Più che un Gran Premio è stata una lotteria. Primo estratto sulla ruota di Brno il numero 33: non Max Verstappen ma Brad Binder, che con l’olandese condivide una buona dose di incoscienza motoristica oltre che i due tori che si scornano sulla livrea. Binder, 25 anni, primo sudafricano a trionfare in MotoGP su una sorprendere KTM. Primo podio per Franco Morbidelli, secondo, davanti alla Ducati Avintia del poleman Johann Zarco. Non c’è ancora Marc Marquez (ma in pochi se ne sono accorti), mentre Andrea Dovizioso sembra vivere lo stesso incubo di Sebastian Vettel.

Ma a far notizia è ancora Valentino Rossi, raggiante ai piedi del podio.

Il Dottore si gode l’exploit di Morbidelli (allevato e cresciuto nell’ovile della VR46 Academy), conferma i progressi di Jerez e aggiunge un altro tassello nella risalita verso la competitività: la ritrovata efficacia in frenata.

 

 

A Brno il Dottore dava la caccia al podio numero 200 in classe regina. Lo ha soltanto accarezzato rimandando l’appuntamento al GP d’Austria. I numeri di Vale sono l’occasione per buttare un occhio al passato: il primo podio in 500 è datato 30 aprile 2000. Quel giorno Fabio Quartararo aveva un anno e dieci giorni.

 

 

Se a Jerez, nel secondo gran premio della stagione, il 46 aveva inscenato una difesa degna dell’Italia versione ’82, tra i curvoni di Brno ha rispolverato la guida aggressiva del campione che fu. Il momento topico a cinque giri dalla fine, quando infila il leader del mondiale Quartararo. Duello generazionale. Nessuna sublimazione dal passato, ma un bel tuffo nella memoria. Significativa anche la sfida interna stravinta con il compagno di team Maverick Viñales (dodicesimo), che ha ricevuto l’endorsement di Yamaha per i gradi di capitan futuro.

 

Lo sguardo stanco del Dottore

 

Peccato che fino al sorpasso su Quartararo, Vale avesse sgomitato come al solito nel pantano dell’anonimato, complice una qualifica disastrosa (decimo) e una partenza non proprio esplosiva. Anche nel finale di gara, dopo una buona rimonta fino ai piedi del podio, la M1 del pesarese non ha tenuto il passo della Suzuki di Rins e della Ducati di Zarco, in lotta per il terzo posto.

 

 

Rossi ha giudicato la gara in Repubblica Ceca migliore di quella di Jerez. A livello di passo e tempi, difficile dargli torto. Merito soprattutto di un set up più adatto alla sua guida. L’appello a Iwata di due settimane fa ha dato i suoi frutti.

 

 

Jerez è stata una svolta. In Spagna il Dottore ha trovato le risposte che cercava. L’inverno e la pandemia avevano minato le poche certezze: prima il divorzio dal team ufficiale di Yamaha, poi il continuo slittamento della stagione. Presagi di una carriera ad un passo dall’epilogo. A complicare il tutto era arrivata anche la prova disastrosa nel gp d’esordio. Rincorrere a centro gruppo, lontano dalle posizioni che contano, è stato uno schiaffo che ha risvegliato il suo spirito leonino.

“Ammetto che a un certo punto mi chiedevo se non fosse il momento di smettere perché stavo perdendo il piacere di guidare. E alla mia età…”, si è lasciato scappare il Dottore. Quel decimo posto sudato prima dell’amaro ritiro era “troppo brutto per essere vero, anche se sono vecchio…”.

Vale in sella alla moto fa sempre il suo effetto

 

 

A Jerez è tornato a divertirsi (“Non succedeva da tempo”). Se è vero che una mano era arrivata dagli ingegneri, un’altra (anzi due) l’aveva data la sorte, escludendo dai giochi prima Bagnaia (che lo precedeva) e poi Morbidelli (che lo braccava). Due talenti cresciuti nella VR46 Academy sulla scia dello “zio Vale”. Altri segnali di un nuovo che avanza. Ma nulla aveva potuto delegittimare la gara di Valentino.

