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Storie
3 Luglio

Cuori neri

Nicola Ventura

14 articoli
Le origini del football americano in Italia e gli intrecci con il neofascismo romano.

La storia del football americano in Italia parte, di fatto, nei primi anni Settanta quando nel 1972 si ha il primo, serio, tentativo di fondare una federazione nazionale: è la FIFA, acronimo di “Federazione Italiana Football Americano”. Il presidente, Bruno Beneck, classe 1915, è un benemerito dei cosiddetti “sport minori”, all’epoca già capo della Federbaseball. Uno dei vicepresidenti è l’avvocato Giuseppe “Peppino” Prisco, celebre tifoso interista, poi popolare al grande pubblico grazie alle numerose comparsate televisive degli anni Ottanta-Novanta.

Per il primo torneo ufficiale FIFA bisogna però aspettare altri cinque anni: è l’agosto del 1977 quando a Marina di Massa si svolge un quadrangolare che vede protagoniste squadre alle quali, per una curiosa idea di Beneck, vengono associati i nomi dei principali quotidiani sportivi italiani. Il “Trofeo della stampa sportiva quotidiana” vede così affiancati i “Diavoli Milano” alla “Gazzetta dello Sport”, i “Lupi Roma” al Corriere dello Sport, i “Tori Torino” a Tuttosport e i “Veltri Bologna” allo Stadio di Bologna.

 
 
Tori e Diavoli si contendono la vittoria del Trofeo della stampa sportiva (Archivio Massimo Foglio)

La trovata di Beneck serve a creare una sorta di sponsorizzazione “de facto”, facilitando la copertura mediatica dell’evento da parte delle testate coinvolte. Nel mese che precede lo svolgimento vero e proprio del torneo, si svolgono i sorteggi per abbinare le quattro squadre ad altrettante formazioni delle basi americane: non si tratterà di atleti della NFL, ma per il livello di conoscenza del gioco da parte del pubblico italiano basta e avanza.

Il sorteggio sancisce che i Veltri vengano rappresentati dagli “All Stars” della base di Napoli, capitanati dal tenente Duggan, i Tori dagli “Aviano Red Machine” del tenente Suggs, i Diavoli dagli “Eagles” di Aviano e i Lupi dai “Darby Rangers” del sergente Valentine. L’idea di Beneck si rivela vincente: ciascun giornale assicurerà infatti la copertura mediatica all’evento, focalizzandosi sulla squadra abbinata. In finale, in quell’antico torneo di oltre quarant’anni fa, i “Tori Torino” supereranno per 13 a 8 i “Diavoli”, aggiudicandosi così il primo campionato italiano di football americano davanti a 14 mila spettatori.

Nel settembre 1978 Marcello Loprencipe, studente romano appassionato della palla ovale, scrive a Beneck chiedendogli aiuto per la formazione di una squadra di football americano nella capitale: è praticamente l’atto di fondazione dei “Gladiatori Roma”. Ben presto si crea un nucleo di un centinaio di giocatori che dà la possibilità di formare squadre con atleti esclusivamente italiani. Danno una mano anche gli americani attraverso la NFL grazie alla quale arrivano le divise poi indossate dalle nuove formazioni. I “Tori”, per esempio, vestiranno il gialloblù dei “Los Angeles Rams” ed è in questa livrea che si distingue a fine anni Settanta un ragazzone di nome Nazareno De Angelis.

I Gladiatori Roma nel 1980 (Sito Ufficiale dei Gladiatori)

“Nanni”, come lo chiamano tutti, è di idee dichiaratamente fasciste dopo la “conversione” per opera del giovanissimo figlio di un falegname agli albori dell’adolescenza. È anche uno scout, come tutti i suoi fratelli, compreso Marcello, più riflessivo e “politico” al contrario di Nazareno che invece è una forza della natura. Nel 1976 il diciottenne Nanni fonda, insieme a Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Walter Spedicato, “Lotta studentesca”, un movimento di giovanissimi sostenitori di un impossibile terzaforzismo tra rossi e neri. Nanni gioca a rugby da tempo e in quel periodo i suoi migliori amici sono proprio i compagni, o meglio camerati, di battaglie sportive e politiche, in primis Massimo Taddeini e Luigi Ciavardini.

