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3 Ottobre

Franco Scoglio, morirò parlando del Genoa

Il 3 ottobre del 2005 ci lasciava un educatore nel calcio.

“Il mare non ha Paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole”. La vastità dell’azzurro davanti ai nostri occhi. L’eterno ritorno delle onde. Il luogo dove ogni giorno la stella più luminosa emerge e si tuffa. In una parola: mare. Giovanni Verga, verista e catanese, descriveva così le acque di Aci Trezza tra le pagine de I Malavoglia. Una Sicilia millenaria, capace di raccontare la magia delle terra emersa che si spegne in riva ai sogni.

 

 

Un altro siculo ha delineato invece tracce infinite all’interno del mondo pallonaro. Parliamo dell’uomo venuto da Canneto, frazione dell’isola di Lipari, che risponde al nome di Franco Scoglio. Poeta, anzi no verticalizzatore. Aforista capace di dipingere l’essenziale in poche righe, in quelle parole che restano appiccicate all’udito per lungo tempo.

“Il mio calcio è fatto così: 47 per cento di tecnica, 30 per cento di condizione fisica, 23 per cento di psicologia”.

Esatto come i numeri, il Professore. Reputava questo soprannome alquanto “snob”, preferiva essere apostrofato come maestro. Quella figura che conserviamo nel cassetto del ricordo. Quella figura che riporta agli anni spensierati e felici tra i banchi di scuola. Quella figura paternale e protettiva del maestro elementare. Semplice? Tutt’altro. Chi lo ha conosciuto sapeva della sua attitudine a non farsi andare bene nulla; dell’ammirazione per Il colonnello Valeri Lobanovsky – sul finire degli anni ’80 volò in Unione Sovietica, con Marcello Lippi, per un tirocinio all’ombra dell’Armata Rossa – e del rispetto per i progetti. Credeva in quello che faceva e stimava chi si comportava come lui. Ad esempio Zdenek Zeman. Litigarono i due, talenti non conformi, ma galantuomini dalla stretta di mano decisa e bavero rialzato nel freddo dell’inverno.

 

 

Laureato. Insegnante. Educatore. Trovò la sua dimensione nel 1984 a Messina, dopo aver girovagato, in lungo ed in largo, per l’isola più grande del Mediterraneo e per la Calabria. Legato a Salvatore “Totò” Schillaci e a quei “bastardi” decisivi per condurre il lato giallorosso dello Stretto in serie B dopo diciott’anni. Nel 1988 venne chiamato da Aldo Spinelli al rilancio delle ambizioni della piazza rossoblu di Genova. Un disperato amore, palingenesi umana sfociata in quel sibillino “morirò parlando del Genoa” che lo condurrà ad esalare gli ultimi respiri colloquiando, animatamente, con il presidente Enrico Preziosi in un salotto televisivo.

 

GENOA, ITALY - OCTOBER 18: A banner is shown in memory of Franco Scoglio manager of Genoa CFC during the Serie A match between Genoa CFC and AC Chievo Verona at Stadio Luigi Ferraris on October 18, 2015 in Genoa, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)
A dieci anni dalla scomparsa del Maestro, la Nord non dimentica un amore sincero (Genoa vs Chievo Verona, 2015)

 

 

Il legame indissolubile con la tifoseria lo porterà a La Superba per tre volte dal 1988 al 1990, dal 1993 al 1995 e dal 2001 al 2002. Partentesi spezzate solo sugli almanacchi, perché la passione di Scoglio per la tifoseria della nord rimarrà per sempre manifesto di un allenatore, pardon educatore, che ha saputo diventare il Genoa a sua volta.

 

Come in quel derby, disputato il 2 aprile 2001, quando davanti alla gradinata rossoblu rese la Sampdoria spettatrice non pagante. Mutarelli e Stroppa i giustizieri, mentre il Professore, a fine gara, si concedeva all’abbraccio platonico della sua gente. La stracittadina è vita – basta assaporarla sui gradoni per capire quanto di magico ci sia sotto la Lanterna in quei 90 minuti – quando il cuore diventa gonfio ed il pressing tutto.

