A Wigan sono le 19 di un mercoledì sera novembrino, il sole è già calato da un bel po’ per lasciare spazio ad un cielo dalla tinta tetra e malinconica. Siamo in un pub situato nei pressi del molo, quello del romanzo sociologico “La strada di Wigan Pier” in cui Orwell documenta le desolanti condizioni di vita della working class inglese degli anni trenta.

 

Davanti al bancone siede uno stuolo di omoni armati di calici e noccioline, intenti a fissare il vetusto schermo che torreggia sopra le loro teste. Le luci soffuse, il tavolo da biliardo e lo svolazzare delle freccette fanno da cornice mentre la fauna popola il locale.

 

In un tavolino vicino all’entrata siedono due persone, devono essere padre e figlio, divisi da una significativa differenza di età; il più anziano ha appena ordinato per entrambi una pinta ed una generosa porzione di patatine. Pochi minuti dopo la masnada si ferma improvvisamente, concentrando la propria attenzione sulle immagini che giungono dalla televisione: una lunga sequenza di partite di calcio del passato.

 

Football's Worst Suffering Fans - Proven Quality

I tifosi del Wigan Athletic, da tanti definiti i ‘most suffering fans of England’, negli anni ’80.

 

Ad un certo punto viene mostrato un colpo di testa sul primo palo di un giocatore dai capelli rossi che festeggia incredulo, correndo fino ad essere travolto dai compagni davanti alla bandierina del calcio d’angolo. Parte un lungo applauso, ogni tifoso del Wigan che si rispetti ricorda bene cosa stesse facendo l’11 maggio del 2013 in quel preciso istante.

 

 

Quello che deve essere il figlio, con un’aria interrogativa, domanda a cosa sia dovuto tutto quel baccano. Il padre, premurandosi che nessuno abbia udito tale bestemmia, procede a finire la sua pinta ed inizia a raccontare. Un vortice di ricordi scorre nella sua mente, tra cui proprio quel gol qualche anno prima aveva permesso ai latics di conquistare la Fa Cup, il primo grande trofeo della loro storia. Gli avversari erano gli stessi di questa sera, il blasonato Manchester City.

 

 

Novanta minuti come un’istantanea che ha messo il mondo sottosopra e ha girato la clessidra della logica. In quel lasso di tempo tutte le devianze calcistiche delle ultime decadi calcistiche si sono congelate, facendo sì che tornassimo ad assaporare lo spirito primitivo di questo sport. La tanto abusata di similitudine di Davide contro Golia, stavolta più che mai opportuna. Via plusvalenze, monte ingaggi e fair play finanziario e dentro un ring in cui i campioni d’Inghilterra sono capitolati sotto i colpi di una compagine ad un passo dalla retrocessione, ad un passo dal baratro sportivo.

 

Un momento atteso dal 1932, anomale anno di fondazione per un club britannico. (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 


City


 

Come appare lontano il gol di Aguero al 94’, che dopo più di trenta anni ha riportato il titolo sulla sponda City della città. Il vento pareva cambiato, i noisy neighbours si erano imposti sugli ingombranti cugini, prendendosi nuovamente le luci della ribalta nazionale. La stagione seguente, per forza di cose, doveva prevedere tra le priorità quella di bissare il successo in campionato ed imporsi a livello europeo: ma, come direbbe Pirandello “il dramma, signori, è tutto qui”. Le rosee premesse culmineranno infatti in un rovinoso esonero di Mancini, sollevato dall’incarico a due giornate dal termine; e dire che l’avvio era parso anche promettente, con la conquista del Community Shield grazie al 3 a 2 inferto al Chelsea campione d’Europa in carica. 

 

 

La campagna acquisti estiva aveva mostrato come lo United fosse disposto a tutto per riappropriarsi del titolo trasferito sull’altra sponda dell’Irwell, vedere alla voce Van Persie, strappato rapacemente ai gunners. Gli uomini di sir Alex ingranano la giusta marcia sin da subito, accomodandosi largamente in vetta già a dicembre, a seguito della vittoria all’Etihad arrivata proprio grazie all’attaccante olandese. A fine 2012 il gap con i Red Devils aveva raggiunto la doppia cifra, così che, dopo solo sei mesi, i ragazzi di Mancini avevano abbandonato ogni speranza di riproporsi ai vertici nazionali. 