Il passaggio da “Lotta studentesca” a “Terza posizione” è presto fatto: le idee sono sempre quelle originarie, la ricerca di una di “terza via”, come dice bene il nome del gruppo, tra fascisti e compagni con in più una organizzazione di tipo militare che stupisce e per certi versi atterrisce i compagni ortodossi. Per esempio l’organizzazione in “cuib”, sulla falsariga delle cellule paramilitari del fascista rumeno Codreanu, rappresenta un punto di forza capace di mobilitare in poco tempo, e soprattutto controllare, una massa di ragazzi in azioni di volantinaggio o propaganda.

Un giovanissimo Luigi Ciavardini in manette

In particolare Nanni sembra essere un leader nato: lo chiamano “piccolo Attila”, per via della struttura fisica, la determinazione, la capacità di comando. Non è un caso che sia a capo di una squadra di militanti, i cosiddetti “Brutti”, nella quale la passione politica si mischia alla pratica sportiva: sono tutti ragazzi forgiati dal rugby e, in seguito, proprio dal football americano.

Nanni e i suoi amici, infatti, faranno parte proprio dei “Tori Torino” che vinceranno il primo torneo della neonata lega di football americano capeggiata dal già citato Beneck. Tra di loro, anche Alessandro Alibrandi, figlio del giudice Antonio, e soprattutto fascista di punta, già compagno di scuola di Valerio Fioravanti e Franco Anselmi, e poi parte attivissima dei NAR, i cosiddetti “Nuclei armati rivoluzionari”, gli spontaneisti di estrema destra che tanti lutti faranno tra la fine dei Settanta e i primi anni Ottanta.

I primi timidi esordi del football americano in Italia autorizzano quindi qualche sogno di gloria.

L’idea di Beneck, quella di organizzare un torneo nei mesi estivi, si rivela vincente e ottiene buoni riscontri in termini di interesse da parte del pubblico. A mancare sono soprattutto i fondi, ma ci pensano gli amici americani di Beneck che, nelle sembianze dei “Green Bay Packers”, una delle squadre americane più in voga, regalano alla neonata “LIF” – la Lega Italiana Football che nel frattempo ha sostituito la FIFA – un vero campo di football in quel di Castel Giorgio, provincia di Terni. La strada è ormai segnata: siamo già nel 1980 ed è in quell’anno che si disputa un interessante torneo tra “Lupi Roma”, “Diavoli Milano”, Gladiatori Roma” e soprattutto “Tori Torino”, la squadra di De Angelis.

Giusva Fioravanti, esponente dei NAR, dietro le sbarre

Nel frattempo, la politica non aspetta. Sono anni intensi quelli che chiudono i Settanta e aprono gli Ottanta. Il 7 gennaio del 1978 un gruppo di “compagni” si rende responsabile dell’abbattimento, a colpi di mitraglietta Skorpion, di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, due giovanissimi militanti del Fronte della Gioventù che si apprestavano a uscire per un volantinaggio dalla sede missina del Tuscolano: è la strage di Acca Larentia che conoscerà il suo culmine con l’uccisione di un terzo ragazzo, Stefano Recchioni, per mano di un capitano dei carabinieri nel momento più acceso della protesta dei giovani fascisti.

Acca Larentia rappresenterà il punto di non ritorno per i giovani collocati alla destra del Movimento sociale italiano, ma anche un pretesto per prendere le armi contro coetanei distanti anni luce sotto il profilo politico-ideologico e “camerati” che si erano resi responsabili di delazioni e “infamità”. Una violenza nichilistica, quella del gruppo Fioravanti, che conoscerà il suo tragico epilogo con la strana morte di Giorgio Vale, il “mulatto” dei Nar, a seguito di una irruzione Digos nel minuscolo appartamento del “Drake” in via Decio Mure, zona Quadraro.

Nanni De Angelis è fuori da tutto questo.

Certo, frequenta e conosce ogni singolo personaggio di Terza Posizione: alcuni del suo gruppo, tra cui proprio Vale, verranno fagocitati dallo “spontaneismo armato” dei Nar, ma il “piccolo Attila” è uno di quelli che ha ben chiaro il confine tra una militanza attiva, anche dura, e terrorismo. In lui albergano delle premonizioni su una vita che sarebbe stata molto breve. Poco tempo prima dei fatti che stiamo per raccontare, gli muore l’amatissimo cane. Rende addirittura nota agli amici la volontà di essere cremato.

