• Introdurre in poche righe la figura di Gordon Banks non solo non sarebbe rispettoso verso quest’autentica leggenda del calcio inglese e mondiale, ma sarebbe totalmente inutile. Lo abbiamo intervistato a Londra per il documentario inglese “Bobby 66”. Contrasti è orgogliosa di poter annunciare l’esclusiva delle parole (da noi tradotte) rilasciate dal portiere campione del mondo nel 1966 (prima e ultima volta di un’Inghilterra padrona del calcio mondiale).

 

L’intervista, che ripercorre alcuni episodi della vita di Banks, la prima scoperta del pallone per le strade di Sheffield, la prima convocazione, l’incontro con Moore e il rapporto con Alf Ramsey, tra gli altri temi, offre moltissimi spunti di riflessione sul gioco più bello del mondo, regalandoci curiosità e segreti che non troverete su Wikipedia. Buona lettura.


 

Gordon, abbiamo parlato con George Cohen la scorsa settimana e ci ha rivelato un dettaglio intrigante. La squadra che ha vinto la Coppa del Mondo nel ’66 era composta da ragazzi della working-class. Pensi sia stato quest’aspetto a fare la differenza?

Sì, i nostri stipendi erano più o meno equiparabili a quelli di un lavoratore medio. Nei miei primi cinque anni al Leicester City, non guadagnavo più di venti pound a settimana. Così ho dovuto contrattare il mio contratto. Me lo alzarono a trentacinque (risate).

 

È stato più facile per i tifosi starti accanto e parlarti, o continuavi ad essere una star?

No, eravamo in buoni rapporti col pubblico. Eravamo in mezzo a loro, chiacchieravamo con loro, firmavamo autografi, qualsiasi cosa. Eravamo semplicemente orgogliosi di essere dei professionisti, questa era la cosa principale. Se penso a quando ero giovane, non c’erano televisioni, né così tante radio, ma c’erano al massimo due televisori in tutta la via. E noi non potevamo permettercene una. Così ogni ragazzo all’epoca era fuori in strada, e si giocava a pallone, a tennis, a qualsiasi cosa, una volta usciti da scuola. Non è difficile immaginarsi i milioni di ragazzi che giocavano a calcio all’epoca, e cosa volesse dire emergere e diventare un calciatore professionista. Questo ti faceva sentire orgoglioso.

 

Gordon Banks firma autografi a un gruppo di giovani tifosi

 

Volevo chiederti se per il fatto che non c’erano videogiochi e chiunque era in strada a tirare calci ad un pallone, proprio per questo ci fossero migliori giocatori in giro.

Sicuramente, sì. C’era veramente molta competizione. Che fossi a scuola, o in una squadra di calcio, c’era grande concorrenza, e se riuscivi ad avere una chance di diventare un calciatore professionista, dovevi essere certo di lavorare duro, dare il cento per cento, per essere sicuro di farlo diventare un lavoro, il gioco che hai sempre amato giocare. E diventare un professionista era qualcosa di speciale.

 

Il tuo talento è stato sottolineato durante tutta la tua carriera, ma quanto hai dovuto lottare per ottenere questo posto nella storia?

Molto. Come ho appena detto, c’erano molti giocatori in un solo club. Al Leicester ad esempio, quando sono andato al Leicester intendo, c’erano qualcosa come quattro portieri, e io ero l’ultimo della fila, perché ero l’ultimo ad essere arrivato. Sono partito tra le riserve, ovviamente. Ma ciò che facevo per migliorare arrivava a fine allenamento. Tutti gli esercizi fisici e le corse che facevo insieme agli altri giocatori durante l’allenamento mattutino sfinivano tutti. Non si usava il pallone. Si finiva l’allenamento, ci si faceva una doccia e si andava a casa. Così, portavo con me un paio di riserve, con cui allenarmi nei tiri nel pomeriggio. Facevo molta pratica. Credevo che mi avrebbe aiutato tanto, e non mi sbagliavo.

 

Gordon Banks al Leicester, nel 1963

 

L’attitudine al lavoro è qualcosa che hai condiviso con Bobby Moore. Anche lui era un grande lavoratore, non è vero?