“Le caratteristiche che devono avere i miei giocatori? Senz’altro necessitano di attributi tripallici. Quelli che hanno tre palle fanno il pressing. Quelli che ne hanno due giocano al calcio. Quelli che ne hanno una fanno le partite tra scapoli ed ammogliati”.

Un entità marina che trovava la pace nelle tempeste, lontano dalla bonaccia. Uomo di sinistra, solido nelle convinzioni attirato dalle sirene di Juventus e Napoli, sul finire degli anni ’80, per poi perdersi tra Bologna, Udinese, Lucchese e Pescara. Calcio innovatore il suo, fatto di un centrocampo a rombo con trequartista il leggendario Perdomo, divenuto celebre grazie alla parole dell’allenatore doriano Vujadin Boskov. «Se io sciolgo il mio cane, lui gioca meglio di Perdomo». Per poi rettificare. «Io non dire che Perdomo giocare come mio cane. Io dire che lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa con mio cane». Opposti estremismi, mai così vicini come tra i carruggi genovesi.

 

 

Tecnico populista perché uomo del popolo, insulto che le mirabolanti lingue del patinato gli rifilarono. Eppure mito nell’immaginario di quel Controcalcio decantato dai torinesi Statuto.

“Non ci gioco più, non mi piace più/E non fa per noi, non somiglia a noi/Questo calcio degli affari, dirigenti ed impresari”,

in quel testo scritto di getto dall’irriverente penna di Enrico Ruggeri, mente libera tra le catene della musica. Davide Scappini, ex amministratore del Genoa, disse che per Scoglio il calcio era “una scienza esatta”, fatta di uomini che diventano ingranaggi di un meccanismo perfetto. «Bellopede non deve passare la palla a Orati. Bellopede deve mettere la palla in una zona del campo dove ci deve essere Orati. Badate che non è la stessa cosa». Essenza di un pesante, “pesantissimo” didatta del rettangolo verde.

 

 

Dialettica scogliana, eloquenza siciliana

 

 

Chissà se l’Italia del pallone lo ha apprezzato in pieno. Chissà se davvero c’era tutto Franco Scoglio nelle sue parole. Chissà. Quel calcio che trova spunti nella pallacanestro o nella palla ovale del rugby. “La zona sporca è un accorgimento contro i buchi che può creare la zona pura. Il fuorigioco non è automatico quando lo sporco sta dietro. Diventa obbligatorio quando lo sporco scala in avanti al posto di uno dei quattro difensori in linea”. Può voler dire tutto, può voler dire niente. Certezze contro l’idolatria. Rivista Undici, nel decennale della scomparsa del siciliano – morte avvenuta il 3 ottobre 2005 – scrisse che Scoglio era stato rovinato da un calcio “con più soldi e troppi sponsor, più interessi e meno campo. Non era fatto per lui, almeno non da protagonista”.

 

 

Per questo scelse l’Africa. Tunisia prima, Libia poi e la Guinea all’orizzonte. Aveva bisogno di vedere gli zaini che diventano porte, quattro pietre che diventano un rettangolo, il sogno che diventa padrone della fantasia. Perché il calcio è ovunque, ma non tra i miliardi e neanche tra i cinesi della porta accanto che fanno incetta di campioni. Rivolta contro il mondo moderno. “Il parere della maggioranza non può essere che l’espressione dell’incompetenza, sia che derivi dalla mancanza di intelligenza o dall’ignoranza pura e semplice”. Anche René Guénon scelse le sponde a sud del Mediterraneo per esprime in pieno la sua dialettica. Così fece Scoglio, esiliatosi per non diventare pastore del gregge.

“Tutte le mattine devo alzarmi odiando qualcuno”.

 


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