice “Verresti a Brescia?” chiesto col suo accento romanesco, Sor Carletto ottiene subito una risposta affermativa da Caldogno.

 

Il sogno è possibile. In quei giorni girano voci di un interesse di varie squadre estere, ma il più concreto è quello della Reggina, perché giocare in Italia da protagonista per Baggio è più importante che fare una luccicante comparsa altrove, soprattutto in un’epoca in cui il calcio nostrano può ancora vantare di avere il campionato più bello del mondo. Pur essendo lontano dai grandi palcoscenici a cui era abituato, la sua voglia di riconquistare la maglia azzurra per inseguire il Mondiale nippocoreano del 2002 gli fa accettare, senza tentennamenti, un ingaggio nella provincia del futbol italiano.

 

16 settembre 2000 (foto Claudio Villa/Allsport)

 

Quando il Divin Codino mostra la sua maglia blu numero dieci con una V bianca sul petto, Brescia si ritrova all’improvviso sotto le luci dei riflettori dopo una vita passata ai margini del grande calcio. La città e la provincia, pur presentando una realtà imprenditoriale tra le più floride del Paese, non sono abituate a gloriarsi e un orgoglio poco esibito sembra aver influito storicamente anche sul senso di appartenenza del tifoso bresciano.

 

La passione per il futbol in provincia trova terreno più fertile per i grandi squadroni del Nord, capaci di esercitare un’attrattiva maggiore con tutto il loro carico di stelle e bacheche traboccanti di trofei. Negli anni, tra le fila delle Rondinelle, sono transitati anche campioni come Beccalossi, Altobelli e il già citato Hagi, oppure grandi talenti come Pirlo e Baronio, ma stavolta è qualcosa di diverso.

 

Comandare il gioco

 

A Brescia Baggio trova un allenatore che non lo umilierà più in ragione di stravaganti precetti tattici e di un’invidia verso il fuoriclasse che con la sua luce tende a oscurare tutto il resto. Carletto Mazzone è la garanzia per Baggio, e viceversa, perché in caso di esonero del tecnico romano, Roberto, come riferito alla società, si riterrebbe svincolato.

 

Nonostante un avvio stentato di campionato che vede il Brescia penultimo con soli due punti in sei partite, la panchina del mister di Trastevere rimane ben salda. Anche per Roby l’inizio dell’avventura bresciana non è dei migliori, con un infortunio che lo tiene fuori un paio di mesi. Con il rientro di Baggio unito all’arrivo in prestito dall’Inter di Andrea Pirlo, tornato alla casa madre nel mercato di gennaio, la squadra inizia a macinare punti.

 

Il buon Carletto non sacrifica né il maestro ne l’allievo, anche se i due sono abituati a giocare nella stessa posizione di campo. Pirlo viene spostato da trequartista a regista perché là davanti stanno il Divin Codino e il bomber Dario Hübner, detto il Bisonte. Il Brescia spicca il volo e il calcio italiano renderà grazie a Mazzone per la sua mossa. In Juventus-Brescia dell’1 aprile 2001 un lancio da metà campo di Andrea viene addomesticato magistralmente da Roby, che con uno stop a seguire salta Van Der Sar per depositare il pallone in rete.

 

Probabilmente il miglior “primo tocco” della storia del calcio

 

Un gol che resterà il simbolo di quella stagione e del connubio Baggio-Pirlo regalato ai posteri. La Leonessa si piazzerà al settimo posto finale, il risultato migliore della sua storia, valevole una qualificazione all’Intertoto, gli spareggi per accedere alla Coppa Uefa. Percorso che terminerà nella doppia finale con il Paris Saint Germain e vedrà il Brescia eliminato dopo due pareggi, 0-0 al Parco dei Principi e 1-1 al Rigamonti.

 

Il mancato ingresso in Europa non frustra le ambizioni di Baggio e delle Rondinelle. Nel reparto offensivo Hübner viene sostituito da Luca Toni, che va a fare compagnia al confermato Igli Tare.

