Le trame tattiche del calcio di oggi non contemplano la presenza del libero, un tempo imprescindibile baluardo degli assetti difensivi, poi sacrificato sull’altare dell’ossessione per il fuorigioco. L’anno che pare averne segnato la definitiva estinzione è stato il 2000, con le ultime interpretazioni del francese Laurent Blanc e del teutonico Lothar Matthäus, entrambi con trascorsi italiani. Lontanissime le sue origini che si collocano addirittura negli anni ’30, ma non in Inghilterra, come si potrebbe pensare.

 

 

La figura del libero fa infatti la sua prima apparizione in Svizzera, Paese che annovera molti pionieri del football e su cui una deliziosa letteratura sportiva si è meritoriamente soffermata. Non sarà stato un caso che il libero, grazie agli studi e alle riflessioni dei tecnici elvetici, abbia visto la luce proprio lì, in una terra in cui disciplina e puntualità sono da sempre elementi fondanti. D’altronde il gioco a cui era chiamato il perno delle difese di una volta poggiava sui presupposti del rigorismo organizzativo e della precisa (e tempestiva) lettura dello sviluppo dell’azione avversaria.

 

 

Tuttavia il ruolo del libero, ben presto importato nel Bel Paese, trova definitiva affermazione con il modellamento dei nostri maghi della panchina, Nereo Rocco e Marco Villini, sublimi espressioni della prestigiosa scuola triestina. Anche se il migliore prodotto del lavoro di perfezionamento nostrano lo mette in campo Helenio Herrera negli anni ’60, regalandoci il monumentale Armando Picchi, tessera fondamentale del mosaico della grande Inter capace di conquistare le vette della gloria in patria e fuori.

 

Armando Picchi ed Helenio Herrera, colui che spostandolo da terzino a libero lo consacrò alla leggenda

 

 

In realtà la manipolazione italica aveva ricevuto anche un altro importante contributo, da Salerno. Qui addirittura arriva ad accendersi una querelle, mai risolta, tra Gipo Viani e Totonno Valese, rispettivamente allenatore e centrocampista di una allora apprezzabile Salernitana, detta anche “Torino del Sud”: ebbene i due si contendono, fino a culminare in un divorzio professionale, la creazione di un verbo tattico che va sotto il nome di Vianema, e che altro non è se non una versione rettificata del Sistema, impostazione in cui il libero riveste una funzione determinante.

 

Il Vianema sarà l’incubatore del più famoso catenaccio, piano di gioco che avrebbe contraddistinto le squadre italiane per tantissimi anni, con il conseguimento di risultati importanti anche nello scacchiere europeo e mondiale.

 

Da sempre poi si discute su chi sia stato il libero più forte della storia del calcio, ma non se ne viene a capo. Anche se, nella non esigua lista dei migliori, fanno bella mostra almeno tre italiani: Gaetano Scirea, Franco Baresi e il già citato A.Picchi. Poco, anzi nulla da discutere invece, su chi debba essere il destinatario della palma del più cattivo. Qui il giudizio è unanime, e in gergo giuridico si potrebbe parlare di sentenza a “sezioni unite”, un pronunciamento, insomma, che mette tutti d’accordo: Daniel Alberto Pasarella.

 

 

Di origini italiane, come tradisce inequivocabilmente il cognome, frequente soprattutto nel nostro meridione, Passarella concentrava una serie di doti fisiche e tecniche che ne facevano un calciatore entusiasmante e paradossale al tempo stesso. Non alto, ma abile e spettacolare nel gioco aereo. Difensore, ma prolifico come nemmeno un consumato attaccante e pregevole nei calci piazzati. Non portentoso, ma severo e draconiano nell’organizzazione del reparto, esercizio nel quale non aveva remore a scagliare folgoranti invettive all’indirizzo dei compagni.

 

 

Ruvido nei contrasti, poteva essere a giusta ragione definito un “picchiatore”, in grado di incutere paura agli avversari anche grazie a quella faccia prematuramente rugosa, che restituiva l’idea di spietatezza e lo avrebbe fatto ben figurare nel ruolo del duro in un action movie. Tanti in effetti sono stati gli episodi che lo hanno visto protagonista in negativo, con sortite contrassegnate da un esasperato agonismo: su tutte, l’entrata da macellaio ai danni di un giovane raccattapalle in un Sampdoria – Inter della stagione ’86-87. Eppure ciò non ha impedito a Passarella, sotto la benedizione dello stesso Pelé, di essere inserito in FIFA 100, la lista dei 125 migliori calciatori viventi.

