Mai avrebbero potuto immaginare i matematici indiani del 500 d.C. il profondo cambiamento dettato dall’introduzione del glifo per il numero zero nel sistema decimale posizionale. Come ogni invenzione destinata all’eternità, la sua diffusione ha richiesto una lenta sedimentazione e la contaminazione virtuosa delle idee migliori. Si è passati per la Persia di al-Khwarizmi fino a giungere in Europa grazie a Lorenzo Fibonacci. La rivoluzione francese ha reso poi pressoché universale l’adozione del sistema noto come metrico decimale. Lo sci moderno fa ampio utilizzo delle grandezze codificate nel sistema decimale, in particolare del tempo, che è la valuta di scambio dello sciatore, quando decimi o centesimi di secondo separano le posizioni di partenza e quelle al traguardo. Il tempo scandisce inoltre le più importanti ricorrenze della carriera, nella comodità rappresentativa dei numeri che finiscono, per l’appunto, con lo zero. Allo svolgimento delle imminenti olimpiadi invernali di PyeongChang in Sud Corea, saranno passati trent’anni da i due ori di Alberto Tomba nello Slalom Gigante e Speciale a Calgary 1988, un periodo sufficientemente lungo per rievocare la sua epopea sportiva senza eccedere in sentimentalismi.

 

La prestazione che gli garantisce l’oro nello Slalom Gigante.

 

Dei 671 comuni italiani che si sono votati a un santo nel loro topònimo, è toccata a San Lazzaro di Savena – in provincia di Bologna – la fortuna di ricevere in dote uno sportivo di fama mondiale, forse a riconoscimento dell’opera di accoglienza di lebbrosi e appestati durante il basso medioevo. Tomba nasce al sopraggiungere dell’inverno, un buon segno per diventare uno sciatore professionista, ma San Lazzaro è lontana da quelle montagne in cui la fucina produttiva delle nuove leve è più operosa. Ed è questa una prima singolarità nel percorso di Tomba: non esistono infatti succedanei per imparare a sciare, bisogna andare dove neve e pendenze permettono di familiarizzare con la dimensione verticale. La distanza rappresenta quindi un grande limite nel soddisfare la ripetitività e costanza imposta dagli allenamenti, ed essere vicini alla montagna diventa una forte barriera all’ingresso. Non è un caso se i sette sciatori del gruppo 1 della nazionale per la stagione 2017/2018 siano nati e cresciuti in paesi di due sole provincie, Bolzano e Trento, o se i più grandi sciatori italiani provengano tutti da località alpine (Thöni, Gros, Compagnoni, Ghedina, Rocca, per citarne alcuni).

 

Davanti alla sua casa fuori Bologna

Nell’habitat in cui è nato, fuori Bologna.

 

Nonostante la geografia sfavorevole o l’assenza di tradizioni sciistiche competitive in famiglia, Tomba inizia a sciare sugli Appennini all’età di tre anni, accompagnato da un padre che gli trasmette la passione e da un fratello che condivide il divertimento di giornate interminabili. Si distinguono nella sua esperienza tratti comuni a quelli di altre due icone planetarie – Michael Jordan e Roger Federer – campioni che a più riprese hanno riconosciuto il ruolo fondamentale della famiglia nel garantire un contesto di supporto sereno e libero da aspettative feroci. Dalle prime gare a sette anni, la progressione ha un ritmo costante, perché al talento non servono scorciatoie, gli basta trovare equilibrio tra convinzione in sé stessi e ambizione di raggiungere l’apice. A diciassette è in Coppa Europa, per i più promettenti il gradino che precede la Coppa del Mondo. Nel 1984 è già nella squadra B, e qui si presenta una seconda singolarità, con la vittoria a sorpresa del “Parallelo di Natale” a Milano, in cui s’impone su tutta la squadra A: passare alla ribalta grazie a un’esibizione in una città di pianura, su un pendio fatto di macerie, con neve artificiale! Da quel momento l’ascesa è dirompente.

 

 

Vale la pena accennare alle “prime volte” in Coppa del Mondo. Il debutto è nello Speciale di Madonna di Campiglio del 1985, un paio di mesi dopo arrivano i punti ad Åre, in Svezia, con un sesto posto a fronte del pettorale numero 62, un risultato impensabile quando si deve scendere nei solchi lasciati da così tanti prima di te. Sale sul podio nel 1986 con il secondo posto nel Gigante della Gran Risa in Alta Badia, Dolomiti. La vittoria arriva nel 1987, nello Speciale del Sestrière, seguita due giorni dopo da quella in Gigante, per una doppietta sensazionale. Sono alcune tra le piste più evocative dello sci, che incutono timore al solo nominarle, dove si produce acido lattico fino a sentire le gambe bruciare, la cui inclinazione sembra condurre direttamente nel vuoto, e sulle quali domina spesso con facilità quasi irrisoria. Nel 1988 è la volta delle coppe di specialità, Gigante e Speciale. Nel 1995, l’agognata coppa Generale, che torna in Italia dopo vent’anni dall’ultima di Thöni e che nessuno sciatore azzurro è stato ancora in grado di rivincere. Dopo tante prime c’è anche un’ultima volta, la vittoria del 1998 nello Speciale di Crans-Montana, in Svizzera, che coincide con il ritiro. Tomba diventa così l’unico sciatore ad aver vinto almeno una gara di Coppa del Mondo per dodici anni consecutivi.

