Mark Renton, in quel capolavoro di film che è Trainspotting, affermava: «Non so mica se mi piace tifare una squadra che vince». Ecco se pensiamo oggi a Tobias Jones, noto giornalista ma ancor prima grande tifoso dell’Everton, ce lo immaginiamo così, alle prese con una crisi d’identità se non addirittura con una seduta psicanalitica. D’altronde lo scrittore inglese, interpellato da Avvenire quando già la cura Ancelotti aveva iniziato a dare i suoi frutti migliori, aveva confessato candidamente il proprio sconforto:

va tutto benone, ma sono nervoso: non saprei più chi sono veramente se l’Everton dovesse cominciare a vincere”.

Questo è un po’ lo stato d’animo che Carletto ha suscitato nella frangia storica del tifo, di cui Jones si è fatto portavoce: la sensazione tipica di un appassionato di musica che assiste alla ribalta del gruppo che aveva scovato anni prima in un locale della provincia più profonda, o quella di un assiduo lettore il quale apprende che il libro di quell’autore seguito da anni – anche alle presentazioni nei bocciofili di periferia – è stato candidato ad un premio prestigioso. Ci immaginiamo Jones, quindi, mentre conserva la foto di un Moyes di turno e tenta di mettere nero su bianco tutte le paure che lo attanagliano:

“tifare Everton è sempre stata una tragedia, ma ora che c’è Ancelotti cambia tutto, e cambia anche la stessa natura del tifoso: non sa proprio come comportarsi chi non è abituato ai sogni”.

Ricorda a tratti quello che capitò ai tifosi napoletani ai tempi di Rafa Benitez: ADL, stanco dell’aria da provinciale incarnata anche dalla gestione Mazzarri, decise di puntare su un tecnico di respiro internazionale con una Champions League in bacheca. Dopo decenni di fallimenti e serie minori, il Napoli si sarebbe dovuto riaffacciare con prepotenza ed all’insegna di un “calcio champagne” sul palcoscenico internazionale (un leitmotiv che si è ripetuto qualche stagione successiva proprio con Carlo Ancelotti, sostituto dell’ex bancario in tuta più famoso del calcio italiano).

 

 

Entrambi questi propositi, tuttavia, si sono scontrati con l’atavica “seccia” ben radicata tra i fili d’erba del San Paolo (la sfortuna, per chi non fosse avvezzo al lessico napoletano): stiamo pur sempre parlando dell’unica squadra che non è riuscita a centrare lo scudetto con 91 punti o, come successo sotto la guida del tecnico spagnolo, che ha mancato la qualificazione agli ottavi di Champions avendone totalizzati ben 12.

 

Ancelotti Napoli Getty

L’avventura di Ancelotti a Napoli è stata una delle peggiori di Carlo da allenatore. Alla base del “fallimento” troppe incomprensioni, di campo e non solo (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

 

 

Ma tornando a noi, Ancelotti all’Everton ha trovato una società dalla storia più che centenaria: fondato nel 1878, quando venne battezzato con il nome di St Domingo’s, il club è talmente antico da sorgere ben 10 anni prima della fondazione del campionato nazionale (ecco perché, al di la dei risultati più recenti, l’Everton ha sempre rappresentato un’icona del calcio inglese). Anche il palmares comunque non langue, potendo contare su 9 campionati, 5 coppe di Inghilterra, 9 Charity Shield e una coppa delle coppe – con l’ultima affermazione nazionale, tuttavia, risalente al lontano 1987.

Da qui in poi lento declino che, soprattutto negli anni duemila, l’ha visto soccombere a favore della marea rossa del Liverpool.

Ecco perché, stando ai risultati di questa stagione, pare che le preoccupazioni di Jones possano avere un reale fondamento. Dopo una serie di tre vittorie consecutive, peraltro contro avversari del calibro di Chelsea, Leicester e Arsenal, i Toffees ieri sera hanno superato nella più inglese e tosta delle partite anche un agguerritissimo Sheffield United con il punteggio 0-1. Risultato, secondo posto in classifica ad appena due lunghezze dai cugini in rosso (che però contano una partita in meno).

