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14 Luglio

Luis Enrique, leader e gentiluomo

Gianluigi Sottile

12 articoli
L'allenatore che non accetta compromessi.

“Mañana salimos con Morata y diez más”. Morata e altri dieci. Per certi versi è un grande classico, l’allenatore che difende un suo giocatore in difficoltà. Ma è anche, e soprattutto, uno dei tanti momenti in cui Luis Enrique ha fatto parlare di sé agli Europei, accettando di subire le critiche come un buon padre subisce la pioggia quando c’è bisogno di coprire i figli. Nelle partite successive Morata ha alternato prestazioni buone e meno buone, in verità come tutta la Spagna, che paradossalmente è stata eliminata dopo la sua miglior prestazione del torneo contro l’Italia.



Per capire fino in fondo l’emotività di un calciatore agli Europei probabilmente servirebbe uno psicologo. Oppure un uomo come Luis Enrique, che da una Selección bella ma fragile lascia l’impressione di aver tirato fuori il massimo. La Spagna ha costruito le sue certezze lentamente e nelle difficoltà, sbagliando e riprovandoci, evolvendosi man mano in una squadra a immagine e somiglianza del proprio allenatore. Vale a dire mettendo la coesione del gruppo prima di ogni cosa, fin dalla scelta di lasciare a casa il titano Sergio Ramos o talenti del calibro di Isco e Asensio, anche a costo di partire con un paio di uomini di svantaggio rispetto alle concorrenti.

“Ognuno vale quanto le cose a cui dà importanza”.

Marco Aurelio, Τὰ εἰς ἑαυτόν

Luis Enrique va dritto per la sua strada. Da calciatore ha giocato per tre squadre: quella della sua città, lo Sporting Gijón, il Real Madrid e il Barcellona. Era un centrocampista molto duttile e indiscutibilmente talentuoso: tanto gli era bastato per ottenere un quinquennale in una delle migliori squadre del mondo, a soli 21 anni. Tuttavia, coi Blancos le cose non vanno benissimo. Parola sua: «Raramente mi sentivo apprezzato dai tifosi». Allo scadere dei cinque anni, quindi, Lucho viene acquistato a zero dal Barcellona. In un ambiente diverso ed evidentemente meno individualista, Luis Enrique aumenta il suo rendimento in misura esponenziale: passa dalle 18 reti segnate in 213 partite col Madrid a 108 gol in 300 presenze col Barcellona.

Luis Enrique ai tempi del Real, in un duello con Vierchowod

Lascia il Camp Nou da capitano nel 2004 e ci ritorna quattro anni dopo, come allenatore della squadra B in successione di Pep Guardiola. Un’altra caratteristica di Luis Enrique è che, se è necessario, non si fa problemi a tagliare corto col passato. Forse per questo non poteva funzionare la sua avventura alla Roma, nella città in cui si tiene insieme la storia del mondo. Soprattutto, nella città di Francesco Totti, che si è arreso all’addio al calcio solo cinque anni e quattro allenatori dopo Luis Enrique. Non è un caso che il mai banale Daniele De Rossi abbia dichiarato in seguito la sua stima per l’allenatore spagnolo, «perché, indipendentemente da tutto, lui e il suo staff sono delle gran brave persone».



Forse memore dei problemi vissuti a Roma Luis Enrique, in tutte le sue successive esperienze, ha cementato il gruppo innanzitutto ridimensionando la posizione di un leader dello spogliatoio. Al Celta Vigo toccò al capitano Borja Oubina; poi al Barcellona era stato il turno di Xavi, messo da parte per far spazio a Rakitić; più di recente, con la Spagna, il già citato Sergio Ramos – che fra l’altro, via social, non ha fatto mancare il suo sostegno alla Roja.

“Tutti sanno che Messi migliora i giocatori che gli stanno intorno, però credo anche che Messi sia consapevole del fatto che i suoi compagni lo migliorano. Lo stesso vale per Suárez, Neymar, Iniesta, […]. Tutti i giocatori sono consapevoli che uno può sbagliare, due possono sbagliare, ma tutti insieme possono aiutarsi ad essere migliori”.

Luis Enrique

Lo spogliatoio per Luis Enrique è una foresta, e lui vuole essere il leone. Per questo in ogni squadra si è assunto il maggior numero di responsabilità possibili, finendo come spesso accade per polarizzare il dibattito social in due parti: c’è chi ama Luis Enrique e chi lo odia. In molti si sono schierati nella prima fra le due fazioni solo dopo le dichiarazioni con cui ha riconosciuto il merito dell’Italia, nonostante l’evidente supremazia della sua squadra – e che supremazia, e che squadra – nella sconfitta ai rigori che è costata alla Selección l’eliminazione dagli Europei.

