Qual è la più gigantesca supercazzola che avete udito in vita vostra? Ecco un bell’interrogativo sul quale si potrebbe impostare un vasto programma di storia orale d’Italia. Perché ciascuno potrà raccontare la propria. Do il mio contributo esponendo quella che mi capitò di udire una decina di anni fa, e che è destinata a rimanere ineguagliata. Accadde nel corso di uno scambio d’opinioni in ambito accademico, quando un illustre docente si sentì rivolgere una domanda insidiosa. E mostrando una classe superiore scansò la trappola usando il più infallibile strumento di disarmo dell’avversario: la supercazzola, appunto. Ricordo perfettamente la maestria con cui parò il colpo e convertì a proprio vantaggio il pericolo:

Comprendo la sua domanda, ma credo che sia basata su un paradigma sbagliato. E invece noi avremmo bisogno di passare dal paradigma al modello.

Lessi negli sguardi dei presenti lo stupore di chi si veda indicare una via inattesa, la scoperta d’un pensiero laterale che finalmente consente d’aggirare il muro contro cui ci si sta consumando la capoccia. E pazienza se dire “passiamo dal paradigma al modello, in termini di significato, equivalga più o meno a “sbirigudi frontazzi della pusillanima dote”. E non azzardatevi a dire che?, perché andreste a guadagnarvi pure lo sberleffo.

 

E scusate se stavolta la sto prendendo così alla larga, ma il fatto è che l’ultima performance di Daniele Word Cloud Adani mi ha aperto gli occhi. Una rivelazione. Credevo di osservare soltanto un commentatore calcistico che si esprime con la chiarezza d’una pagina in braille, e invece no: avevo davanti a me il Conte Mascetti del Ventunesimo Secolo e non me n’ero reso conto. Per arrivarci – colpa della mia tardività di comprendonio, of course – è stato necessario che il Word Cloud di Sky Sport dicesse qualcosa di molto simile al passaggio dal paradigma al modello. È successo sabato 16 dicembre, nel pre-partita di Torino-Napoli. Lì Adani, mentre commentava alcune azioni condotte contro la Fiorentina dalla squadra di Maurizio Sarri, ha detto ciò che segue rivolgendosi a Marco Cattaneo e Massimo Ambrosini:

(…) e questo sta a dimostrare, Ambro, che il Napoli, nel primo tempo ha trovato delle difficoltà, però poi, dato che il Napoli, Marco, è una squadra che come sappiamo allena i princìpi, al di là dei concetti, proprio va su i princìpi, e fa leggere e interpretare ai giocatori, il momento su… su dove giocare meglio, allora vediamo nel secondo tempo, che questa uscita a destra, vengono fatte meglio (…).

Non invento nulla. Potete udirlo con le vostre orecchie, questo passaggio in cui si parla di “allenare i princìpi al di là dei concetti”. Roba che il passaggio da paradigma a modello è acqua fresca. E vi prego di fare attenzione allo sguardo annichilito di Marco Cattaneo, simile a quello di chi ascolti un brano musicale che recita frasi sataniste con parole scritte al contrario. Pare proprio sul punto di urlare al Word Cloud: “Esci da questo corpo!“.

 

Prematurata… a destra

 

Chi non ha bisogno di supercazzole è il vate assoluto del giornalismo sportivo italiano, Antonio Giordano del Corriere dello Sport-Stadio. Che nell’edizione del 15 dicembre ha introdotto così l’intervista con l’attaccante del Napoli, José María Callejón:

Laggiù, fin dove arriva lo sguardo,oltre la linea dei difensori e forse persino al di là dell’orizzonte, c’è un’estate in cui tuffarsi dentro, “selvaggiamente” o anche “amabilmente”, come farebbe una furia rossa, solitamente vestito da “principe azzurro” (…).

Ci sarà da perdersi in notti interminabili,in sfide vibranti, in un corsa folle per sfidare i “nemici” e prendersi in spalla il destino, ci vorrebbe un fisico bestiale, da incredibile Hulk, per ribaltare questo microcosmo nel quale Callejon sa sopravvivere a modo suo, evitando d’indietreggiare, attaccando nella penombra, tenendosi defilato a destra e però scivolando in qualsiasi altra terra da conquistare (…). La fascia è il suo dominio, su e giù come un marziano incapace di frenare, e con quella faccia da bravo ragazzo, mai una cifra al di sopra delle righe, in cinque anni è stato capace di intrufolarsi ovunque, persino su un trono che sembrava improponibile per lui: 52 gol, uno in più di Luisito Suarez, una Leggenda di questo Universo, come un attaccante vero (e Callejon sa esserlo), come un tornante moderno (e Callejon lo è), come un esemplare persino raro (e Callejon all’occorrenza difensore esterno, seconda punta, persino centravanti o esterno di sinistra lo è diventato sin dal giorno in cui Rafa Benitez ha scommesso su di lui), come un figliol prodigo (e Callejon tale ha scoperto d’essere pure per Sarri, ch non sa farne a meno quasi quanto una boccata di nicotina). Laggiù un robot può approdare….

 

Dopo tutto ciò, cosa volete che contino le parole di Callejon?

 

Ci sono i poeti maledetti, quelli che per distillare dall’anima il sublime artistico devono passare attraverso la dissoluzione esistenziale. E ci sono i poeti malefatti, quelli che ci mettono un quintale di verve cicisbea per scrivere direttamente in forma di biomassa. Dal produttore al compattatore. Appartiene alla seconda categoria Fabio Bianchi della Gazzetta dello Sport, che non riesce a raccontarvi una partita senza infarcirla di qualche penosissima cazzata. È stato così anche nell’edizione del 18 dicembre, allorché il poeta malefatto della rosea ha raccontato Bologna-Juventus. Fra le tante amenità c’era la seguente:

Risultato: senza grinta, né legge, né gioco, il Bologna si scioglie come una groupie davanti a Bruce Springsteen, o al frontman dei Maneskin se vogliamo essere moderni.

E se vogliamo pure essere precisi, a leggere i pezzi di Fabio Bianchi ci si scioglie come una groupie davanti a Toni Santagata.