 

 

Per analizzare al meglio il percorso di Ancelotti bisogna però tornare al 21 dicembre 2019, giorno in cui viene chiamato a sostituire Duncan Ferguson, a sua volta subentrato alla fallimentare gestione di Marco Silva. Il tecnico di Reggiolo, reduce dalla disastrosa campagna di Napoli e dato ormai da molti sul viale del tramonto, ritorna in Inghilterra accettando una panchina – soprattutto per lui – molto particolare: l’Everton si trova infatti a tre punti dalla retrocessione in crisi di gioco, risultati e identità. Insomma, non proprio un ritorno in grande stile per chi oltremanica, l’ultima volta, aveva conquistato uno storico double con il Chelsea.

 

Italians do it better, e il Chelsea ne sa qualcosa: qui Carlo in trionfo nel 2010 (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

D’altra parte, però, la sfida rischia di trasformarsi in una delle più stimolanti e coraggiose della sua carriera da allenatore; anche perché l’obiettivo fissato dall’ambizioso proprietario iraniano Farhad Moshiri prevede una lunga, solida (e dispendiosa) crescita del club: in primis i risultati sul rettangolo da gioco, ma nel frattempo lo sviluppo globale del brand che passa soprattutto dalla costruzione di un nuovo e imponente stadio. Un’opera da 500 milioni sterline, dal carattere molto innovativo, che si propone di riqualificare la zona portuale della città e che forse, per la prima volta, viene pianificata in sinergia con la comunità locale:

tre anni di confronto serrato che portano a consultare ben 43.000 persone, ottenendo un parere positivo del 98 per cento. Non dunque la solita cattedrale nel deserto con i seggiolini multicolore e senza un’identità ma, al contrario, un’opera ben precisa a partire dai materiali (come il mattone e l’acciaio) e dall’ubicazione (il cuore di Liverpool e non la lontana periferia).

Tornando al campo, Ancelotti riesce subito a riprendere in mano la squadra e nel frattempo prova, sperimenta, sia per quanto riguarda i moduli che per i giocatori impiegati: partito con una difesa a tre, chiude con un 4-4-2 abbastanza spregiudicato e impostato su ali prettamente offensive, come Bernard o Walcott. Terminato il periodo di rodaggio, Ancelotti ed il suo staff riescono ad individuare i punti deboli della rosa, colmati grazie all’importante disponibilità economica della proprietà: per questo, durante la sessione estiva di calciomercato, la priorità è il rafforzamento della mediana, assai perforabile e non adatta a sostenere i numerosi giocatori offensivi in rosa.

 

 

Ecco spiegati i ben 47 milioni di euro investiti per l’ingaggio di Allan e Doucoure, pedine fondamentali per gli equilibri tattici e che consentono di virare verso il 4-3-3 (pur avendo l’Everton, in questa stagione, alternato diversi schemi di gioco). D’altronde conosciamo la scuola Ancelotti, non imporre moduli scolpiti nel marmo ma adattarsi invece al materiale a disposizione: ecco perché è necessario mettere nelle condizioni migliori anche l’altro grande acquisto dell’estate, forse il meno strategico ma quello che più riesce ad accendere subito gli animi Toffees: James Rodriguez. Questi, dopo essere stato più o meno vicino a riabbracciarlo al Napoli, torna finalmente dall’unico allenatore in grado di fargli esprimere tutto il proprio talento.

 

Carlo Ancelotti e James Rodriguez: Madrid, Monaco di Baviera e infine Liverpool (Photo by Bradley Collyer – Pool/Getty Images)

 

 

Sulla carta l’undici ideale va quindi delineandosi dal momento che, blindati da un rinnovato centrocampo, il colombiano e dall’altro lato del campo Richarlison sono liberi di sfoggiare tutte le proprie abilità. Ed è qui che si vede in modo chiaro la mano del tecnico, il quale riesce a trovare il terminale offensivo perfetto in grado di capitalizzare le loro giocate.

