L’Italia è una cagata pazzesca. Esatto, così: conciso e brutale. E che lo sappiano tutti, ad iniziare dalla Svezia, in modo tale da non vantarsi qualora dovesse vincere lo spareggio; d’altronde la Svezia non ha nulla da perdere, noi tutto. Due partite decisive per la nostra storia. Svezia-Italia, Venerdì 10. Italia-Svezia, lunedì 13. Ci arriviamo con tanti dubbi e pochissime certezze, alcune delle quali forse saranno fuori causa (ma c’è speranza intorno a Immobile). Quando parliamo di nazionale, su una cosa siamo tutti d’accordo: non andare al mondiale sarebbe la chiusura di un ciclo fallimentare. Non che la storia ci dica il contrario: quando le grandi potenze europee decidevano di mettere gli occhi sulla grande madre Russia, finivano sempre col ritirarsi, chi da Borodino chi da Stalingrado. Ma il calcio è un altro tipo di racconto. E, soprattutto, noi in Russia ancora non ci siamo mai andati per farne terra di conquista. Per riprendere la frase di apertura, è chiara la provocazione. O meglio; che l’Italia non sia bella da vedere e che abbia faticato moltissimo nelle ultime uscite internazionali, è fuori discussione. Ma ci piacerebbe essere smentiti. Noi italiani siamo tutti statisti, economisti, filosofi e commissari tecnici. È la nostra natura, non la cambieremo mai. Appunto, siamo italiani e, come detto, criticare senza basi scientifiche è la nostra indole. Ma quanto conta, parlando di nazionale, l’opinione da bar sport (vedasi Caressa)? Al diavolo i tatticismi, al diavolo la dettagliata analisi, almeno per oggi. Di pancia questo maledetto spareggio spaventa un popolo intero. Come si è arrivati a tanto?

Giampiero Ventura con Carlo Tavecchio

Giampiero Ventura con Carlo Tavecchio

Siamo davvero di fronte un bivio. Andare al mondiale o rimanere sotto l’ombrellone mentre gli altri mettono in valigia abiti pesanti per non soffrire la sempre fredda estate russa. La realizzazione di quest’ultima ipotesi è già stata definita come una “catastrofe” dagli addetti ai lavori. Come dargli torto. Però, per criticare, dobbiamo essere sinceri ed obiettivi: vincere il girone sarebbe stata una vera e propria impresa, in quanto la Spagna non ci è una spanna sopra, e neanche due o tre. Semplicemente ci surclassa sotto tutti i punti di vista. Quindi, che saremmo stati costretti a giocarci tutto in uno scontro diretto (come è quello con gli svedesi) era piuttosto preventivabile. Quello che non è tollerabile è il modo in cui ci siamo arrivati. Senza gioco, senza idee e con la paura di dover incontrare la Svezia. Sì, la Svezia. Proprio quella squadra ventitreesima nel ranking Uefa (sotto Cipro, Israele e Azerbaigian) e venticinquesima in quello della Fifa. La stessa che ha appena detto addio, causa ritiro dalla patria, al giocatore più forte mai avuto nella sua storia e che, ci permettiamo, difficilmente rivedranno. E noi, di questa piccola Svezia, ne siamo impauriti, moti di coraggio e rassicurazioni esterne permettendo.

“Concordo con quanto hanno detto Tavecchio e Malagò: per loro un’Italia fuori dal mondiale sarebbe un’apocalisse e una tragedia, io parlerei di catastrofe.” (Giampiero Ventura, 03.10.2017)

Eppure la nostra squadra ha un valore non indifferente. Giocatori che militano in squadre che lottano o per lo scudetto o per qualcosa di più e che all’ultimo europeo hanno stupito non poco. Anzi a dirla tutta, rispetto alla rosa che si è presentata l’anno scorso in Francia, questa è anche qualitativamente superiore. Il cerchio si restringe, purtroppo, attorno a chi dirige questa nazionale. E per dirige si intendono tutti coloro che stanno al di fuori del rettangolo di gioco, dalla panchina ai piani alti della Federazione. Ma questi ultimi sono, indirettamente o meno, legati all’operato conseguito dal CT (da loro scelto). Ad esempio, giustamente ed umilmente, Giancarlo Abete dopo la disfatta brasiliana del 2014 della nazionale di Cesare Prandelli ha fatto immediatamente un passo indietro, colpevole alla stessa maniera dell’allenatore e della squadra. Dopo quel ritorno a casa anticipato è arrivato il turno del famigerato Tavecchio, che ha avuto il grande merito, dobbiamo dirlo, di convincere Antonio Conte, stanco del progetto Juve, ad abbracciare la causa azzurra con il compito di risollevarla. E ci è riuscito nella miglior maniera possibile, facendo apprezzare in primis a noi tifosi, poi al resto del mondo, una squadra non all’altezza delle altre ma che con grande cuore e con un po’ di fortuna (che aiuta gli audaci) ha rischiato di arrivare fino in fondo. Da quel momento, anche senza Conte, si pensava che la strada fosse tracciata. Ed oggettivamente Ventura non sembrava un’idea totalmente sbagliata. Uomo d’esperienza, con tanta gavetta alle spalle, sempre a contatto con i giovani. Ma allora perché non funziona? E, soprattutto, è Giampiero Ventura all’altezza della situazione?