 

Il botto però arriva anche stavolta in settembre. Pep Guardiola (anch’egli svincolato), bandiera e capitano del Barcellona, sceglie Brescia dopo una vita passata in blaugrana. La sceglie perché vuole giocare con il Divin Codino, dopo averlo ammirato da lontano per anni, e perché scatta sin da subito un’amicizia sincera con il presidente Corioni. Con due fuoriclasse del genere la tifoseria biancoblu può sognare ad occhi aperti, intrisa della passione di una provincia che ha scoperto il grande calcio.

 

Il Brescia di quegli anni in uno scatto d’antologia (foto Grazia Neri/Getty Images)

 

L’apoteosi dell’orgoglio bresciano va in scena il 30 settembre 2001 in occasione del derby contro l’Atalanta. A dieci minuti dalla fine i bergamaschi sono in vantaggio per 3-1, ma Baggio accorcia le distanze risvegliando il ruggito del Rigamonti e di un Mazzone che, sfinito per i continui insulti rivoltigli dal settore ospiti, promette agli ultrà orobici di andare sotto la loro curva in caso di 3-3. In pieno recupero Roberto sigla la sua personale tripletta e pareggia i conti.

 

Nel delirio generale Sor Carletto mantiene la promessa e corre verso i bergamaschi con tutta la sua foga trasteverina. Quella corsa rimarrà impressa nella memoria come epitaffio di un’epoca, entrata per sempre nell’immaginario collettivo del calcio bresciano (e non solo).

 

Mantenere una promessa

 

Ti sarò sempre grato e riconoscente, rimpiango solo di averti incontrato troppo tardi. Il legame tra di noi, però, è stato subito speciale. Ho apprezzato il Mazzone professionista e ho amato l’uomo Carlo; sei dotato di una sensibilità senza pari, da fuoriclasse. (Lettera di Baggio a Mazzone)

 

Baggio e il Brescia sembrano non fermarsi più e dopo nove giornate il Divin Codino guida la classifica dei marcatori con otto reti. Guardandolo giocare nessuno direbbe che le primavere del numero dieci sono già 34, così come nessuno mette in discussione il suo ritorno in nazionale.

 

Poi durante Brescia-Venezia, in cui viene steso su fallo da tergo, Roberto avverte subito un dolore lancinante al ginocchio sinistro. Lo stop forzato dura tre mesi e la Leonessa senza il suo faro inizia a perdersi nella nebbia di una stagione che da sogno si trasforma in incubo. Baggio è pronto per rientrare in un match di Coppa Italia a Parma, ma tutto viene sospeso per la tragica scomparsa, in un incidente stradale, del difensore delle Rondinelle Vittorio Mero, in quell’occasione squalificato.

 

Le lacrime di Luca Toni per la scomparsa dell’amico e compagno Vittorio Mero (foto Corriere della Sera)

 

Il 31 gennaio 2002, nel recupero di quella partita, già funestata dalla morte di Mero, un’altra sentenza inappellabile si abbatte su Roberto Baggio, la rottura del crociato anteriore. Le ginocchia perseguitano il Divin Codino dall’inizio della carriera, in un calvario senza fine. A tre mesi dal termine del campionato il sogno di partecipare all’ultimo mondiale sembra ormai utopia.

 

Nonostante il correre del tempo, il campione lancia la sua ultima sfida. Roby sa che è quasi impossibile, ma dice subito al medico che lo opera qual è il suo unico obiettivo: andare in Giappone con la maglia azzurra.

 

Poteva l’Italia privarsi della classe di Roberto Baggio? (foto Grazia Neri/ALLSPORT)

 

Dopo il primo mese di riabilitazione dimostra allo staff medico la sua forma fisica inseguendo un fagiano e acchiappandolo. Poi il 21 aprile, a 76 giorni dal crac del Tardini, Baggio è già in campo per Brescia-Fiorentina. Un record. A tre turni dalla fine le Rondinelle rischiano la retrocessione e nella ripresa del match torna la luce con la doppietta siglata dal Divin Codino, che riaccende le speranze salvezza e il sogno Mondiale.

 

All’ultima giornata, nel 3-0 casalingo contro il Bologna, Baggio segna ancora e un Rigamonti in visibilio rende grazie al demiurgo della salvezza. Fosse per il pubblico bresciano, come per il resto di quello italiano, Roberto avrebbe già un posto riservato per Sendai, sede del ritiro azzurro in terra nipponica.

