Lo stadio Giuseppe Grezar di Trieste, intitolato al concittadino morto nella strage di Superga – già ribattezzato “Del Littorio” durante il ventennio -, è ubicato nella zona di Valmaura e rappresenta l’impianto storico della città friulana. Nel 1946, però, si chiamava solamente “Comunale”, e con i suoi poco più di seimila posti a sedere ebbe il primato di ospitare, tra le proprie mura, incontri di due campionati di nazioni diverse.

 

All’epoca, infatti, la Triestina non era la sola squadra che vi giocava le partite casalinghe, ma bisogna annoverare anche il paradossale caso dell’Amatori Ponziana, compagine cittadina che però militava nella dirimpettaia lega jugoslava grazie ai finanziamenti di Belgrado. Così, per tre anni, il pubblico passò dal poter assistere alle prodezze del Milan a quelle della Stella Rossa, dai campioni della Juventus a quelli del Vojvodina di un giovanissimo Vujadin Boskov. Ecco solo un assaggio della intensa e controversa storia che ha coinvolto questa parte di territorio, fortemente contesa ed al centro di fragili dinamiche fra alleati e blocco sovietico.

 

Un’immagine per rendere l’idea: marzo 1946, graffiti a Trieste che inneggiano a Tito e alla fratellanza fra truppe titine e partigiani italiani (Photo by Keystone Features/Getty Images)

 

LA STORIA

 

La città di Trieste aveva assunto, già da alcuni secoli, un ruolo nevralgico nello scacchiere europeo. La sua posizione così caratteristica, ultimo baluardo europeo prima di catapultarsi tra i Balcani, ha fatto sì che venisse spesso coinvolta nelle strategie geopolitiche delle varie potenze che si sono susseguite intorno a questo territorio (il principale oggetto del contendere è sempre stato l’ampio porto, che affaccia sull’Adriatico). Di conseguenza, come capita alle importanti zone marittime, ci fu un’invasione di popoli, lingue e religioni che contribuì a creare un fervente centro cosmopolita formato da comunità serbe, croate, ungheresi, inglesi, ebraiche e greche, per citare solo le principali. Come una Vienna italica, austera e mitteleuropea, la città si trasformò in un ibrido dalla natura unica; basta pensare, a fine ottocento, ai suoi celebri caffè letterari che la resero meta viva e ambita da buona parte degli intellettuali dell’epoca.

 

Uno su tutti James Joyce che, stanco della routine della sua Irlanda, decise di cambiare aria attratto dal fermento culturale che si respirava da queste parti. Il suo soggiorno fu decisivo per la stesura della celebra raccolta The Dubliners che influenzò un altro scrittore, suo sincero amico: Hector Schmitz, conosciuto al grande pubblico con lo pseudonimo di Italo Svevo, a cui Joyce diede lezioni private di inglese. Tra i due nacque un’intensa amicizia, che aiutò l’italiano a far conoscere i propri lavori in giro per il mondo e che soprattutto perdurò con il passare degli anni, contribuendo ad arricchire la già ricca tradizione cittadina che li ha omaggiati con due statue di bronzo; significativa quella eretta per Joyce nel 2004 in occasione del centenario dal suo arrivo, collocata a Ponterosso sul Canal Grande, sulla quale è stata impressa una frase pescata fra le lettere alla moglie Nora. Innamorato della sua nuova casa affermava:

“ ….la mia anima è a Trieste”.

 

La statua che rende omaggio a James Joyce, Trieste

 

Il crescente multiculturalismo non frenò tuttavia il patriottismo, un sentimento forte nella popolazione locale e che, in questo caso, si presentò nella forma dell’Irredentismo. Con l’unità d’Italia da poco celebrata infatti, l’odierno Friuli Venezia Giulia venne tagliato fuori: a questo punto Trieste si trasformò in un megafono con cui manifestare tutta la volontà di far parte della neonata nazione, tirando la volata ad una annessione che arrivò ufficialmente nel 1920 grazie al Trattato di Rapallo (risultato del patto di Londra che spinse l’Italia a combattere la Grande Guerra contro i suoi alleati originari). In questo clima culturale si affermò precocemente e con forza il fascismo che, nell’intenzione di riconquistare Trieste una volta per tutte all’Italia, inaugurò una politica ultra-nazionalista per sradicare usi e costumi delle minoranze slave, a partire dall’italianizzazione di nomi e strade e per finire con il bando all’uso ufficiale di lingue che non fossero l’italiano.

 

Così, al mutare delle condizioni storiche e politiche, le truppe del generale Tito poterono iniziare la propria opera di pulizia etnica. Il 1 maggio del ‘45 la penisola è praticamente liberata ma, come abbiamo visto, a Trieste la storia segue un corso tutto suo: il generale occupa la città per quaranta giorni mettendola a ferro e fuoco fino all’accordo di Belgrado, siglato un mese dopo, in cui Trieste venne divisa in due zone, consegnandone una parte agli jugoslavi desiderosi di vendicarsi. La vendetta, come sappiamo, puntualmente si consumò, contribuendo a scrivere una delle pagine più tragiche e buie della nostra storia. Il termine “Foibe” venne tratto dalle profonde cavità carsiche in cui, in seguito a processi sommari, le truppe titine fecero cadere dei corpi legati insieme, anche vivi.