 

Daniel Passarella con la divisa dell’Albiceleste e la fascia da capitano al braccio (Foto Getty Images/Mandatory Credit: Steve Powell/Allsport)

 

 

Come ovunque abbia giocato, Passarella anche in Argentina è stato amato e odiato. Sentimento che non è mutato neppure quando ha svestito i panni da calciatore per indossare quelli da allenatore e dirigente, con squadre di club e nazionali. Come tecnico ha collezionato panchine prestigiose, in primis quella della sua Nazionale per quattro anni, conseguendo successi importanti (gli scudetti con River Plate in Argentina e Monterrey in Messico) ed insuccessi altrettanto eclatanti. Infine è diventato presidente del suo River, anche qui con un incarico di quattro anni.

 

Chi conosce bene Passarella è Luciano Wernicke, giornalista sportivo e scrittore a dir poco affermato, che dell’ex campione del mondo del ’78 è connazionale.

 

Wernicke può vantare una sterminata produzione bibliografica in cui spiccano vere e proprie pietre miliari della letteratura sportiva, specie sudamericana. Meritano una citazione anche i preziosi contributi forniti a Mario Kempes e Carlos Bilardo per la stesura delle rispettive biografie. Molti i Paesi che hanno tradotto le sue fatiche, tra questi l’Italia, a cura della De Agostini. In esclusiva abbiamo ottenuto un agile ritratto su un simbolo del calcio argentino quale Daniel Passarella, tra realtà e percezione. Lo ringraziamo per la disponibilità, e speriamo che la traduzione non abbia fatto perdere nulla dell’autentico significato.

 

Luciano Wernicke e Carlos Bilardo, qui come due ragazzini amanti del pallone – o due vecchi appassionati – che si perdono tra foto, documenti e aneddoti. Una passione sincera e lunga tutta una vita. (Ringraziamo Luciano Wernicke per l’immagine).

 

 


Dr Jekyll e Mr Hyde di L.Wernicke


 

Se ti fermi in un angolo qualsiasi della città di Buenos Aires e chiedi a un tifoso del River Plate di circa 60 anni chi è Daniel Pasarella, sicuramente la risposta sarà: “Il miglior difensore che abbia mai visto in vita mia”. Se invece interpelli un millonario di meno di 30 anni, è molto probabile che la risposta arrivi da un altro punto di vista: “Il peggior leader nella storia del calcio argentino”. Passarella è amore o odio, bianco o nero.

 

 

Sul campo la carriera del Kaiser è stata impeccabile: è l’unico argentino a far parte delle squadre campioni del mondo nel 1978 e nel 1986; è il secondo difensore con più gol segnati di tutti i tempi, con 175 reti (superato solo da Ronald Koeman, con 253); ha brillato nella “grande” Serie A con le maglie della Fiorentina e dell’Inter, quando ancora erano ammessi solo due stranieri per squadra. Alex Ferguson, una delle voci più autorevoli di questo sport, ha ammonito che Passarella doveva essere inserito in uno dei tre Dream Team di sempre selezionati dalla prestigiosa rivista francese France Football alla fine dello scorso anno.

 

La fase manageriale da Presidente, alla scrivania con camicia e cravatta, è stata invece senza dubbio un fallimento. Passarella è il volto dell’unica retrocessione del River Plate in 120 anni di vita. “Abbiamo vinto la partita finanziaria, salvando il club dal baratro”, si è difeso, anche se non con la stessa efficacia di quando indossava i pantaloncini. In fin dei conti i tifosi non guardano i bilanci, ma le classifiche.

 

Questo contrasto di bianco e nero non è casuale. Da allenatore, Passarella ha preteso che i suoi giocatori rispettassero standard estetici ed etici che lui non aveva mai rispettato da calciatore … né avrebbe rispettato come allenatore. Inoltre, la sua immagine come presidente è macchiata da un procedimento giudiziario con gravi accuse: aver incassato tangenti nelle operazioni di calciomercato, essere stato a capo di un’organizzazione che trafficava biglietti contraffatti e infine aver imposto un sovrapprezzo nell’affitto del Monumental per eventi musicali. Un pubblico ministero è per questo convinto che non solo il club abbia vinto la “partita finanziaria”, ma anche lui.

 

 

È molto difficile separare queste due persone. A differenza di altre star che hanno avuto una vita in campo e un’altra fuori, l’ex eroe è stato Jekyll e Hyde nel mondo del calcio. Possiamo mantenere l’immagine del grande capitano che alzò la coppa nel 1978, o del feroce difensore che ottenne la qualificazione argentina per Messico 1986, ma non sembra corretto. Anche se, in realtà, l’unico a non essere stato corretto con Passarella è stato Passarella stesso: ha deluso i tifosi, e ha deluso anche se stesso.

 

 


Immagine di copertina © Rivista Contrasti