Il 19 marzo del 1959 lo Stadio Flaminio apriva ufficialmente i battenti. Non sono passati nemmeno sessantanni da quella data, eppure attualmente il Flaminio non esiste più. Non esiste, perlomeno, nella forma di un impianto agibile. Perché l’impianto, a onor di cronaca, è sempre lì, nel quartiere Parioli di Roma. Un gioiello architettonico opera del lavoro a due menti della famiglia Nervi (Pier Luigi padre, Adriano figlio), costruito in occasione del torneo olimpico di calcio del 1960. La sua struttura è unica, di scuola italiana; erano d’altronde gli anni del boom economico, c’era la voglia di fare cose nuove. La tribuna del Flaminio è continua, non ha un blocco in nessuno dei quattro settori. La partita è non solo godibile da un punto di vista visivo, ma ancor più partecipativo. Il disegno di Adriano Nervi era infatti volto a coniugare l’eleganza dell’architettonica italiana – in quel momento storico tra le migliori al mondo – con l’agibilità e l’utilizzo dell’impianto stesso. E’ importante ricordare infatti che il Flaminio, nonostante sia stato per anni oggetto di contesa tra i due club romani di calcio, è prima di tutto il cuore pulsante dello sport romano. Se togliamo il Foro Italico (a pochissimi passi dallo Stadio Olimpico), la struttura interna del Flaminio può dirsi a ragione la più importante nel territorio romano, fornita di una piscina semi-olimpica, cinque palestre per pugilato, ginnastica e atletica pesante.

Il Flaminio in una fotografia del 1960

Il Flaminio in una fotografia del 1960

Da un punto di vista puramente emotivo, d’altronde, basterebbero le varie voci dell’ambiente romano (sponda Roma e sponda Lazio) per avvertire l’importanza che ha, a livello anche e soprattutto cittadino, la ristrutturazione dell’impianto oggi, nel 2017. Lo stadio che solo sei anni fa ospitava il Sei Nazioni di Rugby – ovvero la competizione più importante a livello internazionale dello sport dalla palla ovale – è scomparso. Il lontano ricordo di un Flaminio pieno in ogni posto a sedere, con un prato impeccabile e una facilità di affluenza favorita dalle stesse vie di trasporto (particolarmente agibili nella zona del Municipio II), è diventato, quel ricordo, un incubo ad occhi aperti. Ostaggio del degrado e dell’abbandono; tra le erbacce (ormai altissime) e i pezzi di vetro sparsi qua e là, le varie inchieste condotte dai quotidiani locali e la lotta portata avanti da Federsupporter non sono ancora servite ad avviare un progetto serio ed efficace del quale il comune di Roma, fino ad oggi, non sembra essersi interessato a sufficienza. E’ dell’agosto di quest’anno, tuttavia, una notizia che lascia ben sperare; il bando lanciato nel luglio del 2017 per la ristrutturazione e il ripristino dello Stadio Flaminio (ivi comprese le strutture interne) ha trovato un finanziamento economico importante in America, a Los Angeles, da dove il progetto doveva ripartire. La Getty Foundation (proprio di Los Angeles) ha infatti concesso al Campidoglio e all’Università di Roma La Sapienza (dipartimento di Ingegneria Strutturale e Geotecnica) un fondo da 180.000 £ (130.000 € circa). Le parole di uno degli eredi dei progettisti e ideatori del Flaminio (famiglia Nervi) fanno credere, almeno apparentemente, ad una riapertura per le trattative tra fondazione Nervi e Comune di Roma. C’è infatti un aspetto della questione che è necessario sottolineare subito. La famiglia Nervi, fin dalle prime voci ad inizio 2000, quando l’impianto ospitava le partite di Rugby della nazionale italiana (oltre a quelle delle capitoline Cisco Roma e Capitolina Rugby), ci tenne a far presente come, senza un reale progetto che fosse stanziato con importanti risorse economiche, lo Stadio Flaminio non dovesse essere ritoccato in nessun punto dell’impianto. La fondazione Nervi detiene infatti la proprietà intellettuale e morale sull’opera architettonica che, tra l’altro, è stata dichiarata (nel 2008) bene artistico e storico sotto tutela. Ironico e brutale; la tutela è applicata solo sulla carta (letteralmente, solo sulla carta). Le parole di Marco Nervi vanno però nella direzione di una riapertura al dialogo (e dunque ai lavori):

