Sinistro, destro, sinistro. Una serie, centro serie, mille serie. La vita dei pugili si misura in colpi, una catena di movimenti che diventano infiniti, si ripetono come una nenia lontana di cui chi combatte non può fare a meno. Tyson Fury, il 28enne pugile nato a Manchester, sembra aver perso di vista la ritualità del pugilato. Comparso sulle pagine patinate di Rolling Stone il boxeur inglese, di origine gitana e irlandese, è sembrato un uomo alle corde: «I medici mi hanno diagnosticato una forma di bipolarismo. Sono maniaco depressivo. Se non fossi cristiano e potessi togliermi la vita, lo farei subito. Posso solo sperare che qualcuno mi uccida prima che sia io ad uccidere me stesso». La sua vita in ginocchio in un anno. Lo scorso novembre, esattamente il 28, detronizzava, dopo 11 anni, il campione del mondo Wladimir Klitschko. Nella cornice tedesca di Düsseldorf la corona cambiava padrone, le cinture WBA, WBO, IBO ed IBF finivano tra le mani di questo atleta devoto a Gesù Cristo, alto 206 cm. e capace di trascinare 117 chili di massa corporea.

 

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Tyson Fury, a destra, in azione contro Wladimir Klitschko nel 2015.

 

Un uomo al limite, Tyson Fury. Perso tra le sue dipendenze, che lo condurranno ad una lunga squalifica, «mi sono fatto tantissima cocaina. Veramente tanta. Perché non dovrei farmi di coca? La vita è mia“, e la sua fede inscalfibile nell’Altissimo. In un’intervista, strappata dalla Bbc mentre si trovava al volante di un improbabile furgoncino, ha ribadito la sua cristianità incrollabile, canzonando il giornalista. «Giovanni 3:16. Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha sacrificato il suo unigenito Figlio, affinché ognuno che crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna». Vite che cercano la redenzione, ma capaci solo di perdersi. Sul suo canale di Twitter, il 1 ottobre, ha postato una foto che lo ritrae nei panni di Tony Montana, il protagonista dell’assoluto capolavoro di Brian De Palma, Scarface. Un inno all’autodistruzione, in forte contrapposizione con la religiosità.

“Proprio quando sono arrivato al successo, che avevo sempre desiderato, lì è iniziato il casino e ora purtroppo è così: odio la boxe”.

Tyson, che deve il suo nome a Mike Tyson, sembra uscito dal film The Snatch – anche per il suo passato vicino all’ambiente del Bare Knuckle, il pugilato a mani nude – a metà strada tra il protagonista, lo zingaro Michey O’Neil, interpretato da Brad Pitt, e il lussureggiante brano degli Oasis, Cigarettes & Alcohol. Un istrione, un cabarettista con i guantoni che si è presentato vestito da Batman alla conferenza stampa che precedeva l’incontro con Klitschko. Inscenando la cattura di Joker e dichiarando al mondo intero che il prossimo nemico da sconfiggere sarebbe stato Dr. Steelhammer. Ma per contro è lui ad essere l’antieroe di uno sport sempre più sul viale del tramonto, travolto dal MMA, da combattimenti al chiuso di un gabbia e la brama di sangue degli spettatori. Rozzo, inadatto per le mezze misure, si ritrova come Andre Agassi pronto solo ad odiare tutto quello che lo ha portato in cima. «Quando ero piccolo ero innamorato del pugilato. Era la mia vita. Ma proprio quando sono arrivato al successo, che avevo sempre desiderato, lì è iniziato il casino e ora purtroppo è così: odio la boxe». Lontano ormai da mesi dalla palestra, la domanda che tutti si pongono è quella: riuscirà a scacciare i demoni che lo inseguono? Ce la farà a togliersi nuovamente l’accappatoio e tornare ad incrociare i guanti con gli avversari?

“Sono maniaco depressivo. Se non fossi cristiano e potessi togliermi la vita, lo farei subito. Posso solo sperare che qualcuno mi uccida prima che sia io ad uccidere me stesso”.

Caduto dalla cima è finito nel mirino di chicchessia. In molti hanno ricordato le sue dichiarazioni contro omosessualità, aborto e pedofilia. «Quando dico che la pedofilia potrebbe diventare legale, sembra folle. Ma se negli anni Cinquanta ti avessi detto che l’omosessualità e l’aborto sarebbero stati legalizzati, mi avrebbero considerato tutti come un pazzo». Affermazioni più che controverse, certo, ma che fanno comunque parte del personaggio, con le sue qualità e i suoi immancabili difetti. Il grande pugile Ken Norton dichiarò, in tempi non sospetti, che «la boxe è un grande sport e uno sporco affare», per questo motivo abbiamo bisogno ancora della disorientante pazzia di Fury sul quadrato, nel quale ha rappresentato la più ruvida e combattiva essenza.