 

 

A Brno il nove volte iridato ha riscoperto il brivido delle sfide corpo a corpo. Nomi di secondo piano se paragonati ai Biaggi, Gibernau, Capirossi, Melandri, Stoner o Lorenzo. Ma ammettiamolo, il 46 che ritarda le staccate è ancora estasi motoristica.

 

 

Si è divertito anche stavolta, nonostante un quinto posto che in passato avrebbe significato un mezzo fallimento:

“Dopo il cambiamento di set up dell’altra gara, – ha ammesso Vale a fine corsa – è tutto diverso: sono più efficace in frenata, veloce. Buone sensazioni, mi diverto”.

C’è chi lo dava per bollito. Noi stessi non abbiamo nascosto le forti perplessità sulla scelta di continuare dopo una stagione, quella scorsa, definita dallo stesso Valentino la peggiore della carriera. Alla faccia dell’età, il 46 ha ritrovato energie nuove sia in pista che nel paddock. Dopo gara 2 di Jerez non erano mancate le frecciatine rivolte a Yamaha.

“Il perché di tanta differenza tra la prima e la seconda gara? Semplice: Perchè la Yamaha ha Viñales e Quartararo, io ho 41 anni e mi dicevano che dovevo imparare a guidare questa moto come loro”.

Morbidelli a Brno è stato grande

 

 

La lotta è politica, oltre che generazionale. La M1 del primo Jerez non era la sua moto. Un assetto messo a punto per salvare le gomme alla distanza ma il Dottore dà il meglio a pneumatico spiattellato. Retaggi di un passato glorioso. Valentino ha tuonato su Iwata chiedendo rispetto:

“Devono aiutarmi, anche se non sono il più veloce posso fare belle gare”.

Ecco il manifesto del “nuovo” Vale over 40: coriaceo, tosto, commovente. L’età richiede difesa più che attacco. A Brno si sono intravisti segnali incoraggianti, vanificati dalla delusione delle qualifiche. Vale non ha più il dinamismo dei bei tempi, nè l’ardore da ventenne. Il polso degli anni d’oro, estroso, fantasioso e spavaldo, ha lasciato spazio all’accortezza dei risultati. Aleggia un cinismo insolito per Valentino. Perciò il podio ritrovato e una rimonta dal decimo al quinto posto valgono “quasi come una vittoria”. Eppure fino a qualche anno fa, mai avremmo potuto pensare una cosa simile parlando del Dottore.

 

 

Se Valentino sia ormai solo questo è oggetto di dibattito. Durante l’inverno confessava il bisogno di misurare il proprio livello di competitività prima di meditare l’addio. Un ulteriore rinvio di una sentenza che sembrava già scritta. L’età, la giovane concorrenza e una Yamaha poco benevola parevano aver dato la spallata definitiva alla possibilità di continuare a correre da leader. L’avvicendamento con Quartararo nel team ufficiale e il conseguente dirottamento nel satellite Petronas aveva scritto un nuovo inizio: Vale non è più una prima guida. Verdetto che ha nutrito la voglia di rivalsa del pesarese ma che lo ha proiettato in una nuova dimensione.

 

Noi Vale, ad ogni modo, preferiamo ricordarlo così (Photo by Mirco Lazzari gp/Getty Images)

 

 

Difficile, però, chiedergli di più. Valentino ha trasformato il motociclo in un luna park, ha fatto vivere domeniche memorabili, duelli infiniti. Ha rappresentato un simbolo nella cultura di massa. Il 46 che lotta e risale dal fango è l’emblema dell’alba di una nuova era che lo accompagnerà al crepuscolo.

 

 

Le staccate ritrovate di Valentino rappresentano l’ultimo baluardo del motociclismo dei romantici. Godiamocele finché potremo. Riflettendo sulla vita che cambia e gli anni che si rincorrono: Valentino ha segnato le nostre vite, le ha esaltate, le ha sublimate.

 

 

Ora le accompagna verso la maturità, negli anni della saggezza e della riflessione. Nonostante i riccioli da monello e il volto da ragazzino, anche il Dottore ha imboccato il tortuoso sentiero del tramonto. Ma non vuol smettere di tirare staccate ripensando ai bei tempi. Al Vale over 40 è sufficiente questo per tornare a divertirsi, forse a sentirsi vivo.