 

 

Dominic Calvert-Lewin, il calciatore che ormai ha conquistato la copertina della sua squadra, prima dell’arrivo di Ancelotti figura infatti nella lista dei numerosi talenti grezzi sul punto di sbocciare, ma sempre rimasti rigorosamente nell’anonimato (o nelle retrovie, per essere più gentili). Egli rappresenta perfettamente la condizione di molti talenti della rosa dell’Everton degli ultimi anni: un insieme di potenziali campioni, alcuni acquistati a peso d’oro, che non hanno mai trovato il modo di imporsi veramente.

 

 

Per Calvert-Lewin, e per sua stessa ammissione, il discorso è diverso; d’altronde 19 trofei nella bacheca di un allenatore vorranno pur dire qualcosa. Ecco allora che Ancellotti “cambia la vita” sportiva dell’attaccante, il quale a questo punto della stagione ha già totalizzato 11 reti e la chiamata in Nazionale, condita subito con 2 centri in altrettante partite. Non male per un giovane ma non più giovanissimo, classe ’97, che allo scoccare dei 23 anni ancora non aveva mostrato le sue reali potenzialità.

 

Calvert-Lewin scherza con Ancelotti mentre si porta a casa il pallone dopo l’ “Hat trick” realizzato in Carabao Cup contro il West Ham (Photo by Alex Livesey/Getty Images)

 

 

Per descriverlo con le parole di un altro Ancelotti, Davide:

“(Calvert-Lewin) è un giocatore speciale, ha delle doti fantastiche, riesce a fare la differenza in un campionato complicato come la Premier League. Fisicamente è fortissimo, difficile trovarne uno migliore da questo punto di vista. È ad inizio carriera, ma ha tutto per arrivare a grandi livelli. Ha un’abilita speciale che appartiene a tutti i grandi talenti: conosce molto bene il suo corpo. Cristiano Ronaldo, ad esempio, è un giocatore così”.

A chi gli ha chiesto il suo segreto, il 9 ha risposto elogiando Ancelotti: «trasferisce positività, mette tutti a loro agio. Ti aiuta e ti responsabilizza». E in effetti, sarà banale dirlo, ma la star attuale dell’Everton è proprio Carlo, un allenatore capace di segnare un cambio di passo globale nel club: tattico e tecnico certamente, ma anche culturale e umano, come hanno imparato a capire in città. In poco più di un anno Ancelotti ha mostrato ancora una volta le straordinarie peculiarità che lo hanno sempre contraddistinto fuori dal campo come l’intelligenza, la finezza, la semplicità e più di tutto l’empatia.

 

 

L’ultimo episodio in ordine di tempo, con cui ha definitivamente conquistato la metà blu di Liverpool, fa riferimento al lockdown primaverile: il tecnico decide di chiamare personalmente Mark, un poliziotto e supporter dell’Everton colpito prima da una patologia motoria e poi dal coronavirus, presentandosi come “Carlo” e inaugurando una chiamata dai toni tanto semplici quanto anomali. Un gesto che fatto da altri avrebbe anche potuto dare adito a diffidenze o pensieri di ruffianeria, ma che nel caso di Ancelotti restituisce, semplicemente, il Carlo di sempre.

 

 

Inevitabile – complici e anzi protagonisti i risultati – è a questo punto la colonna sonora intonata durante le partite dagli sparuti tifosi presenti sugli spalti. Ad Ancelotti viene rivolto un coro semplice come lui, una sincera lode nei suoi confronti: Carlo fantastico, Carlo Magnifico. Olè olè, Ancelotti.  E chissà, magari tra questi scorgeremo presto anche un convertito Tobias Jones che alla fine, alla stregua di Mark Renton, si è deciso a scegliere la vita.