 

Sarà Roberto Mancini il sacrificio della dirigenza dei blues sulla strada dell’ambizione. L’attuale CT della Nazionale lascia il City dopo avergli regalato il tanto anelato titolo (Photo by Alex Livesey/Getty Images)

 

 

In Europa non va meglio, i risultati non arrivano e la dirigenza emiratina inizia ad innervosirsi. La sorte, tanto benevola la stagione precedente, volta le spalle in modo beffardo. La possibilità di rivincere la FA Cup di presenta così due anni dopo – nel 2011 il City aveva trionfato sullo Stoke – contro un avversario, sulla carta e nei valori, ampiamente abbordabile: è quello il culmine di una cavalcata senza intoppi, in cui i citizens mietono vittime più o meno eccellenti. In scioltezza ne rifilano tre al Watford, quattro al Leeds e cinque al Barnsley. In semifinale l’asticella si alza proponendo l’ennesima sfida contro il Chelsea, che al replay aveva eliminato lo United.

 

 

Nasri ed Aguero però, in stato di grazia, mettono il timbro su una prestazione autorevole di tutta la squadra, in grado di dominare agilmente gli avversari. A quel punto Mancini conta di aver individuato, nel Wigan, il capro espiatorio provvidenziale per raddrizzare la vacillante panchina. Un primo malevolo presagio si abbatte il mattino della finale sotto forma di breaking news, un fulmine a ciel sereno che squarcia il velo di serenità che si era insediata nell’ambiente; difatti, più testate giornalistiche avevano aperto dando per certo l’esonero del Mancio.

 

 

Questa la prima scena che attende i calciatori appena scesi dalle loro camere nell’albergo del ritiro londinesi. Il difensore Joleon Lescott, in un documentario della BBC dichiarò: «eravamo tutti insieme quando vedemmo in tv che il nostro allenatore stava per essere esonerato. Di solito non do mai peso a queste voci, ci sono sempre vari nomi che vengono accostati, ma in questo caso era diverso. Veniva fuori solamente un nome, quello di Manuel Pellegrini».

 

Dopo la finale persa col Wigan, il Mancio verrà esonerato a favore de 'El In

Dopo la finale persa col Wigan, il Mancio verrà esonerato a favore de ‘El Ingegniero’ Pellegrini (Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

 


Wigan


 

Dopo le 18 il centro sportivo del Wigan si spoglia del fermento del giorno. Finita la sessione pomeridiana di allenamento, il parcheggio sputa fuori tutte le costose macchine dei calciatori. Da qualche mese, tuttavia, ne rimangono sempre due, quelle di Ben Watson e Gaz Piper, rispettivamente centrocampista e fisioterapista del club.

 

 

Sono alle prese con una lunga e faticosa riabilitazione dalla rottura della tibia che il ragazzo ha subito in una partita di novembre contro il Liverpool. Insieme stanno cercando di recuperare il prima possibile, fermandosi qualche ora in più rispetto ai compagni per esercitarsi sull’elevazione e la ricaduta della gamba in questione. Il suo recupero è fondamentale, anche perché la squadra è sì impelagata nella lotta per non retrocedere, ma è comunque riuscita a tenere un straordinario ruolino di marcia in FA Cup.

 

 

A marzo matura la possibilità di giocarsi la semifinale nel catino di Goodison Park, contro un Everton dato nettamente per favorito e che al contrario viene sorpreso, trafitto per tre volte in quattro minuti. Per la prima volta nella loro storia i latics si trovano ad un passo dalla finale di un trofeo prestigioso, a separarli dall’obiettivo c’è solo l’altrettanto sorprendente Milwall. Un ostacolo facilmente valicabile se la storia ti ha dato un appuntamento: così, grazie ad un secco due a zero, il Wigan prenota il biglietto per maggio, destinazione Wembley.

 

I tifosi del Wigan, all’appuntamento con la storia (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

La mente che si cela dietro questa improbabile armata Brancaleone è Roberto Martinez, giovane allenatore spagnolo che a metà anni ’90 aveva vestito la maglia biancoblu dei latics. L’iberico capta che, in fondo, la strada per Wembley non era stata così impervia, e capisce che il sogno può diventare realtà; affina le sue tattiche, arruola persino uno psicologo, cerca di munire di certezze granitiche tutto il gruppo, dal punto di vista tattico e da quello emotivo.

 

 

Adotta uno schema che si rivelerà capace di imbrigliare le affollate corsie laterali del City, ma prima di tutto definisce un’impostazione mentale. Il gioco dovevano imporlo loro stessi, partendo dal basso: in questo modo i tre centrali potevano fornire vari sbocchi per aggirare il pressing dei light blues.

 

 

Le ali dicevamo, due tornanti vecchio stile che in fase difensiva non avevano remore ad arretrare perennemente, lasciando i tre mediani a chiudere le vie centrali. Un modus operandi che un mese prima, in Premier, aveva dato del filo da torcere ai cityzens, avanti solo per una zampata di Tevez e che, soprattutto, aveva infuso la giusta consapevolezza ai suoi. «É stata quella sera che abbiamo capito di poter vincere la coppa, giocammo veramente bene. Ci sentivamo pronti sia tatticamente che mentalmente», confessò sempre alla BBC Gary Caldwell, allora difensore del Wigan.