 

La foiba di Basovizza (Trieste): per non dimenticare.

 

L’IMPRESA SPINTA DA TUTTA LA NAZIONE

 

È con queste premesse ed in questo scenario che nel 1947 Leo Brunner, il presidente della Triestina, redasse un accorato appello al mondo calcistico e politico italiano. La sua squadra era formalmente retrocessa il campionato precedente, ma la posta in gioco era molto più alta di un semplice risultato sportivo: mantenere il club nella massima serie rappresentava un “valore morale e simbolico”. Questo insolito momento è stato narrato ottimamente dal documentario di Sky a firma di Matteo Marani, “1945: Checkpoint Trieste”, con documenti e testimonianze esclusivi. Per citare Federico Buffa, sempre sulla stessa emittente, l’Italia del dopoguerra era sostanzialmente uno specchio rotto, dipendeva da che angolatura si stesse guardando.

 

Proprio per questo motivo, la causa triestina venne presa a cuore dalla neonata penisola repubblicana, divenendo il centro di gravità di un patriottismo e di un’italianità ritrovati tanto che, nel 1952, Nilla Pizzi conquistò Sanremo con il brano “Vola Colomba”, che auspicava un ritorno di Trieste entro i confini italiani. Come ogni vicenda politica del secolo scorso, poi, non poteva non essere implicato “Il Divo” Andreotti, in quell’occasione addetto a tenere i rapporti con le zone di confine. Brunner si rivolse direttamente a lui per reperire i fondi necessari a mettere su la squadra, con l’obiettivo di competere per il primo ed unico campionato a 21 squadre della storia.

 

Fino ad allora le stelle della compagine alabardata erano state Colaussi e Pasinati, membri della spedizione vincitrice del mondiale ‘38, con il primo autore anche di una doppietta in finale. Allora, però, la squadra era reduce da un misero bottino di 18 punti conquistati e ben 79 gol incassati che, come detto, la condannarono all’ultima posizione. Si sentiva la necessità di un grande maestro di calcio, un vero conoscitore di uomini, che magari avesse già scritto una pagina di storia del club: quell’uomo c’era e si chiamava Nereo Rocco. “El Paron”, infatti, era stato il primo giocatore della Triestina ad essere convocato in Nazionale e, una volta appesi gli scarpini al chiodo, contemporaneamente portava avanti la macelleria di famiglia e si divertiva ad allenare la squadra locale della Democrazia Cristiana. L’obiettivo principale che gli si richiedeva – anche viste le premesse – era quello di provare a rimanere in Serie A: ne andava dell’orgoglio nazionale.

 

Nereo Rocco, orgoglio locale e nazionale

 

Quasi come fosse un qualche segno del destino, quella annata andò oltre le più rosee aspettative e raccontò una vera e propria impresa sportiva. La tipica fiaba che poteva appartenere solo al novecento, in cui calcio, storia e politica si mischiavano indifferentemente; quella in cui dei ragazzi, tutti nati a Trieste, arrivarono a conquistare il secondo posto finale, dietro solo agli invincibili del Grande Torino. Un undici che venne recitato con la stessa frequenza del Padre Nostro: Striuli: Blason, Zorzin, Sessa, Radio, Trevisan, Giannetti, Rossetti, Ispiro, Tosolini e Begni.

 

La vecchia volpe di Rocco, facendo intravedere il suo enorme talento in panchina, diede vita al celebre “mezzo sistema”, introducendo il libero all’italiana e spostando Mimmo Trevisan come centrocampista arretrato. Il risultato fu una squadra efficace e concreta, che ci mise un po’ ad ingranare, poi, dal girone di ritorno inanellò una serie di risultati assai prestigiosi. Superò, infatti, Milan e Juventus, portando a casa 22 punti in 11 partite e mantenendosi imbattuta tra le mura amiche.

 

Una cavalcata epica che vide una compagine, di fatto retrocessa solo la stagione precedente, riuscire a conquistare un risultato insperato che, tuttora rimane il migliore della Triestina in massima serie. Una marcia trionfale che fu un formidabile antidoto anche dal punto di vista simbolico, come se avesse passato il testimone al miracoloso del Tour de France del 1948 quando Bartali, scattando in faccia alla Francia intera, tenne insieme tutta la Nazione.

