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Calcio
5 Gennaio

Un pressing per sovvertire le gerarchie


I più grandi allenatori del calcio europeo sono tutti in un momento di svolta della propria carriera. Chi è in crisi, chi è profondamente cambiato e chi forse si è solo arreso.

«Un uomo che ha delle idee nuove è un pazzo finché le sue idee non trionfano». Il bivio è arrivato e non c’è più possibilità di voltarsi per guardare soltanto all’indietro, senza voler abbracciare la novità. I grandi allenatori che hanno monopolizzato il calcio europeo negli ultimi dieci anni stanno tutti vivendo esperienze diverse, chi perché al capolinea, chi perché in prossimità di nuove esperienze, chi perché è semplicemente cambiato. Mourinho dal 2010 in poi sembra aver smarrito una parte di sé che lo rendeva davvero lo special one: nonostante qualche campionato o coppa conquistata, è scivolato via quel carisma degno del condottiero di ogni rivoluzione che si rispetti; quelle del noi contro tutti. Nel decennio in cui ogni giovane ambizioso senza un passato da calciatore ha intrapreso la carriera di allenatore, tanti piccoli Mourinho hanno trasformato il linguaggio una volta fisico e del campo in quello verbale. Una rivoluzione al contrario. Chiunque si sia presentato con le seguenti caratteristiche si è poi affermato come successore spirituale dell’allenatore lusitano: sfrontatezza, abilità oratoria, provocazione, ambizione. In tutte queste figure ciò che era contro il potere diventa una sottocultura ben radicata, quasi una moda, con un seguito sempre più grande. Essa è costituita da uomini che non riescono poi ad esprimere questo proprio linguaggio sul campo, ma sempre e solo a parole, meglio se davanti alle telecamere. Insomma, non tutti hanno vinto già due Champions League e Campionati nazionali in giro per l’Europa.

“Io fui destinatario di questa comunicazione, e fui anche subito in grado di decifrarla: quel linguaggio privo di lessico, di grammatica e di sintassi, poteva essere appreso immediatamente, anche perché, semiologicamente parlando, altro non era che una forma di quel “linguaggio della presenza fisica”. Il ciclo si è compiuto. La sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura all’opposizione e l’ha fatta propria: con diabolica abilità ne ha fatto pazientemente una moda”

 

Così Pasolini parlava dei capelloni, categoria apparentemente ribelle ma in realtà soltanto superficialmente provocatoria, proprio come i figli dell’estetismo dello Special OneUna volta Mourinho era un genio, prima che un provocatore. Oggi la distinzione è decaduta, lasciando un chiaro quesito in sospeso: nella figura dell’allenatore moderno, cosa rappresenta la provocazione e cosa la rivoluzione? Da qui ne sorge subito un altro: il guardiolismo non è forse anch’esso una sottocultura? Certo, infatti ha acquisito proseliti in tutto il mondo, dove allenatori di diversa provenienza ed estrazione sociale hanno deciso idealmente di “corrompersi” ed accettare una modernità cosmopolita e apparentemente privilegiata. Eppure Guardiola – al di là delle recenti dichiarazioni apocalittiche su cui torneremo – sembra ancora avere diverse cartucce da sparare. Mourinho invece accusa sempre di più il passare degli anni e soprattutto è vittima non tanto di sé stesso, come molti cercano di far intendere, ma di un processo scatenato però inconsciamente da lui stesso. Il portoghese per consacrarsi necessita di essere sempre unicità al servizio di chi non fa parte del potere, facendo valere il proprio valore in battaglia, arrancando e dimostrando per prima cosa a sé stesso e ai suoi giocatori di potercela fare. Questo anticonformismo si è a poco a poco diffuso e, dopo una attenta banalizzazione mediatica (“Mourinho è un motivatore”), si è definitivamente trasformato in conformismo dell’anticonformismo, facendo di Mourinho l’ombra di sé stesso. Josè sembra il leader di un partito di lotta arrivato al governo, scavalcato all’opposizione da altri, più giovani, che hanno urlato più di lui. Acquisendo un tono istituzionale è entrato in balìa dei procuratori più potenti, dei moduli di gioco più alla moda (il 4231 invece che il suo 433) e dei top player che devono assolutamente giocare perché pesati – e comprati – a peso d’oro. L’unico rifugio a questo punta sembra esser diventata la solitudine; stare fermi nel tunnel e leggersi il programma dello stadio, come fa un qualsiasi signore anziano. Senza dimenticare il nuovo occhiale da lettura comprato alle casse della libreria davanti casa. “La mia vita a Manchester è un disastro mentre a Londra ho la famiglia e gli amici. Qui vivo in hotel, i paparazzi mi aspettano a ogni ora. E non so cucinare. Per me però è un po’ un disastro, ogni tanto vorrei anche farmi una camminata ma non posso. Vorrei solo attraversare il ponte e andare al ristorante, ma non si può. Così va davvero male. Per fortuna ho le app e posso chiedere da mangiare a domicilio. A volte lo faccio.”