“Sono felice per quello che ho visto. Ho goduto di una partita di alto livello, con due squadre forti che cercavano di giocare un bel calcio, è stato uno spettacolo per i tifosi. Voglio fare i complimenti all’Italia, spero che in finale possa vincere questo Europeo”.

Luis Enrique

Le parole di una gran brava persona, al di là della retorica. In generale, l’atteggiamento di Luis Enrique è stato accolto con grande entusiasmo dalle nostre parti, come se fossimo eccitati dal sentire il valore dei nostri ragazzi dichiarato da un personaggio così carismatico, vincente. In questo, tuttavia, non c’è nulla di controverso: la passione che anima Luis Enrique ha fra le premesse il riconoscere il merito dell’avversario.

Luis Enrique con Pedri e Thiago Alcantara
Luis Enrique e Thiago rincuorano Pedri, che è riuscito a impressionare anche il suo allenatore

Dall’astuzia con cui l’ha affrontata, anche tatticamente, e dal modo in cui ne ha parlato, viene da pensare che Luis Enrique abbia capito questa Italia meglio di molti italiani, riconoscendo negli Azzurri le stesse virtù che lui stesso porta in dote alle sue squadre. L’unità del gruppo, la proposta di gioco ambiziosa, la voglia di andare oltre il proprio passato – rappresentato, nel nostro caso, dal non-Mondiale di tre anni fa.

Nella sconfitta, Luis Enrique ha avuto modo di affermare con ancora più forza (e stile) la propria visione, finendo celebrato sì, ma nel modo un po’ vuoto con cui i social celebrano molte cose ai giorni nostri. L’idea di fondo è sempre quella del gruppo come moltiplicazione, e non somma, dei valori dei singoli. Un’idea che si manifesta sia quando Luis Enrique veste i panni del maestro di sportività dopo un’eliminazione, sia quando al contrario appare antipatico, magari dichiarandosi convinto fino in fondo di quello che sta facendo. Confondere l’antipatia con la superbia, però, è un esercizio pericoloso, o meglio scorretto, finché l’obiettivo di fondo è l’esaltazione del collettivo prima del singolo.

È questo l’aspetto più affascinante di Luis Enrique, più dell’eccezionale abilità nella tattica o nella comunicazione: la grande coerenza del suo sistema di valori, in un calcio che spesso accetta compromessi sui contenuti e a volte anche sulla forma. Luis Enrique afferma la sua visione tribale del gruppo-squadra con fermezza, senza contrattare con nessuno, e contemporaneamente rifiuta l’egocentrismo nel modo più assoluto. La sua leadership nasce dal confronto tra uomini, anche duro se necessario, ma prima di ogni cosa autentico. È qui che nascono le dichiarazioni di stima che Lucho ha ricevuto in dieci anni da allenatore al massimo livello, arrivate dalle personalità più disparate: da Dani Alves a De Rossi, da Rakitić a Messi.

“Ogni squadra ha le sue difficoltà: ogni giocatore, ogni profilo di giocatore, ogni gruppo si tratta in una maniera diversa. Dover vincere sempre ti consuma molto, ed è per questo che non sono molti gli allenatori che possono rimanere per molti anni (al Barcellona, ndr)”.

Luis Enrique

C’è da starne sicuri: Luis Enrique non sarà mai un personaggio facile da capire, tanto che ancora se ne parla poco come uno dei migliori allenatori del mondo, nonostante i risultati parlino forte e chiaro. La sua nobiltà d’animo si mostra innanzitutto nella volontà, la stessa che gli ha permesso di attraversare indenne il lunghissimo ponte tra Madrid e Barcellona, e poi da Barcellona alla guida della Spagna. La virtù di Luis Enrique è rara perché temprata da grandi dolori e passioni, e forse per questo è spesso stato frainteso, tanto da calciatore quanto da allenatore. Il 10 ottobre l’Italia lo ritroverà come avversario in Nations League e sarà un’altra bella battaglia per gli Azzurri. Per quella circostanza, val bene citare le Metamorfosi di Ovidio: “Sia dio chi è caro agli dèi, abbia onore chi rese onore”. Come Luis Enrique.

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