Oh, certamente. Bob, sì, come no. Era sempre lì a lavorare con gli altri ragazzi del gruppo, facendo qualsiasi cosa per loro, aiutandoli, parlandogli durante le partitelle e cose di questo genere. Era un giocatore meraviglioso, e un grande uomo.

 

Hai appena detto che parlava agli altri giocatori: era uno di quelli che dava consigli nel corso della partita?

Assolutamente sì. E’ stato il miglior capitano che ho avuto. Se sbagliavi non te lo faceva pesare, limitandosi a sussurrarti un consiglio all’orecchio. Era straordinario. Un grande allenatore… volevo dire… un grande capitano! (RISATE)

 

Ricordi la prima volta che lo hai visto?

Credo che fu a West Ham, nel post-partita. Era lo spogliatoio degli ospiti. Mi è venuto incontro, e abbiamo fatto due chiacchiere. Un ragazzo d’oro, davvero.

 

La tua carriera con la nazionale inglese è stata davvero straordinaria. Come è stato giocare insieme a lui nell’Inghilterra? Specie se consideriamo che eravate entrambi molto giovani all’epoca?

Oh sì, lo eravamo davvero. Non ricordo bene l’età precisa, so soltanto che eravamo molto giovani. Ma parlando della carriera di Bob, e di cosa gli ho visto fare, è stato il miglior difensore che ho visto giocare nella mia vita. Lui insieme a “big Jack” [Charlton, ndr].

 

Quale effetto ha avuto su di te giocare insieme ad un calciatore di una tale classe?

Un effetto fantastico, perché potevo vedere come giocava. Ad esempio, mi aiutava anticipando l’intenzione dell’avversario, entrando in possesso di palla. Mi ha salvato in molte circostanze.

 

Una splendida istantanea dalla rivista Goal

 

Considerata anche la difesa, eravate un reparto unito e compatto. Quanto tempo vi è servito per trovare questa solidità?

Ci abbiamo messo un po’ di tempo per stabilizzarci, perché Alf [Ramsey, allenatore di quell’Inghilterra, ndr] è stato con noi dal ’63 al ’66, quando sono stato capitano per la prima volta. In questo periodo Alf ha valutato diversi calciatori. C’è voluto un po’ prima che trovasse la quadra e scegliesse questi quattro. A quel punto dovevamo imparare a conoscerci sul campo. E con l’andare delle partite trovavamo sempre più confidenza. Così, semplicemente giocando, crebbe l’intesa.

 

E’ questo parte del motivo per cui si dice che Moore non parlasse molto sul campo? Perché c’era grande intesa tra di voi e vi bastava uno sguardo per capirvi?

Esatto. L’intesa si è perfezionata nello stesso 66, quando abbiamo giocato qualcosa come 12 o 14 partite senza perdere. Quella è stata per me la prova del nove. Non concedevamo molti gol. Ne segnavamo pochi, ma eravamo molto solidi, soprattutto dietro, che è ciò che devi avere per iniziare a vincere. Questa è stata la ragione del nostro successo.

 

Prima del 1966 Sir Alf formulò la celebre dichiarazione: “We’re gonna win it”. Cosa avete pensato tu e il resto dello spogliatoio? Credevate davvero di avere delle buone chance?

No, quando Alf Ramsey disse che avremmo vinto la Coppa del Mondo noi non ci credevamo veramente. L’ho sempre detto con il massimo dell’onestà, nessuno sa all’inizio di una Coppa del Mondo, con tutte quelle squadre partecipanti, cosa aspettarsi esattamente. Ho visto paesi che pensavo non avessero chance esaltarsi e arrivare ai quarti di finale o alle semifinali. Ed ero veramente scioccato per ciò che avevo visto. Quindi, come ho detto, noi siamo arrivati al 66 con entusiasmo per quello che avevamo fatto, ma dovevamo ancora affrontare nazionali fortissime e giocare partite vere e decisive, al di là di ciò che erano state le tante amichevoli disputate. Questo è ciò che contava. Quindi no, volevo solo che i ragazzi dessero il 100%, andando in campo e aiutandosi l’un l’altro, giocando al meglio, come una squadra, sperando di ottenere il miglior risultato. Questi erano i miei pensieri quando sono entrato in campo dal tunnel degli spogliatoi per la prima volta.