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Lo Special One assapora i ritmi della pensione

Attraversiamo idealmente quel ponte per fermarci invece sull’altra sponda di Manchester, e vediamo come se la passa Pep Guardiola, l’eterno duellante di Josè.

“ Un grande triangolo acuto diviso in sezioni disuguali, che si restringono verso l’alto, rappresenta in modo schematico, ma preciso, la vita spirituale. Al vertice sta qualche volta solo un uomo. Il suo sguardo è sereno come la sua immensa tristezza. E quelli che gli sono più vicini non lo capiscono. Irritati, lo definiscono un truffatore o un pazzo. Così disprezzarono Beethoven, che visse da solo, al vertice. In ogni sezione del triangolo si possono trovare degli artisti. tra loro, chi sa guardare al di là della sua sezione è un profeta e aiuta a muovere il carro inerte”.

Queste le parole di Kandinskij, artista che dopo il periodo di vita trascorso in Russia, cambiò radicalmente stile sostituendo quel suo astrattismo espressionistico con una ricerca di forme più regolari, un Costruttivismo artistico, rivoluzionario in una realtà in cui industrie, macchinari, materiali, si affrettano a definirsi secondo una nuova estetica. Non è affatto difficile ritrovare il medesimo cambiamento di approccio nel primo Manchester City dell’allenatore catalano. Guardiola infatti ha abbandonato l’imperante e anche eccessivo filosofeggiare che tanto misticismo aveva creato intorno al suo Bayern Monaco, che però non gli aveva permesso però di raggiungere (in pieno) i risultati sperati. Questo capitolo inglese è una pagina completamente nuova, eppure nelle sue parole c’è già il sentimento di una fine sempre più vicina, seppur sportiva, come di chi ha ormai completato la propria parabola ascendente e ha paura di tornare giù tra i comuni mortali. Lasciare sì, ma senza aspettare di essere dimenticato. «Sono vicino alla fine della mia carriera da allenatore. Non resterò in panchina fino a 60 o 65 anni». Guardiola è libero di scegliere il suo stile a patto che questa libertà nasca solo ed esclusivamente dalla propria necessità e soprattutto dal dovere che ha sia nei confronti della forma d’arte in sé, sia verso i propri successi personali. E’ come una croce, quella sulle spalle di tutti gli artisti che esprimendo loro stessi sanno di vivere con un compito ben preciso. Kandinskij specifica per l’esattezza una responsabilità su tutte: far rendere al massimo i talenti che gli sono stati affidati. Dunque far sbocciare tutto il talento della rosa, comprato a suon di milioni ma mai veramente fiorito fino ad ora. L’artista però non solo è autorizzato ad usare le forme che gli servono, ma è addirittura obbligato. Proprio così Guardiola è sopravvissuto alle prime difficoltà e, se da un lato sembra non avere problemi così evidenti di rendimento, o vecchiaia, dall’altro risulta palese come stia girovagando per il vecchio continente con la speranza di ritrovare in altre squadre il suo primo, vero e unico amore: il Barcellona di Messi. Ed è proprio quest’ultimo che, come una ex che incroci in strada tradendo un finto sorriso, lo castiga nei momenti decisivi della stagione, che siano la semifinale di Champions o la prima grande prova europea del nuovo Manchester City. Ora alterna una sconfitta inaspettata ad una vittoria tutta di cuore, facendo avanti e indietro di fronte alla sua gelida panchina con gli occhi bassi verso il terreno. Quasi ad avere il controllo su ogni piccolo movimento che, passo dopo passo, dà forma al suo percorso mai così imprevedibile (in negativo) come oggi.

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Sguardo basso e Converse ai piedi, un uomo vicino alla fine

Inoltre, volendo uscire dall’eterno dualismo, come non citare il nostro Carlo Ancelotti: fresco di successo per la decima, si è perso tra una mancata rinnovata fiducia di Florentino Perez, un fugace rifiuto al Milan e una sicura e comoda poltrona al Bayern Monaco (con il quale è in testa alla Bundesliga sì, ma faticando, e soprattutto: dov’è la novità?). 
E’ novità certo il Cholismo, ma ormai usurata è la sua rosa di fedelissimi – usciti sconfitti da due finali di Champions League – e lo stesso Simeone sembra già pronto per nuove sfide, in un futuro più vicino di quanto si pensi. Negli orizzonti del calcio europeo si fanno perciò largo nuove personalità e nuovi connubi pronti a stravolgere le gerarchie e riportare in alto società che giacciono nell’eterno limbo del progetto a lunga scadenza, senza però mai ottenere successi in patria.
 Sono Jorge Sampaoli, Mauricio Pochettino e Jürgen Klopp: tre allenatori che hanno in comune il destino di ritrovarsi nel posto giusto al momento giusto, con nuovi medesimi principi, ma differenti e personali applicazioni di uno stesso unico credo: pressing ad ogni costo.

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