 

Il Manager del Wigan, Roberto Martinez, in trionfo dopo la vittoria dell’FA Cup (Photo by Alex Livesey/Getty Images)

 

 

All’aspetto extra campo, come detto, viene deputato Michael Finnigan, analista che si prende cura dei calciatori (in semifinale e finale) per gestire al meglio la pressione che agisce sul Davide-Wigan. La mattina della vigilia chiama tutti a raccolta, compreso lo staff, mettendo in piedi una sorta di gioco: ognuno era tenuto a scrivere, su un bigliettino, per quale motivo fosse orgoglioso di giocarsi una finale insieme agli altri.

 

 

La fase successiva fu quella di infilare sotto le porte delle camere una busta contenente ciò che era stato scritto sull’individuo in questione. ‘Masterstroke”’ venne benedetto a posteriori dalla carta stampata d’oltremanica, letteralmente un colpo magistrale, che non avrebbe sfigurato in una qualche pellicola americana come Any Given Sunday. Aveva provveduto a cancellare la paura dalle loro menti, infondendo, invece, massicce dosi di fiducia ed ingenua incoscienza.

 

 

Un manipolo di calciatori alle prese per la prima volta con un palcoscenico di tale prestigio, calciatori di una società priva di storia, affacciatasi tra i professionisti solamente nel 1978. il melting pot più evidente dell’intera Premier League: il capitano delle Barbados, il condottiero Boyce, i tornanti uno austriaco, Scharner, l’altro honduregno, Alcaraz, e la punta un eccentrico ivoriano con le treccine e la maglia numero due, Arouna Konè. A completare la line up della finale paraguagi, spagnoli, scozzesi ed irlandesi; l’unico suddito di Sua Maestà porta il più irish dei cognomi, McManaman.

 

Ben Watson consegna il Wigan alla storia (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

Per assistere alla dimostrazione mistica che la storia si sarebbe compiuta è bastato aspettare l’86esimo minuto. Prima un match giocato sorprendentemente ad armi pari, in cui il Wigan ha cercato sin dall’inizio di mantenere il pallino del gioco e di bloccare sul nascere le iniziative delle sorgenti offensive Silva e Yaya Toure, in cui il portiere Joel Robles ha disinnescato tutte le occasioni pervenutegli nel primo tempo ed in cui Shaun Maloney, adesso finito nel dimenticatoio, ha fatto ammattire gli esperti e scafati centrali avversari.

 

 

Precisamente dobbiamo attendere l’istante nel quale il pluridecorato Zabaleta si fa cacciare per doppia ammonizione, regalando agli uomini di Martinez una scarica di adrenalina sufficiente a gettarsi in avanti con tutte le forze. Il resto del dramma si consuma inesorabile: lo stesso Ben Watson, il fulvo mediano infortunatosi contro i reds di cui abbiamo parlato, al 91′, in pieno recupero, deposita in rete un calcio d’angolo perfetto battuto da Maloney. Il trionfo latic è pronto a celebrarsi, Golia è sconfitto

 

 

Nell’epica le storie ed i racconti si inanellano le une negli altri, costruendo una fitta rete di corsi e ricorsi difficile da sbrigliare. E allora se il Wigan è lì a vincere il più prestigioso dei trofei inglesi è perché Dave Whelan, un signorotto della Merry England di mestiere imprenditore, nel 1995 aveva acquisito il club da soli 18 anni nel professionismo. Nel 2005 i latics erano arrivati in Premier, con grande soddisfazione di Whelan che, prima di divenire businessman, era stato un calciatore, ai massimi livelli per giunta.

 

 

Nel ’60 tra l’altro si era giocato la stessa finale di FA Cup contro il Wolverhampton, vestendo la maglia dei Blackburn. Ebbene non solo la sua squadra aveva perso la coppa a causa di un rotondo 3 a 0, ma il povero Whelan subirà quello che la stampa rinominò the Wembley hoodoo, un terribile scontro di gioco con l’avversario Deeley che gli provocò la rottura della gamba sinistra.

 

Il chariman Dave Whelan, imprenditore locale che ha acquisito il club a soli 17 anni dall’ingresso nel professionismo. Tanto di questo successo è merito suo. (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

Arrivati a questo punto, possiamo scorgere sul viso di quel giovane ragazzo un’espressione sospesa tra sgomento ed orgoglio, segno inequivocabile di un’entusiasmante presa di coscienza. Aveva capito che sì, quel numero otto entrato a dieci dalla fine, lo stesso che all’ultimo minuto ha anticipato l’avversario sul primo palo insaccando la palla dalla parte opposta, è colui che durante l’inverno si era chiuso in palestra a provare e riprovare i salti. E che, soprattutto, aveva appena segnato il gol più importante della carriera staccando sulla gamba fratturata meno di un anno prima.