 

Baggio e Signori in azzurro

 

Con una telefonata, il commissario tecnico Giovanni Trapattoni fa sapere al ragazzo di Caldogno che il suo sogno è interrotto, non rientra nei 23 azzurri. Proprio nell’anno in cui la FIFA ha allargato la lista di un posto, quasi l’avesse fatto apposta per convincere il ct azzurro a inserire il Divin Codino.

 

La corsa contro il tempo non è servita per convincere il selezionatore sulle condizione fisiche di Baggio. E’ servita eccome alla Leonessa per raddrizzare una stagione maledetta. E’ servita per innamorarsi ancora di più del Campione che ha scelto la provincia per inseguire il suo ultimo sogno professionale. I bresciani se lo tengono stretto il Divin Codino, peggio per il grande calcio se per l’ennesima volta ha deciso di rinnegare il suo figlio prediletto.

 

Baggio tenuto a bada da Rino Gattuso (foto Alessandro Iotti/Grazia Neri/ALLSPORT)

 

La sua nazionale sarà il Brescia, perché anche se il sogno è infranto Roby non vuole lasciare il calcio così. Sarà lui a decidere il momento, per ora bastano la voglia di giocare e l’amore incondizionato della tifoseria biancoblu.

 

Tutto il mondo sa, che biancoblu del Brescia è la sua maglia, quando in campo va, in ogni stadio ci sarà battaglia, noi vogliamo che, tu firmi a vita per il nostro Brescia, sei sempre tu che ci porti in vantaggio, facci sognare Roby Baggio.

 

Nel successivo biennio Baggio vive un crepuscolo che in terra bresciana è più simile a un’eterna primavera. Il Canto del Cigno è tutto da assaporare. Nel campionato 2002-2003 mette a segno 12 reti e porta la Leonessa un’altra volta in Intertoto. Nella stessa annata il gol più bello è un sublime pallonetto nel 3-0 contro l’Atalanta, risultato inedito in un derby in serie A per le Rondinelle.

 

Senza Roberto non mi diverto…

 

Poi con l’addio di Mazzone un’ultima stagione da vivere con in panchina Gianni De Biasi, allenatore e uomo di buonsenso che, sulla scia di Sor Carletto, lascia libero l’artista di esprimersi fino alla fine. C’è ancora tempo per vedere il Divin Codino firmare il gol numero 200 in serie A al Tardini di Parma. Un gol alla Baggio. Vedere Roberto giocare è un regalo troppo grande a cui tutti i bresciani non si sarebbero mai abituati eppure è già quasi l’ora dei titoli di coda. Se ne accorgono anche la Federcalcio e Trapattoni che un’epoca storica sta per finire e quindi l’amichevole di Genova tra Italia e Spagna diventa l’occasione per far giocare a Baggio la sua ultima partita in maglia azzurra.

 

Il 16 maggio 2004 è il giorno dell’epilogo, alla Scala del Calcio. Ottantamila spettatori sotto il sole di una domenica pomeriggio, tra cui una folta rappresentanza bresciana trasferita in massa a San Siro per celebrare l’addio del Campione, insieme alla gemellata tifoseria milanista.

 

E’ singolare che familiari, amici e tifosi siano più dispiaciuti di Roberto, perché per lui è la fine di un calvario fisico durato vent’anni. All’uscita dal campo Baggio vede e sente tutti gli ottantamila in piedi a gridare il suo nome e forse pensa che sì, hanno avuto un senso quelle ginocchia martoriate, i 200 punti di sutura a una gamba a diciotto anni, allenarsi con il dolore, essere scaricato da società e allenatori, girare l’Italia per ripartire, vedere sfumare il sogno mondiale. Per ritrovare tutto l’amore restituitogli dalla sua gente, non solo dei bresciani, ma di chiunque ami il calcio. Una volta seduto nel silenzio dello spogliatoio, mentre la partita è ancora in corso, il manager e amico di una vita, Vittorio Petrone chiede a Roberto se sia davvero finita, e lui gli risponde: “Ho dato tutto. Sono felice di aver dato tutto“. Sipario.

 


Foto di copertina: Grazia Neri/Getty Images

 

 

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