La notte cala ovunque. Silenziosa, cinge ogni angolo del pianeta. Benedizione per alcuni, preludio di guai per altri, le tenebre racchiudono entro i propri confini una dualità paradossale: sanno essere sublime dolcezza ma anche angosciosa rappresentazione delle nostre paure. Come nel caso dell’isola di Kauai che, avvolta dall’oscurità in una calda serata estiva alla fine degli anni ’80, rivela l’apprensione di una madre.

 

Danielle se ne sta lì, in piedi, sul pontile della baia di Hanalei. Lo sguardo impensierito, le mani dietro la schiena. Il tramonto ha da poco inghiottito l’ultimo riverbero di sole. La linea dell’orizzonte è ormai affondata nell’oceano, e della luce rimane soltanto una nostalgia consegnata agli abissi.

 

Nel frattempo le onde continuano a srotolarsi solenni, fino a toccare la spiaggia. Dopo ore di martellamenti, adesso sembrano quasi accarezzare la sabbia. Sono le ultime serie di un’ordinaria giornata hawaiana per Andy e Bruce. Hanno rispettivamente dieci e nove anni, ma sulle loro surfboard sanno destreggiarsi già alla grande. E la donna che da lontano li osserva planare sull’acqua ne è consapevole. È quella la loro dimensione. Ora è tardi però e Danielle, da brava mamma, cova sacrosante preoccupazioni: non si vede più nulla, i suoi cuccioli potrebbero farsi del male. La cena poi è pronta per essere servita a tavola. È tempo che quei piccoli selvaggi tornino alla vita sulla terraferma.

 

L’oceano per me era simile a un Dio insensibile, infinito nella sua pericolosità, dotato di un potere smisurato. Eppure, perfino da bambino, eri tenuto a misurarti con lui ogni giorno. Dovevi – era essenziale, una questione di sopravvivenza – conoscere i tuoi limiti, sia fisici che emotivi. Ma come potevi conoscere i tuoi limiti se non li mettevi alla prova? E che succedeva se la prova la fallivi?

 

(William Finnegan, Giorni selvaggi. Una vita sulle onde)

 

 

La famiglia Irons al completo: da sinistra verso destra Bruce, papà Phil, Andy e mamma Danielle

 

Capelli biondi, occhi azzurri, pelle bianca: Andy e Bruce sono degli alieni tra i loro compagni di scuola. Haole a tutti gli effetti, ergo stranieri. Considerati alla stregua dei figli dei cowboy nati nei territori indiani occupati, i fratelli Irons il rispetto dei nativi hanno dovuto sudarselo. E alla fine sono riusciti a conquistarlo. Non tra i banchi e neppure nei corridoi o nei giardini dell’istituto scolastico a due passi da casa, dove incombeva sempre il rischio di venire circondati e bullizzati dai ragazzini indigeni, specialmente in occasione della macabra ricorrenza del “Kill a Haole Day”. No, quei due erano nati per sgusciare sulle onde. Ed è lì che hanno dimostrato a tutti la loro grandezza sin dalla più tenera età.

 

L’educazione hawaiana implica sprezzo del pericolo, rispetto della natura, riconoscimento del proprio valore e di quello altrui. Nel segno di questi comandamenti, i due fratelli iniziano a farsi largo nelle gare agonistiche locali. Uniti ma soli, perché in acqua si può contare esclusivamente su sé stessi. Contest dopo contest, il cognome di quei due biondini con i capelli a caschetto guadagna sempre più rispettabilità. Papà Phil non può che esserne fiero. Surfista e carpentiere, è lui il primo ad alimentare la fiamma della loro passione.

 

Andy e Bruce vanno forte. Tra i due è una continua sfida. Prima che contro gli altri, la lotta si consuma in famiglia. L’uno sprona l’altro ad alzare l’asticella, a migliorarsi costantemente: così fioriscono i talenti. Crescere sulla North Shore di Kauai d’altronde significa accogliere una tradizione ultracentenaria. Il surf nell’antica società polinesiana era lo sport dei re. Darsi battaglia tra le onde, quando i missionari occidentali imposero la loro legge, divenne poi un atto di ribellione. Il surf inteso come fenomeno culturale ed estetico, con la sua mistica d’iniziazione legata al richiamo delle mareggiate. Un’arte che sopravvive nel tempo. Evolvendosi.

 

Like a true nature’s child
We were born, born to be wild
We can climb so high
I never wanna die
Born to be wild
Born to be wild

 

(Born to be Wild, Steppenwolf)

 

Andy Irons: poesia in movimento

 

Dall’altra parte dell’oceano, a migliaia di chilometri di distanza, un sedicenne, steso sulla sua tavola umidiccia, osserva solitario la volta celeste dal giardino di casa. È notte piena di meraviglie in Florida. Vero spettacolo, lassù. Tutto tace a Cocoa Beach. Tutto tranne il brusio dell’Atlantico, che accompagna i pensieri di Kelly. Oahu ora è lontana. Eppure il ricordo la fa sembrare così vicina. Le Hawaii esercitano questo potere: un incantesimo che costringe a rimpiangerle e bramarle.