 

Gordon Banks (da notare, senza guanti, come spesso capitava all’epoca)

 

La prima partita [contro l’Uruguay, finita 0-0, ndr] non avete convinto, ma i vostri avversari non vi hanno impensierito.

E’ stata una brutta partita, come spesso capita per le partite inaugurali. Nessuna delle due squadre voleva perdere, quindi eravamo entrambe molto prudenti, e ci sono state poche occasioni da gol. Io non sono stato minimamente impegnato, e sostanzialmente è stato lo stesso per il loro portiere. Quando siamo usciti dal campo ho pensato che non avevamo perso, e ci sarebbe stato tempo per iniziare a vincere. Non ero molto preoccupato.

 

Ho parlato con persone che erano lì, e nessuno si capacitava del perché Hunt giocasse. Sapevano che Jimmy era infortunato, ma non capivano perché giocasse Hunt. Eri sorpreso di ciò che Alf stava facendo?

Ero un po’ sorpreso e deluso che Jim non potesse rientrare [dopo essersi infortunato contro la Francia ai gironi, ndr], Jimmy Greaves, un ottimo finalizzatore e non solo. Ma se ti metti nei panni di Alf, e guardi i calciatori a disposizione, al modo in cui la squadra gioca, e con Geoff [Hurst, ndr] in campo vedi che crei più occasioni e inizi a segnare, perché cambiare? Dobbiamo ringraziare l’allenatore per il coraggio dimostrato. Perché tutti nel nostro paese sapevano che gran giocatore fosse Jimmy Greaves, ma lui ha avuto le palle di dire: “bene, sta segnando, sta lavorando duro, sta facendo bene, ma io lo lascio fuori”. Questo era il punto.

 

Sir Alf Ramsey a colloquio con Jimmy Greaves (al centro, appoggiato sul muretto)

 

La squadra era preoccupata. Avete semplicemente accettato la decisione di Alf, o c’erano dei brontolii nello spogliatoio?

No, abbiamo accettato qualsiasi scelta. Dovevi stare con Alf. Era quel tipo di uomo cui bisognava obbedire, credimi! Siamo andati avanti, e come ho detto abbiamo dato il 100%, giocando l’uno per l’altro, lavorando duro, e abbiamo iniziato a ottenere i risultati che volevamo.

 

Per concludere su Jimmy, so che lui e Bobby erano in ottimi rapporti. Eri consapevole che una volta che Alf avesse preso la decisione, allora Bobby sarebbe andato da Jimmy provando a consolarlo?

L’avrebbe fatto certamente, senza dubbio. Questo era Bobby Moore, un uomo fantastico. Si sarebbe accertato che Jimmy sapesse che eravamo dispiaciuti di non averlo con noi e che gli auguravamo tutto il meglio per il futuro.

 

I risultati migliorarono dopo l’Uruguay e avete iniziato a vincere. A che punto vi siete resi conto di avere una chance?

Subito dopo l’esordio, ci siamo resi conto di come stavamo giocando. Creavamo occasioni da gol, rimanendo solidi dietro. Sapevamo che c’era da fare un lungo cammino, ma pensavamo tra noi e noi che lavorando duro, giocando l’uno per l’altro, avremmo avuto la nostra occasione.

 

Il bel rapporto tra Banks e Ramsey in una foto

 

È stata una battaglia contro l’Argentina, non potremmo definirla diversamente. È stata una prova di carattere. So che Bobby manteneva in queste occasioni il sangue freddo, ma era in grado di calmare la squadra?