L’ingresso della sezione missina di Acca Larentia

Nell’autunno del 1978, De Angelis viene ferito da una lama di un autonomo in piazza Annibaliano. Un “incidente” serio: il coltello tocca la pleura. Quando nel febbraio del 1980 verrà ammazzato l’autonomo Valerio Verbano, al rientro da scuola, in casa propria, davanti ai genitori imbavagliati, in molti penseranno a una vendetta dei fascisti per la coltellata inferta a Nanni.

Dopo un breve colloquio telefonico col padre di Verbano, De Angelis si presenterà, da solo, a casa di Valerio per chiarire la propria posizione: Sardo Verbano gli crederà e lo scorterà tra due ali di autonomi attoniti consentendogli di prendere un taxi e tornare a casa sano e salvo. Il 2 agosto 1980 esplode la bomba alla stazione di Bologna. De Angelis sta giocando una partita di football coi suoi “Tori”: un’ottima prestazione, condita da vittoria.

A immortalarlo ci sono le telecamere della Rai, ma per qualcuno non basta.

Nella caotica ondata di arresti che colpisce il mondo giovanile neofascista, alla destra del Msi, viene spiccato un mandato di cattura anche per un leader di Terza Posizione come Nanni: non c’entra nulla, ma preferisce darsi alla latitanza come molti altri. A essergli fatale, l’amicizia con Luigi Ciavardini già parte attiva dei Nar e responsabile, assieme a Valerio Fioravanti, dell’omicidio di Francesco “Serpico” Evangelista, una leggenda della polizia capitolina.

Le forze dell’ordine arrestano De Angelis mentre è in compagnia proprio di Ciavardini: la latitanza costa e i due hanno bisogno di agganci e sostegno. Vengono presi in piazza Barberini, pestati, in particolar modo Nanni, e portati in caserma. Un testimone scriverà in forma anonima alla madre di De Angelis descrivendo un vero e proprio pestaggio: «Mi perdoni se non ho il coraggio di dirle il mio nome, signora», si scuserà l’estensore della lettera, «ma sono tempi difficili e io ho paura».

Nanni De Angelis: una delle tante vite spezzate negli anni di piombo

I poliziotti sottopongono De Angelis e Ciavardini alla cosiddetta “galleria”, cioè ripetuti passaggi tra due ali di uomini conditi da scariche di colpi. «Hai ucciso il migliore di noi», urlano gli agenti verso De Angelis, riferendosi all’omicidio di “Serpico”, ma Nanni non ha nulla a che vedere con quella azione rivendicata dai Nar a cui ha invece partecipato proprio il suo amico Ciavardini: un drammatico scambio di persona che obbliga Luigi a dire che è lui, proprio lui, quello che stanno cercando. Non lo ascoltano.

Quando Nanni finisce in barella, un giornalista ha modo di constatare lo stato del ragazzo: probabilmente colpito al capo, già non vede più chi lo circonda. Nanni avrebbe bisogno di cure urgenti, ma il ricovero in ospedale viene sostituito da una cella di Rebibbia. Lo sbattono di nuovo dentro e poche ore dopo, quando aprono la cella per il pasto serale, lo trovano morto. Impiccato.

Il sospetto nemmeno tanto velato è che Nanni abbia perso la vita in cella per le ferite riportate nel pestaggio e poi sia stato impiccato in un secondo momento, per simulare un suicidio. Ipotesi orribile, sospetti mai provati come sempre succede quando si finisce in una “istituzione totale”: le interrogazioni parlamentari del Msi, partito spesso tacciato di pavidità da molti giovani di destra, non servono a nulla. Ancora nel 1986 uomini dello Stato busseranno alla porta della signora Rosanna, la madre di Nanni, con in mano un mandato di cattura per il figlio:

«L’avete già preso» – sarà la risposta della donna – «e me l’avete ammazzato».

Un anno più tardi, avverrà il trafugamento della salma del “piccolo Attila” e il suo corpo verrà bruciato su una pira, in un bosco del Gran Sasso, «con tutti gli onori come da lui più volte richiesto a voce a tutti i suoi cari». Alla madre verrà recapitata una parte delle ceneri. Le altre verranno sparse nelle montagne che hanno visto nascere il “Piccolo Attila”, militante politico e pioniere del football americano in Italia.

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