 

Gino Bartali sulle Alpi francesi, un altro simbolo di unità nazionale: trionfando il giorno dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, c’è che dice che abbia salvato l’Italia dalla guerra civile

 

CRONISTORIA

 

I caffè triestini insomma hanno avuto un ruolo nevralgico per la città, calamitando letterati da tutta Europa. A quello soprannominato Battisti, poi, va il merito di essere stato il luogo in cui avvenne la fondazione della società biancorossa, che ha appena compiuto 100 anni: è fra quei tavoli che, il 18 dicembre del 1918, si tenne una riunione per prendere la decisione definitiva. Le due squadre dell’epoca infatti, il Trieste Football Club ed il Ponziana, stavano creando dei problemi al comando militare. Si racconta che i giocatori fossero soliti bazzicare la zona intorno alla caserma, cosa evidentemente non gradita ai vertici che convocarono dei loro rappresentanti per spingere alla fusione dei due club. Così nacque l’Unione Sportiva Triestina, che formalmente venne ratificata il mese successivo: fu adottata l’alabarda, storico simbolo della città e che per molti anni occupò il centro della divisa di gioco, e come colori sociali furono scelti il bianco e il rosso.

 

Una volta entrata nell’orbita del sistema calcistico italiano, la società rappresentò una presenza fissa nel massimo campionato fino al 1957, quando subì la prima retrocessione della sua storia. L’anno successivo risalì immediatamente, ma il pareggio con il Padova, proprio di Nereo Rocco, sancì l’ultima stagione nel più prestigioso campionato nazionale. Nel 1960 venne segnato infatti un altro primato, ma sfortunatamente si trattò della prima apparizione in Serie C, che dieci anni più tardi fece il paio con la prima volta fra i dilettanti. I fasti di Rocco e compagni parevano un miraggio ma nel 1974, se pur sempre in serie D, venne scritta un’altra pagina dell’assai densa storia cittadina: ben 20mila tifosi assistettero infatti al derby con il Ponziana, storica rivale, che riaccese l’ardore post bellico.

 

I tifosi della Triestina non hanno mai abbandonato la squadra, consci che il legame culturale, storico e territoriale va ben al di là dei risultati (foto da Il Piccolo)

Archiviato un ventennio anonimo, gli anni ‘80 si aprirono con la vittoria della Coppa Anglo-Italiana, in cui venne battuto il Sutton Fc al termine della lotteria dei rigori. Due stagioni dopo tornò anche la serie cadetta, grazie al mister Adriano Buffoni ed al totem Franco De Falco, autore di 25 reti. La squadra riuscì a combattere spesso per la promozione, che, però, non arrivò mai. In compenso, nel ‘92 si decise di investire sulla passione e la tradizione della società, costruendo un nuovo stadio: il Nereo Rocco, che quest’estate ospiterà alcuni incontri dell’Europeo U21, diede una grande spinta all’ambiente, portando ben 12mila abbonati la stagione successiva.

 

L’effetto benefico, tuttavia, non fu duraturo, e solo due anni dopo arrivò il primo storico fallimento, con il club che si trovò a ricominciare dai dilettanti senza il titolo sportivo. Dopo il grande bagliore di luce del nuovo impianto, i biancorossi caddero nel buio, ritrovando un piccolo spiraglio nella solita serie B solo nel 2002. Da ricordare poi l’epica finale playoff che gli alabardati hanno conquistato ai danni della Lucchese: forti del 2 a 0 casalingo dell’andata, si presentarono a Lucca con 3mila tifosi al seguito e diedero vita ad una partita al cardiopalma. Sul risultato di 3 a 1, i padroni di casa sbagliarono un calcio di rigore, ed ai tempi supplementari venne agguantato il pareggio del 3 a 3, che portò al ritorno in B dopo 12 anni.

 

Uomini, donne, ragazzi: la Triestina è di tutta la città

Il destino, tuttavia, sembrava essersi accanito contro la Triestina, tanto che che nel 2012 cadde nuovamente nell’inferno del fallimento e venne radiata dalla Figc. Si dovette aspettare il 2016 e tre cambi di proprietà, tra cui anche un improbabile sodalizio kosovaro-camerunense, per trovare una degna stabilità economica: la terza rinascita sta passando per le mani di Mario Biasin, imprenditore australiano di origini triestine e già azionista del Melbourne Victory, e quest’anno la squadra ha sfiorato la promozione in Serie B arrendendosi solo ai play-off con il Pisa.

 

L’importante, per chiunque si confronti con questa realtà, è in definitiva non pensare che la Triestina sia solo una squadra. Essa dimostra perfettamente come il calcio sia cultura, società, territorio e quindi rappresentanza: la storia di questa squadra è la storia di Trieste, del ‘900, e l’amore incondizionato e sempre presente dei tifosi evidenzia il ruolo che la società riveste per i cittadini. Dopo un secolo di guerre anche fratricide, di divisioni, di violenza e di ferite ancora aperte, la Triestina non poteva seguire il destino di tante altre società scomparse negli ultimi decenni: dietro aveva una città intera a sostenerla, splendida ma abituata a soffrire, e questo ha fatto tutta la differenza del mondo.