Sì, lo era. Quella è stata una partita incredibile. Il gioco argentino. Ciò che è accaduto in quella partita non l’ho mai visto durante la mia carriera da giocatore professionista, tanto con l’Inghilterra, quanto con i club con cui ho giocato, e ne ho giocate tante! Quando il capitano dell’Argentina, Rattin, venne espulso, rimase sul campo e non voleva uscire; fece cenno ai suoi compagni di seguirlo fuori dal campo dicendo: “forza, usciamo tutti!”. Voleva portare i suoi fuori dal campo. Ed era stato proprio lui a dare deliberatamente un calcio a Martin Peters, meritando l’espulsione. Era stato avvertito dall’arbitro che se l’avesse fatto di nuovo sarebbe stato cacciato, e lui se ne è infischiato. Non sarebbe uscito dal campo, e come ho detto, invitava i suoi compagni ad uscire dal campo.

 

Nel frattempo, gli ufficiali di gara non parlavano la sua lingua e non capivano cosa stesse dicendo. Questi dicevano: “Se chiami fuori la tua squadra, perdete la partita a tavolino”. Sono abbastanza sicuro che se un ufficiale non lo avesse accompagnato fuori dal campo, Rattin non sarebbe mai uscito. Quando abbiamo vinto la partita George Cohen si è tolto la maglietta per scambiarla con Rattin. Alf è entrato correndo sul campo, pronunciando le seguenti parole: tu non scambi la maglietta con simili giocatori!. Tuttavia, provate a vedere la scena dal loro punto di vista: il capitano viene espulso, la partita finisce 1-0 per gli avversari, e non si può nemmeno avere in cambio una maglietta degli inglesi. Al contrario, provate a vedere la stessa scena dalla nostra prospettiva: eravamo in semifinale di Coppa del Mondo.

 

Il momento dello scambio delle magliette, interrotto da Sir Alf Ramsey

 

Seriamente, lo champagne scorreva a fiumi, i ragazzi saltavano e festeggiavano, all’improvviso una sedia rompe la porta di vetro. Crash! Vetro insanguinato ovunque! Gli argentini volevano picchiarci nel tunnel. Accadde esattamente questo. Non sto esagerando, e questa è la ragione per cui la notizia non arrivò mai alla stampa: Alf ci ha radunato tutti nello spogliatoio, dicendoci, dopo che avevamo fatto la doccia e tutto: “Guardate, ragazzi, ho parlato con gli ufficiali. Quello che è successo non deve lasciare questa stanza“. Io non ci potevo credere, davvero. Era assurdo.

 

Cosa sarebbe successo se la stampa fosse venuta a conoscenza degli eventi?

Che gli argentini sarebbero stati squalificati per un periodo indefinito di tempo. O, io non so, avrebbero ricevuto una sanzione inverosimile, o sarebbero stati squalificati per la successiva Coppa del Mondo. Ma non sarebbe stato bello. Perché non potevano proprio permetterselo [qui s’intende economicamente, soprattutto, ndr].

 

Posso solo immaginare gente come Charlton o Nobby Stiles… cosa gli venne in mente quando uscì fuori quella sedia? Si saranno buttati fuori dalla porta, no?

Non potevano crederci, davvero. E quando li vedemmo nel tunnel con quell’atteggiamento, andiamo, erano pronti per affrontarli… ovviamente Alf Ramsey non avrebbe mai permesso che accadesse, così ci disse di tornare dentro. E dal quel momento tutti rientrarono nel proprio spogliatoio, ma come ho detto, è successo davvero, ve lo dico, non posso crederci io stesso, non posso.

 

Non riesco a immaginarmi Bobby Moore obbedire… fu davvero determinante per riportare indietro le persone?

Assolutamente sì, bloccò un paio di loro che volevano andare, non voleva essere coinvolto in niente del genere. Era quel tipo di persona, un ragazzo meraviglioso.

 

Bobby Moore seguito da Gordon Banks, suo fedele compagno

 

Se gli argentini fossero davvero venuti a giocare a calcio, avrebbero vinto senza problemi?