 

Sono passati pochi mesi da quando Kelly visse il suo battesimo di fuoco. Rimanendone estasiato. Non sarebbe potuto essere altrimenti per chi ha fatto del surf una ragione esistenziale. Mai aveva visto prima di allora onde così grandi e magnifiche. Lasciando quelle isole promise a sé stesso che vi avrebbe fatto ritorno da professionista. Non solo. Promise a sé stesso che sarebbe diventato il più forte di tutti i tempi a cavalcare quei doni del Creato. Immerso in una notte dai tratti onirici, Kelly Slater ripensa all’intimo patto. E sorride. Il firmamento sopra di lui sembra fare lo stesso: è scritto nelle stelle.

 

In mare, ogni cosa è legata in modo indissolubile e inquietante a tutte le altre. Le onde sono il campo da gioco. Il fine ultimo. Sono l’oggetto dei tuoi desideri e della tua ammirazione più profonda. Allo stesso tempo, sono anche il tuo avversario, la tua nemesi, il tuo nemico mortale. L’onda è il rifugio, il tuo nascondiglio felice, ma anche un territorio selvaggio e ostile.

 

(William Finnegan, Giorni selvaggi. Una vita sulle onde)

 

 

 

Pipeline Masters, Pupukea, Oahu North Shore, Hawaii, 2002

 

 

Talvolta non è necessaria la notte, si può sognare anche baciati dal sole. A occhi aperti. Pipe Dreams, dove Banzai non è soltanto un grido di guerra ma anche il nome di uno dei reef break più potenti sulla faccia della terra. Le onde qui azzannano. Come gli squali che vi nuotano attorno. A domarle sono solo i maestri. E Andy Irons è uno di loro. Battendo in finale Shane Dorian, si è appena laureato campione del mondo. Proprio lì, nella mitica culla del surfing. Sulla spiaggia amici e parenti a portarlo in trionfo. È Bruce il primo ad avvicinarlo, stampandogli un bacio sulla guancia. Abbracciandolo. Lui che l’anno precedente aveva vissuto un tripudio simile ma non identico: King of Masters sì, ma non imperatore di tutti gli oceani. Dopo un’estenuante stagione passata a sfidare le onde dei due emisferi, è dunque il primogenito di mamma Danielle e papà Phil a fregiarsi di eterna gloria. Perché prima che contro gli altri, la lotta si consuma in famiglia. Ieri come oggi.

 

Un’assurda sensazione vibra però nell’aria. É come se il Championship Tour stia per iniziare realmente soltanto adesso. Gli occhi ghiacciati di Kelly Slater non mentono. Seduto in disparte, osserva con attenzione i festeggiamenti e riflette: ha finalmente trovato il rivale a lungo atteso. Campione del mondo per la prima volta nel 1992, ad appena vent’anni, il più giovane di sempre nella storia del circuito dei surfisti, Slater fu poi capace di riconfermarsi ininterrottamente il numero uno assoluto dal 1994 al 1998. Un dominio tirannico che, assieme ai successi nel terzo millennio, lo proietta di diritto sul trono più alto dell’Olimpo surfistico.

 

Atleta fantastico divenuto ben presto icona pop, come impone il sistema a stelle e strisce. Da giovanissimo infatti interpretò il personaggio di Jimmy Slade nel celebre telefilm “Baywatch”. Proprio in occasione delle riprese in California ebbe modo di conoscere Pamela Anderson, sua futura fidanzata. La prima di una discreta sfilza che vede, oltre alla già citata Pamela, Gisele Bündchen, Cameron Diaz e Bar Rafaeli. Muscoli, titoli, fama, sponsor, belle donne: Slater sembra il prototipo perfetto del più scintillante americanismo da copertina. Una macchina apparentemente inscalfibile che nel 1998, stanca di vincere incontrastata, decise di tirarsi fuori dai giochi. Poi l’improvviso ritorno in sordina, proprio nell’anno di grazia di Irons. Ebbene, quell’intenso sguardo cela una presa di coscienza: c’è un nuovo sceriffo in mare aperto. L’inesorabile imbrunire accompagna quel presagio di rivalità. Il demone di Kelly Slater è rinato. Gli dei delle tavole ringraziano.

 

Il surf che vidi quel giorno mi provocò quasi un dolore al petto: interminabili momenti di grazia e tensione scolpiti nelle profondità del mio essere. Era quello che desideravo più di ogni cosa.