 

1989: In ricognizione sulla Streif a Kitzbuhel, Austria. Foto di Simon Bruty/Allsport

1989: In ricognizione sulla Streif a Kitzbuhel, Austria. Foto di Simon Bruty/Allsport.

 

Il circuito della Coppa del Mondo è di fatto un campionato, ma c’è la possibilità di arricchire il palmarès con le medaglie dei Mondiali, ogni due anni, e delle Olimpiadi, ogni quattro. Naturalmente, si distingue da subito – alla prima selezione per i Mondiali – vincendo il bronzo in Gigante nel 1987 a Crans-Montana. Sono due gli ori ottenuti nel 1996 in Sierra Nevada, Spagna, Gigante e Speciale, e infine il bronzo a Sestriere 1997 nello Speciale. Due ori anche alla prima partecipazione alle Olimpiadi, quelle di Calgary 1988, Gigante e Speciale, poi oro in Gigante (primo di sempre a difendere un titolo olimpico) e argento nello Speciale ad Albertville, Francia, nel 1994, con l’ultimo argento nello Speciale a Lillehammer, Norvegia, nel 1994.

 

Kitzbuhel 1992: l’altra specialità della casa è lo Slalom Speciale, qui raccontato dalla voce di Bruno Gattai.

 

Per dimostrare il teorema di Tomba, servono cifre che scuotono il sistema decimale dello sci: 50 vittorie in Coppa del Mondo, 88 podi, 1 titolo generale, 8 coppe di specialità e 9 medaglie, di cui 5 ori. Senza un adeguato termine di paragone, si può solo intuire la grandezza di questi numeri. Da quando nel 1966 lo sci è sport professionistico, Tomba è al terzo posto di sempre per vittorie complessive (il secondo italiano, Thöni, ne ha meno della metà), al secondo per vittorie nello Speciale e al quarto nel Gigante, al sesto posto per numero di podi, al terzo per vittorie in una singola stagione. È inoltre l’atleta con più ori e più medaglie nella storia dello sci alpino italiano. Nella classifica dei più grandi sciatori di tutti i tempi, data dalla somma dei risultati ottenuti in Coppa del Mondo, ai Mondiali e alle Olimpiadi, è all’ottavo posto generale (primo degli italiani), al secondo nello Speciale e al terzo nel Gigante.

Il tratto distintivo di questa gloriosa bacheca è la specializzazione nelle discipline tecniche (Speciale e Gigante), così definite per distinguerle da quelle veloci (Super Gigante e Discesa Libera) in un’ideale continuum di aumento della velocità di percorrenza e diminuzione del numero di porte lungo la pista. La coordinazione motoria delle due categorie è molto diversa. Nelle prime, le porte vengono abbattute o spostate con veemenza per farsi strada lungo il tracciato: lo sciatore deve bilanciare la pressione da imprimere agli sci con la grazia necessaria a danzare in una selva di pali rossi e blu a distanza tra loro ravvicinata. Nelle seconde, le porte sono principalmente a indicazione della linea da seguire, ed il fattore critico di successo risiede nel controllo delle violente, e a volte fatali, forze in gioco.

 

A Lech, in Austria, nel 1991. Foto di Shaun Botterill/Getty Images

A Lech, in Austria, nel 1991. Non solo potenza ma anche intelligenza tattica, Tomba è stato un unicum dello sci. Foto di Shaun Botterill/Getty Images.

 

Nel 1982, l’introduzione dei pali snodabili ha permesso agli sciatori di sfruttare peso e accelerazione per abbattere i pali e seguire una linea di discesa più diretta. Tomba, la cui corporatura poteva sembrare troppo robusta per brillare di agilità negli slalom o troppo leggera per convertire la massa in velocità e rapidità nelle discese, ha trovato così nello Slalom e nel Gigante la perfetta espressione del suo stile sugli sci. Un’abilità ampiamente riconosciuta ai campioni è quella di far apparire semplice un gesto la cui padronanza deriva da migliaia di ore di applicazione. La bellezza del suo gesto non deriva da un’eleganza assoluta, come ad esempio quella di Michael Von Grünigen (vincitore di quattro coppe di specialità nel Gigante proprio in quegli anni), ma da un controllo dinamico di potenza e geometrie che esercita in ogni istante dell’azione. Non a caso la sua sciata è stata definita a trazione integrale: come nei più evoluti sistemi che mantengono l’automobile in strada anche nelle peggiori condizioni di aderenza, così lui manovra gli sci in una continua calibrazione del rapporto tra potenza e scorrevolezza. Questa volta la differenza tra macchina e uomo si riduce esclusivamente a una questione di attese: se nella macchina si dà quasi per scontato che la tecnologia intervenga per proteggere da esiti indesiderati, con Tomba si è nel regno del preternaturale; se lo sci passa a pochi millimetri dal palo, ci si aspetta l’inforcata, ma lui prosegue indisturbato; se si affronta la porta con quell’angolo di inclinazione, ci si aspetta la caduta, ma lui rimane in piedi; se scarpone e ginocchio hanno praticamente toccato la neve, non ci si aspetta di vederlo risorgere con un colpo di reni e magari vincere la manche o la gara.