Be’, sì. Li avevamo visti giocare nelle altre partite, sapevano davvero giocare un gran calcio. E davvero non riuscivo a capire perché scelsero di giocare in quella maniera. Intendiamoci, lo fecero dall’inizio perché Ramsey ci disse, senza mezzi termini, “secondo voi perché ci stanno tutti quei furgoni della TV fuori dagli stadi?”. Erano in tutto il paese, così Alf, per darci il maggior numero di informazioni riguardo le squadre che avremmo incontrato ne fece piazzare uno al di fuori della Hendon Hall, dove alloggiavamo. Così potevamo guardare ogni partita, e lui si assicurò che riuscissimo a vedere quelle delle squadre che probabilmente avremmo affrontato. Questo ci aiutò molto, sapevamo che picchiavano duro. C’erano sempre falli quando giocavamo, ovviamente, ma non in quel modo. Quello che accadde quel giorno fu assurdo.

 

Non sapevo che Alf avesse usato così tanto la tecnologia, era davvero inusuale all’epoca avere notizie del genere sulle partite e farvi fare in un certo senso i compiti.

Sì, fu fantastico. Era davvero un grande uomo. Un allenatore favoloso.

 

Credo che avesse un rapporto speciale con Bobby. Non è vero? E’ forse per questo che Bobby era il suo braccio destro in campo. Era il rappresentante, per così dire, di Alf. Non è vero?

Esattamente, proprio così. Si comportavano alla stessa maniera dentro lo spogliatoio. Esattamente alla stessa maniera. Andavano ad augurare l’in bocca al lupo ai giocatori prima di scendere in campo, o cose di questo tipo.

 

Bobby Moore e Alf Ramsey durante i festeggiamenti per la finale vinta

 

Dopo aver eliminato l’Argentina avete incontrato il Portogallo. I lusitani avevano una stella, Eusebio.

Oh, Eusebio. Era straordinario. Un giocatore incredibile. Qualsiasi palla toccava la trasformava in una poesia. Se ricordi, quello è stato il primo gol che ho preso. Dal dischetto. Ma il Portogallo non era solo Eusebio. Avevano una squadra solida, e giocavano benissimo a calcio. Attaccavano, ci pressavano alti, e difendevano tutti insieme. Eliminarli è stato importante per noi. Abbiamo acquisito grande consapevolezza dei nostri mezzi.

 

La semifinale dev’essere stata qualcosa di incredibile. Posso solo immaginare la grinta di Bobby.

Proprio così. Aveva una grinta incredibile. Negli spogliatoi, ha fatto il giro della squadra, congratulandosi con ognuno di noi.

 

Avete bevuto quel giorno?

Eccome. Mancava ancora un po’ di tempo, prima della partita successiva, e avevamo tempo per ricaricare le energie. Niente di speciale, ovviamente. Quello che Alf non voleva è che spendessimo un’intera nottata in giro. Si assicurava che fossimo tutti in hotel. Era bello, in ogni caso, farsi anche una semplice bevuta dopo la partita.

 

Eusebio in azione contro l’Unione Sovietica

 

Torniamo al calcio giocato. Mancava una sola partita. Quali erano i vostri pensieri?

Pensavamo a ciò che pensavano i tifosi. Aprivamo il giornale, e c’erano solo notizie di noi in finale. I tifosi erano in delirio. Nonostante mancassero ancora alcuni giorni, ogni secondo di quell’attesa era condizionato dal pensiero fisso di quella finale. Alf fu grandioso. Ogni allenamento, proprio come prima, rimaneva un allenamento. Non era cambiato nulla. Ma, com’è ovvio, più ci avvicinavamo alla finale e più l’adrenalina cresceva. Ricordo la mattina di quel giorno. Eravamo cinque, credo, e ci siamo detti: “Forza, facciamoci una passeggiata”.