Un pensieroso Giampiero Ventura che sembra cercare forza dall'alto

Un pensieroso (confuso) Giampiero Ventura

Andando con ordine, per rispondere alla prima domanda bisogna entrare nel merito tecnico della questione, rischiando anche di prendere una cantonata tremenda. Ma quello che ci appare evidente è che il centrocampo proprio non gira. O meglio, non esiste un centrocampo in questa nazionale. Questo amato 4-2-4 che siamo stati costretti a sorbirci nelle ultime uscite è entrato nel gergo italiano proprio dall’arrivo di Conte sulla panchina della Juventus, ma lì gli interpreti erano totalmente diversi. Il Vidal appena sbarcato in Italia di cinque fa non è paragonabile con l’attuale De Rossi (seppur quest’ultimo arrivi da un ottimo campionato, forse anche grazie alla preparazione fatta durante l’europeo con l’allenatore pugliese). Quel Vidal faceva avanti e dietro per tutto il campo e per l’intera partita, svolgendo alla perfezione il lavoro di interdizione e risultando non poco prolifero in zona offensiva, e Verratti non è Pirlo per il semplice fatto che Verratti non è Pirlo. Il talento del PSG non è in grado di lavorare davanti alla difesa, soprattutto se non è coperto nella maniera adeguata. Agisce sicuramente meglio da mezzala. Ma soprattutto, per questo modulo, sono fondamentali gli esterni. Non che Candreva ed Insigne non si sacrifichino sulle fasce, ma il problema sta proprio qua. Diciamocela tutta, esattamente come lo direbbe un italiano al bar, insieme agli amici di sempre: ma come si fa a far giocare Insigne a cinquanta metri dalla porta?

Per non parlare dei problemi difensivi che l'addio di Bonucci ha provocato e alla Juventus e all'Italia

Per non parlare dei problemi difensivi che la questione Bonucci ha provocato e alla Juventus e all’Italia

Altra nota dolente: noi italiani non moriremo democristiani e non moriremo con l’arte del palleggio come specialità della casa. Se per la prima considerazione, figlia di un titolo de Il Manifesto del 28 giugno 1983, si inizia ad avere più di un dubbio, sulla seconda non si transige: non siamo portati per il tiki taka, meglio e giusto lasciarlo a chi lo ha inventato. E’ come se la Spagna si mettesse a fare il catenaccio… ipotizziamo errori di tattica clamorosi, per la nostra concezione. Immaginate, quindi, la loro reazione nel vedere un’Italia spavalda con quattro punte, pronta a governare la Spagna in casa sua, e con l’idea di dettare gioco con soli due uomini a centrocampo (uno dei quali di mestiere fa il mediano, tra l’altro). Si sono imbarazzati al posto nostro, come minimo. Per molti la partita settembrina valida per la testa del girone ha rappresentato l’episodio culmine che ha fatto perdere le certezze (ovunque queste certezze fossero). Ma, spesso e volentieri, dalle batoste della vita ci si fortifica, si matura e si cambia. Si capisce ciò che si è sbagliato, quello che non ha funzionato, e si reagisce ma soprattutto si agisce per cercare di porre rimedio. E invece no. Quello che è stato più preoccupante della disfatta di Madrid non è tanto la questione del modulo, dei giocatori o di quanti gol ci hanno rifilati e di quanti avrebbero potuto farcene, ma le dichiarazioni rilasciate dal nostro CT a fine partita, quelle sì che hanno preoccupato. In quelle parole ha fatto capire di non aver compreso il problema, o piuttosto di fuggirlo. Tifiamo Italia, ma proviamo ad analizzare la situazione. E la situazione ci dice che in questo momento Ventura si sta appigliando più ai suoi uomini per uscirne piuttosto che trovare lui stesso una soluzione. Certo è che fare i geni proprio adesso, in un doppio impegno così delicato, sarebbe da evitare.

L’umiliazione italiana in un tunnel, quello di Isco su Verratti

La sconfitta per tre a zero contro gli iberici, inoltre, avrebbe potuto dare un ulteriore spunto a Ventura sul quale lavorare. La Spagna viene da un mondiale disastroso al pari del nostro ed è uscita appena superati i gironi dell’europeo grazie ad una prova sontuosa degli azzurri – senza la brama di voler dominare sul piano del palleggio e figli di un’idea dell’allenatore. A distanza di un anno loro sono tra i favoriti per il mondiale e noi rischiamo di restare a guardare da casa. Semplice: ricambio generazionale e nessuna paura di bruciare i giovani. Lodiamo tanto giocatori come Saùl o Asensio, senza tener conto che entrambi hanno poco più di vent’anni e hanno giocato, e vinto, più competizioni dei nostri trentenni. All’estero non hanno paura di buttare in campo questi talenti e risultati si vedono (specie Germania, Francia e, appunto, Spagna). Noi li inseriamo gradualmente ed otteniamo questi risultati. Certo, sul valore dei singoli (nostri) andrebbe aperta un’enorme parentesi, ma non è questo il luogo. A chi conviene, sinceramente? Per fare un esempio pratico, sempre nella partita contro la Spagna avevamo un’assenza pesante come quella di Chiellini. Perché non provare allora Rugani, che da anni idolatriamo come futura colonna portante della nostra nazionale, e ripiegare nuovamente (e, permettetecelo, anche un po’ tristemente) sul povero Barzagli, che giustamente non è riuscito ad avere il passo dei nuovi per ovvi motivi anagrafici? Sono domande che sorgono spontanee, generate da delusione ed amarezza. Ma questo non vuol dire non supportare o gettare fango senza criterio. Come detto, analizziamo distaccatamente (più o meno…) la situazione che si è creata attorno a Coverciano. Augurandoci che il freddo svedese possa rinfrescarci un po’ le idee e sperando di poter scrivere pagine ben più gloriose sulla nostra Italia. Magari in estate. Magari al Mondiale.