 

(William Finnegan, Giorni selvaggi. Una vita sulle onde)

 

Kelly e Pamela: una foto che trasuda atmosfera anni ’90

 

Stessa gara, stessa spiaggia, stessa isola, un anno dopo

 

 

Un’altra stagione volge al termine. Fin dall’inizio Andy Irons e Kelly Slater l’hanno fatta da padroni. Di nuovo le Hawaii, di nuovo Pipe. É destino che la contesa si risolva lì, all’ultima onda. Slater arriva all’appuntamento scosso nell’anima e anche Irons, dietro ai sorrisi di circostanza, non se la passa un granché. Il primo in lutto per la morte del padre, l’altro preda del suo lato oscuro: la dipendenza da oppiacei e pillole per sopperire a un grave disturbo bipolare. Ogni campione nasconde delle debolezze. Andy e Kelly non sono da meno.

 

Per entrambi non è stato semplice affrontare la notte della vigilia. Assediati dai loro incubi, non sono riusciti a chiudere occhio. Una volta giunto il fatidico giorno, Kelly ha un cattivo presentimento: è come se in cuor suo sentisse di non potercela fare stavolta. Il testa a testa con il rivale, il primo che abbia mai avuto, lo ha messo fisicamente a dura prova. Lo spirito poi è in affanno, le questioni irrisolte con il padre lo perseguitano. Nessuno è mai riuscito a batterlo in una finale. Nessuno. Andy lo sa bene. Ed è per questo che, nonostante il diavolo con un colpo di coda tenti di sabotarlo, vuole vincere a tutti i costi. Avere la meglio sul suo idolo, il surfista di cui aveva il poster in cameretta, e confermarsi campione del mondo. Semplicemente il massimo.

 

Sulla spiaggia è tutto pronto, migliaia di appassionati sono giunti a Banzai. Quasi come fosse un pellegrinaggio. Da quelle parti non si è parlato d’altro per settimane. La nazione hawaiana rende omaggio a due grandi protagonisti del romanzo surfistico. Prima che i duellanti entrino in acqua, e sparino le loro ultime cartucce, accade qualcosa di singolare. Kelly si avvicina ad Andy e, mettendogli una mano sulla spalla, gli sussurra all’orecchio parole al miele:

 

«I love you like a brother, good luck».

 

Odi et amo hawaiano

 

Per i maligni, un giochetto mentale finalizzato a stordire l’avversario. Per Slater, come avrà modo di rivelare più in là, una sincera dichiarazione d’affetto. Lui che, oltre ad ammirare Irons per le sue qualità di surfista, in quell’anno on tour strinse con il contendente un profondo legame umano di amore-odio. Sfumature che rendono ancora più affascinante il rapporto tra i due. Non c’è più tempo per badare ad alcun pensiero però. C’è solo un’ultima battaglia da combattere: è il momento dell’azione.

 

Le onde incalzano subito lo scontro. Kelly spinge Andy a esplorare i propri limiti e viceversa. Le manovre, minuto dopo minuto, si fanno sempre più radicali. Gli spettatori sono letteralmente in delirio: stanno assistendo alla finale più bella di sempre. Punto a punto, è arrivata l’ora della verità. Kelly tenta il tutto per tutto all’ultima onda con un aerial difficilissimo, che non riesce a chiudere, mentre Andy in scioltezza consolida il suo vantaggio. È di nuovo lui il più forte del mondo.

 

Sarebbe bello poter concludere qui il racconto ma il prosieguo della vita di Andy Irons purtroppo ha conosciuto il dramma. Droga, problemi mentali, inquietudini inguaribili: le sue croci. Chi sapeva ha taciuto, perché lui voleva che non se ne parlasse. Per troppo tempo ha preferito non chiedere aiuto. Ha provato a sedare i suoi squilibri da sé, con l’adrenalina del surf e delle sostanze. Il processo di riabilitazione che aveva intrapreso giunse troppo tardi. L’uomo fragile dietro al grande campione non ha fatto neppure in tempo a vedere suo figlio nascere. Il 2 novembre del 2010, a trentadue anni, in un anonimo letto d’albergo in quel di Dallas, dove transitava di ritorno verso casa, il cuore di Andy Irons smise di battere. Un maledetto mix di droghe letali a condannarlo.

 

Bruce Irons e mamma Danielle in occasione del memorial day di Andy

 

 

Seguì il dolore della famiglia e della moglie Lyndie, la loro incapacità di accettare di averlo perso per sempre, sentendosi forse colpevoli di non essere stati in grado di aiutarlo. Ma seguì anche la memoria. Nella baia di Hanalei, dove tutto ebbe inizio, le ceneri di Andy Irons vennero teneramente disperse tra le onde. Kelly Slater nel frattempo diventava per la decima volta campione del mondo (saranno poi undici i titoli), scrivendo più in alto di chiunque altro il suo nome nella leggenda. Una seconda giovinezza a trentotto anni.

 

«Se potessi riportare in vita Andy darei via questo titolo senza pensarci un secondo. La sua morte mi ha stravolto. È lui che mi ha spinto a rimettermi in gioco. Senza di lui non sarei qui».

 

Si chiude un cerchio e quei giorni selvaggi vengono consegnati, una volta per tutte, alla Storia del surf.