 

Solo una camminata, niente di che. Siamo usciti dall’hotel, e c’era un po’ di gente lì fuori ad attenderci. Una decina, massimo quindici tifosi. Ci auguravano il meglio, era mattina presto. Avevamo appena fatto colazione, non era in programma di uscire a quell’ora. Dopo pochi passi siamo dovuti rientrare, perché aumentavano le persone che ci venivano incontro. Così siamo rientrati. E poi, poco dopo, abbiamo preso il bus in direzione dello stadio. Chiunque ne avesse l’occasione, si fermava ad augurarci il meglio. Nel bus c’era un silenzio surreale. In tutte le altre circostanze, avremmo chiacchierato o giocato a carte. Ognuno di noi guardava fuori dal finestrino. C’era una tensione incredibile. Arriviamo allo stadio, una folla immensa. Tifosi tedeschi e tifosi inglesi. Ma poi Alf, tranquillizzandoci, ci disse di scendere in campo e controllare le condizioni dell’erba, tastare il terreno, cose così, che ti riportano alla solita routine del pre-partita. Poi lo spogliatoio, e le uniformi da gara. Quanti pensieri ti passano per la testa in quel momento? Non si può spiegare. Siamo usciti dal tunnel, il boato dello stadio ci ha accolti, Wembley signori. E poi l’inno, e in tribuna la Regina, che applaude te e i tuoi compagni. Poi, ovviamente, il riscaldamento. Ma eravamo determinati, non spaventati. Tesi, non timorosi. Dovevamo fare il nostro lavoro, e farlo al meglio, con decisione. Certo, la tensione era semplicemente indescrivibile.

 

Sul bus, per l’ultimo allenamento, prima della finale

 

George ha detto che non riusciva ad aspettare, era troppo nervoso per aspettare ancora.

Posso immaginarlo. Eravamo tutti uguali in quel momento, ne sono certo. Come ti ho detto prima, abbiamo iniziato la Coppa senza sapere cosa sarebbe accaduto. Potevamo uscire al primo turno. Ma ora eravamo in finale, mio Dio. Che tensione incredibile.

 

Che conforto traevi da Moore, quest’eroe dai capelli d’oro, capitano che rimaneva calmo anche in queste occasioni?

Fu una cosa incredibile, specie quel giorno. Lui giocò quella finale come se fosse una qualunque altra partita della sua carriera. Era sereno, ed era pronto a continuare il suo lavoro, aiutare gli altri, essere preciso lì dietro, calmare uno ad uno i suoi compagni di squadra, soprattutto, se e quando li vedeva eccessivamente nervosi.

 

Questione di nervi, si è detto. La tensione è tornata dopo aver concesso il primo gol ai tedeschi, non è vero?

Sì, ma non troppo. Pensavo alla partita nel complesso, e stavamo giocando meglio di loro. Continuavamo a creare occasioni da gol. Dovevamo continuare a giocare. Certo, un po’ di delusione c’era, ma dovevamo tirarci su e riprendere a giocare.

 

Quanto ha influito il campo quel giorno? Qualcuno ha detto che Wembley non era in ottime condizioni, e ci si stancava dopo poco per il terreno pesante.

Era così. Ma Wembley era così, e lo era sempre stato. Non aveva il manto erboso che ha oggi. Era un prato denso, spugnoso. Ad ogni stagione, verso Natale, il prato in alcune zone del campo se ne andava. Non era facile, perché la palla prendeva traiettorie diverse e scivolose ogni volta. Per i tedeschi non erano pessime condizioni, quelle. Ma nemmeno per noi, perché conoscevamo Wembley.

 

Geoff Hurst, unico calciatore della storia a segnare una tripletta in finale dei mondiali, qui sigla il 4-2

 

Ricordi la partita minuto per minuto? O, come hanno detto altri, tutto passò in un lampo?

Decisamente la seconda. Sono successe talmente tante cose durante quella partita… non dimenticherò mai quei momenti. Ricordo ogni singolo istante, ma la partita è andata via velocissima.

 

Ricordi il confronto con Alf al termine dei 90 minuti?

Si è congratulato con noi. Qualcuno di noi si è seduto sul terreno, noi tutti lo abbiamo ascoltato, ed è stato emozionante. I tedeschi stavano seduti, tutti insieme, accovacciati sul prato di Wembley. Così Alf è andato da chi dei nostri stava seduto comandandogli di alzarsi. Non voleva che pensassero (i tedeschi) che fossimo stanchi (RISATE). Tipico di Alf. Eravamo tutti in piedi, a quel punto, e abbiamo iniziato a parlarci chiaramente, dicendoci l’un l’altro, con Alf, che potevamo farcela, che potevamo batterli. Dovevamo solo continuare a giocare come stavamo giocando, ci diceva Alf, e sarebbe accaduto, avremmo vinto.