La stesura di un piano di conservazione per il Flaminio pone le basi per la sua tutela. Con il grant concesso all’Università La Sapienza e la cooperazione attiva del Comune di Roma, potremo stilare un piano completo che consenta di tramandare questo capolavoro del moderno alle future generazioni senza prescindere dalle sue caratteristiche storiche e architettoniche.

Una foto del Flaminio scattata nel 2016

Una foto del Flaminio scattata nel 2016

Dalle parole si è passati ai fatti. L’assenza di un pressing effettivo da parte del Comune, in questi anni di inattività totale, hanno dato sfogo – di contro – ad una coesione cittadina e municipale che coinvolge Roma tutta, ed in particolar modo il quartiere Flaminio. E’ nato un Comitato Promotore che, al di là di ogni differenza sociale e culturale, si pone come serio interlocutore con le Istituzioni nella realizzazione del progetto di restauro. E’ evidente come, con la fondazione del Comitato, siano da escludere – almeno in linea teorica – interessi edilizi ed economici che vadano a speculare inutilmente sulla già disastrosa situazione in cui si trova a vivere il Flaminio da qualche anno. L’iniziativa ha trovato un’autorevole conferma nel “Progetto Urbano Flaminio – Foro Italico”, realizzato nell’ottobre del 2005 da Risorse Rpr spa. Il documento sottolineava, e sottolinea tuttora, il coinvolgimento collettivo e diretto sull’opera di restauro dell’impianto. In questo si è trovato un utile esempio nella filosofia inglese della costruzione degli stadi e riedificazione degli stessi (vedasi Anfield). Il principio è sempre lo stesso, ed è etico: l’architettura deve ospitare uno spettacolo per chi ne usufruisce, che sia calcistico, concertistico (il Flaminio ne sa qualcosa…) o semplicemente sportivo in senso lato. L’urgenza di passare all’azione è testimoniata dalle stesse righe centrali del documento di cui sopra: “Lo stadio Flaminio è ormai vissuto come un reperto archeologico peraltro non conservato adeguatamente. Anche le aree ad esso annesse sono percepite come non sicure, sporche e sciatte”. Un servizio condotto dal Tempo nell’agosto del 2016 avvertiva dello squallore dilagante all’interno della struttura, andando nella direzione dello stesso Comitato: “La visita si riduce ad un paio di click fotografici perché è davvero impossibile proseguire il cammino a causa della vegetazione, padrona incontrastata della zona. […] Ovunque si vada c’è sempre la sensazione che si stia rischiando la vita”.

Rudi Völler a segno nel derby giocato al Flaminio, stagione 89/90

Rudi Völler a segno nel derby giocato al Flaminio, stagione 89/90

Eppure qualcosa si può fare. I fondi stanziati da Getty Foundation e il progetto già presentato al Comune da parte dell’Università di Roma La Sapienza, ufficialmente incaricata dell’aspetto progettistico e idealistico di rimessa in opera dell’impianto, sono segnali di una ripresa – quantomeno a livello di rumore mediatico – di ciò che da impossibile può improvvisamente trasformarsi in possibile. Il recente esempio dello Stadio Filadelfia di Torino, con l’intervento congiunto di Regione, Comune e privati cittadini, offre un modello d’eccellenza che è dovere seguire. Come dovere è, da parte delle autorità che scenderanno in campo (una su tutte il Sindaco di Roma, figura ai limiti del mitologico), dare continuità a quanto di buono fatto negli ultimi mesi. In modo che, da cimitero vivente, il Flaminio possa tornare ad essere un’importante fonte di sostentamento per lo sport e la cultura nella capitale. La voce dei cittadini si è fatta sentire, le finanze (anche se da fuori) sono arrivate. Non tutto è perduto. Viva il Flaminio!