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9 Marzo

Quel pasticciaccio brutto della Serie A

Federico Brasile

62 articoli
Un Paese sportivo d'accordo su una sola cosa: la deresponsabilizzazione, l'incapacità di prendere decisioni.

Signori, siamo letteralmente alle comiche finali. Domani ci sarà un consiglio straordinario della FIGC convocato per fare i conti con gli eventi, che come al solito hanno travolto la debole, affannata e sudaticcia governance del nostro calcio. Ma ripercorriamo brevemente l’evoluzione dei fatti: sabato il governo (nazionale) si riunisce per nuove misure urgenti da applicare; esce la bozza del decreto – tanto per non farci mancare nulla – mentre un branco frenetico di topi si capitombola in treni e stazioni del Nord ribaltando trolley, scivolando per le scale, occupando convogli e rendendoli bivacchi di manipoli, amuchine e mascherine. Il tutto alla ricerca dell’El Dorado: il meridione e le fettuccine di nonna.

 

Nel frattempo i protagonisti dello sport vogliono fermarsi, anzi tutti gli altri lo fanno, eccetto le maggiori leghe calcistiche italiane. E qui per una volta ha anche ragione Malagò:

“Dico solo che tutti quanti devono andare nella stessa direzione. Non è che il calcio può avere regole diverse dagli altri sport di squadra. Se è giusto fermare la Serie A di calcio? Io credo che tutti gli sport di squadra, dal calcio alla pallacanestro, dalla pallavolo all’hockey e a tutti gli altri, debbano andare nella stessa direzione: domani lavorerò a questo scopo”.

In un Paese serio, soprattutto in un momento di emergenza, ci si aspetta che tutti gli sport adottino uguali provvedimenti; o almeno che gli sport siano in sintonia con il comune sentire, con le restrizioni obbligate e con un altrettanto obbligato senso civico.

 

Ecco allora che entra in gioco anche Tommasi, presidente dell’AIC (Associazione Italiana Calciatori), tra meline e minacce, scioperi invocati e non realizzati, bozze uscite ma non ufficiali – che problema c’avremo noi Italiani con queste bozze non è dato saperlo, sarà la nostra proverbiale anarchia, mah. Il messaggio comunque anche in questo caso è chiaro, malgrado i fatti (e le proclamazioni) sarebbero potuti seguire alle parole: il calcio non deve fare eccezione.

“I campionati vanno fermati. Il segnale che le istituzioni sportive danno è pessimo. È pericoloso viaggiare da e per le zone rosse, è pericoloso giocare a calcio, è pericoloso salutarsi. Le squadre oggi stanno purtroppo scendendo in campo per dovere nei confronti di chi non ha il coraggio di decidere che il calcio non può avere deroghe contro il coronavirus. Martedì ci sarà il consiglio federale, ci aspettiamo una cosa sola, la sospensione dei campionati fino a quando non ci saranno le condizioni per giocare” (dalla lettera dell’AIC a governo e istituzioni)

Una posizione di buon senso per cui tanti insulti sono arrivati a Tommasi, che di questi tempi è forse la cosa più normale. Nel frattempo il teatrino Parma v Spal, i giocatori nel tunnel pronti a scendere in campo, poi no, poi forse alle 13, poi ancora no, infine sì, alle 13,45; Petagna che segna e non esulta regalando poche parole ai microfoni: «oggi non ha vinto nessuno».

 

Dal Tardini, una situazione surreale che non può più protrarsi (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

 

Quindi le partite delle 15 giocate in ambientazioni lunari, senz’anima (il pubblico) ma anche senza un perché: come si possono pretendere prestazioni agonistiche all’altezza con la totale incertezza del domani? E anzi con la malcelata consapevolezza che entro qualche giorno sarà tutto finito/interrotto? In più senza tifosi e con i noti rischi del caso. Per quanto a volte possa sembrare il contrario, i giocatori pensano, sentono, parlano tra di loro: non possiamo sperare che, mandandoli in campo, questi reagiscano come se nulla fosse.

 

Ma salendo di grado, la brutta figura l’ha rimediata il ministro dello Sport Spadafora: prima limitandosi a caldeggiare, consigliare, indicare, suggerire lo stop ai campionati; poi nel condannare la Lega dichiarandone i vertici irresponsabili; infine nel tirare in ballo Sky, accusando l’azienda sostanzialmente di lucrare sulla tragedia, mentre anche in questo caso la decisione sulle partite in chiaro avrebbe potuto – e dovuto – assumerla lui. Un perfetto esempio di re-sponsabilizzazione nella Nazione dei Ponzio Pilato, di istituzioni figlie dell’improvvisazione e del disimpegno incapaci decidere, in stato d’eccezione e non.

“Ma che la vigliaccheria spinga il ministro dello sport, Vincenzo Spadafora, a pressare il calcio, cioè il debole Gabriele Gravina (Federazione) e il fiacco Paolo Dal Pino (Lega), «parenti» serpenti, a «valutare», questo no, questo è inaccettabile perché, appunto, vigliacco. Calcio, stop: questo mi sarei aspettato da una schiena dritta. Parma-Spal congelata e ripresa con tanto di squilli verdiani diventa, così, la mascherina grottesca di una Nazione infetta” (le parole di Roberto Beccantini vanno dritte al punto).

Insomma, il nostro calcio ne esce in ginocchio: bloccare tutto, vista l’evoluzione degli eventi (e per la rabbia dei tifosi laziali), è ad oggi la sola possibilità sul tavolo, anche per la Lega. L’unica e ultima possibilità per salvarsi in corner sperando che gli Italiani – una volta superata questa brutta storia – tengano fede a un altro loro tratto distintivo: l’oblio del passato, anche quello più recente.

 

 

 

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