 

Tutti conoscono quelle immagini a fine partita, a Mondiale vinto. Cosa stavate facendo esattamente? Jack Charlton era affondato nel terreno, mentre Nobby Stiles stava mandando baci a tutti. Ricordi?

Un momento straordinario, è chiaro. Quello che ricordo è che ognuno esultò in una maniera particolare, ma anche che ci raggruppammo per andare a prendere quella Coppa, tutti insieme. Un giorno indimenticabile. Essere lì, nel punto più alto della carriera di un calciatore, in quel preciso istante. Chi potrebbe dimenticare quel momento?

 

So che Bobby, appena alzato quel trofeo, disse che la vita non sarebbe stata più la stessa. Sei d’accordo?

Assolutamente sì. Era la prima Coppa del Mondo che l’Inghilterra vinceva [e, ad oggi, l’ultima, ndr]; questo faceva di noi degli eroi. Tutti ci guardavano come degli eroi.

 

Gordon Banks alza la Coppa insieme a Bobby Moore

 

Guardando indietro, è facile notare come sia tutto cambiato. Non solo il calcio. L’Inghilterra era campione del mondo. La musica, la moda. E’ come ha detto Michael Caine: si passò in un istante dalle immagini in bianco e nero al colore.

Tutto stava cambiando. Musica, moda, cinema. Fare parte di quel cambiamento era grandioso. Ovunque andassimo, la gente ci chiedeva una stretta di mano, una foto, un autografo. Avevi fatto qualcosa di grande, e lo avevi fatto per il tuo paese. Incredibile.

 

Tutti erano orgogliosi di essere inglesi.

Era qualcosa di unico, davvero. Ancora adesso, dal momento che l’Inghilterra non ha più vinto da allora, quel trofeo rimane qualcosa di ancora più unico.

 

Se qualcuno ti avesse detto, quella notte, che l’Inghilterra non avrebbe vinto nulla per i successivi 50 anni, cosa gli avresti risposto?

Gli avrei detto di non fare lo scemo. Avevamo grandi giocatori, avevamo un paese ricco di giocatori di livello. Ero convinto che avremmo vinto qualcos’altro, dopo quel mondiale.

 

Per i successivi quattro anni, dopo il 66, l’Inghilterra era padrona del mondo calcistico. Come ci si sentiva?

Magnificamente. Ero orgoglioso di giocare per la Regina, perché, come ho detto, c’era tanta concorrenza, la Nazione era piena di giocatori forti, che da un momento all’altro potevano scalzarmi.

 

Cosa ne pensi del mondiale del 70? Molti hanno detto che, sulla carta, quella nazionale era persino più forte di quella del 66.

Non so se era più forte. Quel che so è che si equivalevano. Nel girone, quando abbiamo perso col Brasile [1-0], eravamo delusi perché avevamo giocato bene tanto quanto loro. Le condizioni erano a loro favore. Caldo torrido, terreno duro, il tifo era tutto per loro. Anche i messicani indossavano queste magliette verdeoro. Perdemmo col Brasile nel girone, e non a caso furono loro a vincere.

 

Un’immagine da quel Brasile-Inghilterra del 70

 

Qualcuno ha puntato il dito contro Peter Benetti [che contro la Germania Ovest sostituì Gordon Banks tra i pali, ndr]. Qual era la tua opinione in proposito?

