Fenomenologia di una sottocultura.
Accantonate velleità e furori ideologici del dopoguerra, l’Italia degli anni ’80 si consegnava mani e piedi alla globalizzazione, sedotta dalle carezze del soft power d’oltreoceano e probabilmente ignara della mutazione antropologica in atto. Di ogni trasformazione sociale e sociologica post bellica Milano fu principio ed epicentro: dalla strage di Piazza Fontana a Tangentopoli, attraverso gli anni plumbei fino alle mode glamour che non potevano che nascere in quella città così avida di edonismo e vanità.
D’altronde, l’Italia impegnata ed engagé andava stancandosi di se stessa, e sul maxischermo i Vanzina iniziavano a sbaragliare i Germi e gli Scola con i cinepanettoni che in fretta e furia fecero scordare i cineforum. C’eravamo tanto amati, forse è vero, ma poi Craxi ha mandato in pensione Nenni, Berlinguer si è dichiarato più sicuro sotto l’ombrello della Nato e allora tutti abbiamo messo i jeans e voluto bene allo zio Sam più che a nonno Marx, infedeli alla linea ma ortodossi nel rifluire nel privato.
Ora che i bisogni più impellenti erano stati soddisfatti, i nuovi media sobillavano nuove tendenze e sterminati consumi: ebbe allora inizio un’epoca patinata di arrivismo e ostentazione, per cui agli yuppies si affiancarono i paninari, differenti nello stile ma accomunati da esibizionismo e vanagloria…
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