 

In riposo tra le manche di slalom ad Albertville, ai Giochi Olimpici Invernali del 1992. Foto di Chris Cole/Allsport

In riposo tra le manche di slalom ad Albertville, ai Giochi Olimpici Invernali del 1992. Foto di Chris Cole/Allsport.

 

Tomba altera la fisica dello sci, piegando i pali a suo volere, annullando la resistenza della neve ed elargendo distacchi che arrivano anche a superare il secondo, come se il tempo si fermasse per lui e continuasse a scorrere per gli altri. Al pari di poche occasioni nella retorica sportiva, l’abuso del soprannome ‘la bomba’, al di là della facile assonanza, trova piena giustificazione: prendendo a prestito le parole di Francesco De Gregori, ha

“un motore da un milione di cavalli che al posto degli zoccoli hanno le ali”,

e si scaraventa a valle come la mandria di tori nell’encierro di Pamplona per la festa di San Firmino. Ma non è solamente predominio atletico, perché unisce quella che Bruno Gattai – ex campione italiano in Discesa Libera e magistrale commentatore televisivo – ha definito una spaventosa intelligenza tattica, con cui è in grado di leggere l’andamento della gara e capire in quali punti del tracciato aumentare la propulsione nel recupero di eventuali sbavature commesse o per chiudere definitivamente i conti.

 

Al Campionato del Mondo in Nevada, nel 1996.

 

Tomba ha rappresentato una discontinuità dello sci moderno. Si è fatto largo in una competizione dominata dalle nazioni nordiche vincendo un incredibile 26 per cento di tutte le gare di Slalom e Gigante disputate nelle stagioni dal 1986 al 1998. Pur limitandosi a competere in due discipline, è riuscito a conquistare la coppa Generale, arrivando anche per tre volte secondo e due volte terzo alle spalle di atleti polivalenti (Zurbriggen, Girardelli, Accola, Aamodt, Kjius) che avevano la possibilità di ottenere molti più punti validi per la classifica. Ma, soprattutto, ha dato vita a un seguito di natura quasi religiosa, con milioni di adepti incollati alla tv a lasciarsi trasportare dall’eccitazione delle sue imprese e a trepidare per l’apparizione – nella grafica rudimentale di allora – del numero uno tra parentesi accanto al suo nome, come mai era successo prima per uno sciatore italiano. È rimasta nella storia l’interruzione del Festival di Sanremo per trasmettere la seconda manche dello Speciale dalle olimpiadi di Calgary. Sono storia le rimonte mozzafiato come nello Slalom delle olimpiadi di Lillehammer, in cui la partenza invertita dei primi trenta ribalta la pressione su chi gli sta davanti e il dodicesimo posto della prima manche si trasforma in un argento finale.

 

Alberto Tomba posa con Deborah Compagnoni: l'epopea dei due era costantemente in prima pagina, detronizzando il calcio dal monopolio mediatico.

Alberto Tomba posa con Deborah Compagnoni: l’epopea dei due era costantemente in prima pagina, detronizzando il calcio dal monopolio mediatico.

 

Paradossalmente, la più grande conquista di Tomba è aver sovvertito l’ordine naturale della conversazione sportiva in Italia, facendo retrocedere il calcio a ruolo da gregario. Nemmeno i trionfi della nazionale di pallavolo guidata da Velasco erano riusciti a tanto. Ha sdoganato lo sci, portandolo da attività elitaria e ovattata per appassionati di montagna a passatempo della gente comune, con la sua personalità debordante che sembrava disegnata per quegli anni di espressione libera di colori sgargianti nell’abbigliamento e nell’attrezzatura, e generando un effetto mediatico culminato nella sponsorizzazione di Barilla (da sempre interessata a legare la propria immagine ai migliori dello sport, come per la stessa Mikaela Shiffrin o, ancora più recente, Federer) e della Val di Fassa, probabilmente la valle di maggiore insediamento nell’area dolomitica. Nell’immaginario collettivo, Tomba è diventato lo sciatore per antonomasia, come Jordan lo è diventato per il basket. C’è un avanti Tomba e un dopo Tomba: questa è la sua eredità.

 

In copertina foto di Bernd Lauter/Bongarts/Getty Images