Premessa. Ideologicamente sarei un po’ contrario a questa ultima moda di solennizzare, poetare e filosofare intorno allo sport, in particolare al calcio. D’altronde sono molto più contrario all’altra nuova moda, o forse tendenza socioeconomica a cui la maleducazione si è accodata volentieri, di non fare più i regali ai compleanni. Oppure, peggio ancora, di fare solo piccoli squallidi regali commisurati a ciò che il festeggiato offrirà ai convitati. Allora poiché è il compleanno di Totti, e in barba al fatto che non mi offrirà neanche un gelatino, cominciamo con lo sproloquio.
Il trequartismo è pura metafisica, e con questo termine non voglio indicare qualcosa di nobile o di analfabeta funzionale, ma qualcosa – al limite – di patologico. Il trequartismo vive male nella realtà materiale, vive della rimozione. Molto più sinceramente che coi regali tra parenti, nel trequartismo “basta il pensiero”. Attaccanti, ali, non è necessario che andiate veramente a prendere quel lancio o facciate quel taglio, a noi spettatori basta il pensiero. La palla è finita lentamente sul fondo? Meglio così, muoia il mondo.
Totti in gol contro il Piacenza, 1999 (foto: Claudio Villa/Allsport)
Ci sono diversi modi di amare Totti. Si possono apprezzare i gol, gli atti di forza, le bombe sotto la traversa, oppure il saper prendere fallo in ripartenza, e quel modo di cadere sollevando un po’ le braccia. Insomma, si può amare il Totti fenomenico, quello che appare nei fatti reali, nel calcio giocato. Ma quello per cui Totti verrà consegnato alla storia, o non le verrà consegnato infliggendo un’altra giustissima e dolcissima ingiustizia nei cuori dei più romantici, è un’altra cosa: è il calcio pensato.
Totti aveva il calcio in testa. Per quanto mi riguarda, questo era tutto. Poi si poteva perdere, certo, la squadra era quella che era e lui stesso aveva enormi lacune, a cominciare da quel culotto dell’Appio Latino, o la poca determinazione nelle grandi partite, il calcio a Balotelli, e bla bla bla. Ma queste sono cose da chi vuole vincere, noi volevamo solo piangere. Cosa è più riempiente di guardare una persona che girata di spalle fa un lancio a 50 metri e manda in porta Francisco Lima? Due cose possono esserlo: il fatto che Lima non lo capisca in tempo e la palla si perda sul fondo (grazie Lima), oppure che ancora prima che quella persona girata di spalle tocchi il pallone, un’altra persona la stenda con un’entrata da dietro (grazie difensori).
E allora lì, cari amici, lì l’avversario certifica la sua inferiorità ma anche efferatezza, privando il mondo intero di un’apertura di Totti, e regala invece a noi la consapevolezza della nostra sclatta e soprattutto la possibilità di sognare: che cosa avrebbe fatto? Dove l’avrebbe mandata? Era un assist per Antonioli, in una sua futuribile ipotesi di scatto?
Nel football americano c’è un libretto con tutte le giocate che la squadra può fare. Più o meno, quelle che a scacchi si chiamano aperture. Molti filosofi metropolitani si interrogano sulla eventuale presenza di un simile libretto inscritto nella testa di Totti. Alcuni sostengono che non esiste, e che lui volta per volta le “inventa”. Questo aspetto della questione è tanto astratto quanto importante. Quante sono le giocate possibili su un campo da calcio?
Noi romantici scemi, noi riduzionisti semplici dicevamo che sono finite. I poeti, i drogatelli e Steve Jobs dicono infinite. Totti ha aperto una finestra sull’eventualità che siano effettivamente infinite anche per noi spettatori scettici, cioè che quel limite finito trapassasse oltre, nel transfinito. Più importante ancora – soprattutto per le applicazioni nella vita quotidiana: ci ha insegnato che l’unico modo per vedere tutte le cose insieme è girarsi di spalle.
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