Mi è dispiaciuto molto per Peter. Non potrei mai incolparlo per quella partita, e ora vi dico il perché. Alf Ramsey venne da me il giorno prima, e continuavo ad andare in bagno pur non avendo mangiato nulla. Mi aveva detto di provare un allenamento, e vedere come stavo. Ho mangiato un toast, un piccolo toast, ed ero pronto per l’allenamento, per provare quantomeno. Mi chiesero di provare una corsetta. Una cosa ridicola, dietro l’hotel. Un tragitto di nemmeno 30 metri. Mi chiesero come mi sentissi (RISATE). Ovviamente stavo bene. Mi chiesero di farlo un altro paio di volte. Poi, siamo passati all’allenamento da portiere. Ero pronto per qualche parata, ma Harold [il preparatore] fece solamente rotolare il pallone per terra (RISATE). Bene, raccoglievo la sfera e gliela ridavo, poi dall’altra parte, e di nuovo. Mi chiese come stavo. Stavo bene. Potevo giocare. Onestamente non ci credevo, ero molto felice. Così andai nella stanza dove erano gli altri, per sentire Alf annunciare i titolari, per ascoltare le tattiche e così via. Ero ufficialmente nell’undici di partenza. Stava parlando da una decina di minuti, quando all’improvviso il sudore iniziò ad imperlare la mia fronte, e mi sentii male. Stavo nuovamente male. Così, rivolti a Peter, gli dissero che, l’indomani, avrebbe dovuto giocare. Non giocava titolare da tantissimo tempo. Potete immaginare l’ansia dell’ultim’ora. Doveva giocare una partita importantissima, e lo aveva saputo a poche ore dall’inizio. Mi dispiace per lui perché non ebbe una gran giornata contro la Germania dell’Ovest. Era un bravissimo ragazzo, ed era anche un buon portiere, non se lo meritava.

 

Caro Gordon, non pensare che mi sia dimenticato di qualcosa.

(RISATE).

 

Il miglior attaccante del mondo contro il miglior portiere del mondo

La parata del secolo. Contro il Brasile.

Partiamo dal principio. Pelé era il giocatore più forte che avessi mai visto su un campo di calcio. Ho giocato contro giocatori forti, molto forti: George Best, Dennis Law, Bobby Charlton. Oggi, Messi e Ronaldo. Giocatori incredibili. Ma Pelé era un’altra cosa. Poteva fare qualsiasi cosa e farla al 100%. Tiro, passaggio, dribbling e colpo di testa. E’ proprio ciò che salvai, una frustata di testa. Carlos Alberto manovrava sulla destra, da dietro. Fa partire questo lancio surreale alle spalle di Terry Cooper. Vi assicuro che Terry era veloce, ma Jairzinho se lo è divorato, lo ha scartato e ha messo questa palla in mezzo, quasi cadendo. Mi giro di colpo, e chi vedo? Pelé, il più forte di tutti, che sta per staccare di testa. Moorey non riusciva a prenderlo. Sono corso al centro della porta, esattamente sulla linea di porta. Insolito, perché ero abituato a stare sempre qualche metro oltre la linea di porta. Non avevo il tempo di riflettere troppo, dovevo buttarmi su un lato. La colpisce di testa, la colpisce davvero forte, è all’angolo, alla mia destra. Qui arriva la parte difficile, perché il colpo di testa era perfettamente indirizzato all’angolino, ma la traiettoria era bassa, come se fosse un tiro qualunque. La prendo, e la spingo via. Ma, onestamente, credevo fosse entrata comunque. Ho capito di aver salvato quell’occasione solo in un secondo momento, vedendo la palla alle spalle della porta.

 

E’ vero che Pelé ha gridato al goal?

Sì, è vero. Aveva quasi le mani al cielo, era convinto di aver segnato. Non mi ero reso conto di quanto fossi vicino alla linea di porta. Solo successivamente, quando mi fecero vedere le immagini, compresi bene cosa era successo. Compresi anche quanto aveva colpito forte quel pallone Pelé, incredibile.

 

Ti ha detto qualcosa dopo la partita?

No, non lo ha fatto. Ne abbiamo parlato per la prima volta solo qualche anno fa.

 

Ha detto, questo lo sappiamo per certo, che tu, Moore e Charlton potevate giocare in qualsiasi squadra brasiliana.

Lo ha detto? Fa piacere, davvero. I brasiliani all’epoca non erano noti per i portieri, dico bene (RISATE)?